Da Avvenire del 04/10/2007

«Pena di morte, moratoria per la giustizia della vita» «Pena di morte, moratoria per la giustizia de

BATTAGLIA DI CIVILTÀ - Mario Marazziti, della Comunità di Sant’Egidio analizza il passo in avanti compiuto all’Assemblea dell’Onu con l’intervento italiano. Con Amnesty un cammino comune fino alla dura presa di posizione sull’aborto: «Perde di credibilità quando parla di un diritto»

di Luca Geronico

Cita l’immancabile Dei delitti e delle pene del Beccaria e Pietro Leopoldo di Toscana il “trasteverino” Mario Marazziti. Gli antenati del «primato italiano» sui diritti umani. E per una volta l’assonanza fra l’“Onu di Trastevere” e il Palazzo di Vetro non è trita retorica: la settimana scorsa all’Assemblea generale il dibattito è decollato. Forse si arriverà in un paio di mesi a una risoluzione, su proposta italiana e dell’Unione europea, per fermare il boia in tutto il mondo. Un traguardo che già scalda il cuore, mentre la ragione impone prudenza.

Mario Marazziti, una campagna lanciata in Italia nel ’93 a cui Sant’Egidio ha subito aderito. Cosa ricorda di quell’inizio?

Allora era forte la spinta dei laici di “ Nessuno tocchi Caino” che lanciarono l’idea di una moratoria universale. Prima ancora Amnesty International aveva messo al centro delle proprie campagne la pena capitale ma il movimento era molto diviso: Amnesty stessa temeva che una moratoria comportasse una riduzione dell’impegno verso l’abolizione. È solo dalla seconda metà degli anni ’70 che si ha una nuova sensibilità. Nell’ultimo decennio sono state 50 le nazioni passati al fronte abolizionista, un’accelerazione fortissima.

Quali le tappe di questa mobilitazione mondiale?

Nel ’94 una prima iniziativa dell’Italia all’Onu venne sconfitta per 8 voti. Nel ’99 una nuova iniziativa europea non venne nemmeno formalizzata perché un fronte guidato da Singapore ed Egitto la bollò come «neocolonialista». Da quell’anno Sant’Egidio ha intensificato il suo impegno: oggi circa 2.500 persone nel braccio della morte sono in contatto con esponenti della comunità mentre ogni anno si ripete l’iniziativa delle città per la vita. Un terzo impegno è quello dei contatti con i governi: negli ultimi due anni abbiamo raccolto 15 ministri della Giustizia africani di Paesi abolizionisti e non. E solo in due anni il Senegal, il Ruanda, il Gabon a breve il Burundi hanno abolito la pena capitale. Infine abbiamo operato per la creazione di un movimento mondiale: nel 2002, proprio nella sede di Sant’Egidio, è nata la Coalizione mondiale contro la pena di morte voluta in particolare da “ Ensemble contre la peine de mort” di Parigi, da Amnesty, Penal reforme international, dalla Federazione dei diritti umani e da noi di Sant’Egidio. Questo mentre l’Europa è diventata il primo continente senza la pena di morte.

Ora il possibile traguardo della moratoria mondiale. Un obiettivo comune ma, si può intuire, camminando su binari distinti rispetto ad Amnesty...

Per Sant’Egidio questa è una battaglia per una giustizia che difenda e rispetti sempre la vita. Riconosciamo i meriti di Nessuno tocchi Caino, ma non condividiamo le loro posizioni sull’eutanasia, sul testamento biologico. Quanto ad Amnesty international pensiamo che perda di credibilità quando, nel difendere i diritti delle donne, usa proprio la parola «diritto» nel caso di aborto scelto da donne violentate. Questo indebolisce la battaglia per la vita e i meriti di Amnesty. Noi condanniamo la pena di morte: è legittimare che l’uomo può dare la morte per volontà dello Stato. Ora, anche di fronte alla violenza più grave, riteniamo si debba rispondere sempre con una apertura alla vita: ricordo quando alle madri ferite e umiliate in Bosnia Papa Wojtyla ribadiva che il nascituro non avendo nessuna responsabilità di quanto di deprecabile accaduto è innocente e non può essere considerato un aggressore. Mi auguro che il tempo aiuterà anche gli amici di Amnesty international a non usare la parola «diritto» di fronte a questi terribili dilemmi.

Ma come fare di questa battaglia giuridica un valore condiviso?

Con Giovanni Paolo II la Chiesa cattolica è diventata una delle grandi agenzie per la vita a tutto campo. Il ruolo dei credenti è quindi fondamentale per costruire questo ethos condiviso. C’è chi, criticamente, sostiene che la Chiesa si mobilità più per la difesa della vita nascente che contro la pena di morte. Io credo che la Chiesa ci chieda di costruire la cultura della vita nei fatti giorno per giorno. Questo aiuterà a scalfire una cultura europea paradossalmente attiva contro la pena di morte ma non nella difesa della vita debole. Con questa cultura della vita stiamo vincendo la lotta contro la pena di morte. Pian piano si diffonderà un altro gusto nella vita che gradualmente conquisterà altri terreni

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