Da Lettera 22 del 17/10/2006
Originale su http://www.lettera22.it/showart.php?id=5823&rubrica=64

Doppio gioco pachistano

Le nuove strategie di Musharraf in Afghanistan

di Elisa Giunchi

Karzai ha accusato più volte Islamabad di dare ospitalità ai militanti talebani e di al-Qaeda e di permettere il loro passaggio oltre frontiera. Non vi è dubbio che esista tra i due paesi un flusso continuo di armi e militanti, come è risultato evidente alla stessa Nato nel corso della recente Operazione Medusa. Il punto è: quali sono le responsabilità di Musharraf e quale, invece, la sua incapacità a controllare le aree di frontiera?

Il presidente e capo di stato maggiore pakistano, dinnanzi all’evidenza, ha dovuto ammettere che alcuni attacchi originano dal proprio paese, ma ha sempre negato ogni responsabilità, dichiarando di avere fatto tutto il possibile per sigillare la frontiera. Qualcosa, in effetti, è stato fatto. Dal 2003 sono stati dislocati nelle aree di frontiera circa 65.000 soldati, grazie ai quali sono stati consegnati alle autorità statunitensi centinaia di militanti. Ma non si può dire che l’operazione sia stata un successo. La presenza delle truppe ha incontrato la resistenza della popolazione locale, tradizionalmente autonoma e collusa coi talebani per motivi di solidarietà etnica e ideologica e, sempre di più, per legami economici legati al traffico della droga. Centinaia di soldati sono stati uccisi e il loro sacrificio è stato inutile: il flusso di guerriglieri oltre frontiera non solo non è mai cessato, ma è andato aumentando.

Nell’opinione di diversi osservatori sarebbe proprio il fallimento della campagna militare ad avere indotto Musharraf a cambiare strategia e a optare per la diplomazia tribale. Secondo i termini di un accordo firmato il 5 settembre nel Waziristan del Nord, dove sembra che si concentri il grosso dei militanti talebani, i leader tribali si sono impegnati a far cessare ogni attacco oltre frontiera e contro le truppe pakistane che si trovano nell’area e a espellere chiunque non si adegui. In cambio di queste concessioni, analoghe a quelle fatte due anni fa in un’altra agenzia tribale, quella del Waziristan, meridionale, il governo federale ha ridotto i posti di blocco, restituito le armi confiscate e liberato numerosi militanti che erano stati catturati nell’area. Parte delle truppe sono state spostate in Belucistan, dove dal dicembre scorso si è intensificata un’insurrezione autonomista anti-governativa. Karzai ha reagito negativamente all’accordo, temendo che preludesse a un rafforzamento dei talebani. Gli eventi sembrano dargli ragione: alla fine di settembre i talebani hanno aperto due uffici a Miranshah, il capoluogo del Waziristan settentrionale, da cui hanno coordinato nuovi attacchi nel sud-est afgano. Ma anche se i leader tribali decidessero di fare rispettare l’accordo, i militanti potrebbero semplicemente spostarsi altrove. E comunque la base logistica di talebani e militanti di al-Qaeda si troverebbe nell’area di Quetta, in Belucistan, e non nelle agenzie tribali di cui fanno parte Nord e Sud Waziristan.

Che senso ha, allora, l’accordo? Quello di riflettere la priorità data dal governo alla repressione dell’insurrezione beluci e di essere parte di un più vasto accordo con l’MMA, la coalizione di partiti religiosa che controlla il governo delle aree di frontiera. Nel 2002 Musharraf ha favorito la formazione e l’ascesa politica di questa coalizione come contrappeso ai partiti democratici, che contemporaneamente venivano delegittimati e ridimensionati. Da allora l’MMA ha, sì, permesso al generale di consolidare il proprio potere, ma al tempo stesso gli ha legato le mani: nelle aree che controlla, la coalizione ha sostenuto apertamente i talebani e ha accelereato il processo di talebanizzazione, mentre in Parlamento si è opposta alla revisione delle leggi islamiche perorata da Musharraf. Il sostegno ai talebani ha forse anche lo scopo di indurre Kabul ad accettare il tracciato confinario, mai riconosciuto, e ad astenersi da ogni interferenza a favore dell’insurrezione in Belucistan. Pretese che hanno alle spalle una lunga storia, che risale alla fine dell’Ottocento, quando gli inglesi imposero una linea confinaria che divideva in due l’etnia pashtun, lasciandone una parte nel Raj britannico. Il confine, ereditato dal Pakistan quando emerse nel 1947 dalla decolonizzazione, non sarebbe mai stato riconosciuto da Kabul che, per rafforzare le proprie rivendicazioni territoriali, arrivò a sostenere negli anni Settanta il movimento separatista beluci. Il Pakistan reagì ospitando e sostenendo i dissidenti islamisti afgani. Tra di essi vi era Gulbuddin Hekmatyar, che sarebbe stato l’alleato privilegiato di Islamabad nel decennio successivo, quando il Pakistan costituì il tramite essenziale degli aiuti statunitensi ai mujaheddin.

Hekmatyar continuò a essere l’uomo di Islamabad anche dopo il ritiro sovietico, quando l’Afghanistan sprofondò nella guerra civile, finchè la sua inaffidalità e inefficacia convinse l’Isi a trovare un nuovo alleato afgano: i talebani. In gioco non vi era solo la definizione confinaria, ma il sogno di trasformare l’Afghanistan in un retrovia strategico da usare in funzione anti-indiana.

Non bisogna dimenticare che l’India è stata sempre preminente nei calcoli politici di Islamabad. L’interferenza pakistana a favore dei talebani avrebbe, secondo alcuni, proprio il fine di impedire all’India di consolidare la propria presenza economica e diplomatica in Afghanistan, tagliando ad Islamabad la strada verso l’Asia Centrale e costringendola, in caso di conflitto con New Delhi, ad aprire un secondo fronte. Va infine detto che la pacificazione dell’Afghanistan renderebbe superflua la collaborazione di Islamabad alla “guerra al terrorismo”, con la conseguenza che gli aiuti economici e militari riconosciuti dagli Stati uniti al Pakistan dopo il 2001 verrebbero drasticamente ridimensionati.

Se queste considerazioni di politica interna e geostrategica possono indurre Islamabad a sostenere i talebani, da un punto di vista economico il Pakistan ha tutto l’interesse a favorire la pacificazione afgana. In questi anni i legami commerciali tra i due paesi sono andati approfondendosi ed è indubbio che, se la guerriglia cessasse, il Pakistan potrebbe giocare un ruolo fondamentale nella ricostruzione del sud e del sud-est afgano. Anche i suoi rapporti commerciali verso l’Asia centrale, dove compete con i prodotti cinesi, indiani e iraniani, ne risulterebbero facilitati. Sul tavolo delle trattative, che coinvolgono il Turkeministan, vi è poi la costruzione di un gasdotto che attraverso l’Afghanistan arrivi in Pakistan, assetato di idrocarburi. Costruzione che come condizione essenziale ha la stabilizzazione delle aree situate lungo il tracciato del gasdotto. Infine, è nell’interesse di Musharraf che la situazione afgana non degeneri in una guerra civile su base etnica, che potrebbe allargarsi oltre frontiera, alimentando i dissidi inter-etnici che da decenni minacciano l’unità territoriale pakistana. Il futuro della guerriglia in Afghanistan dipende in larga misura dal peso relativo che il governo pakistano vorrà dare a questi interessi contrastanti.

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