Da Lettera 22 del 10/10/2006
Originale su http://www.lettera22.it/showart.php?id=5774&rubrica=99

Fermenti messicani, tra muri e rivoluzioni

La rivolta di Oaxaca, il nuovo viaggio di Marcos, il muro di confine approvato negli Usa e il governo ombra di Obrador: per il futuro presidente Felipe Calderon, si preannuncia un avvio complicato

di Francesca Minerva

Il presidente dimezzato non si è ancora insediato e già cresce a dismisura il numero degli impegni sulla sua agenda. Il paese sembra esplodergli tra le mani. Guardando a sud, c’è il conflitto di Oaxaca. Calderon spera ancora che sia solo una questione locale, ma il precipitare della rivolta fa pensare altrimenti. E non è il solo a seguire con grande apprensione quella che, nata come protesta sindacale nel maggio scorso, ha finito per trasformarsi in una guerriglia con l’instaurazione di un governo autonomo. Oaxaca, vicino al Chiapas ribelle degli zapatisti e al violento Guerrero, è uno dei tre stati più poveri del Messico. Il 70% della popolazione è indigena, vive senza acqua potabile, fognature e pavimentazione, e vede i fondi destinati a salute ed educazione perdersi tra i corridoi dei palazzi governativi. In 25mila, ogni anno scappano verso il nord, mentre migliaia di turisti si riversano sulle spiagge di Puerto Escondido. Il capitale straniero è anch’esso attratto da quelle terre povere, ma ricche di risorse naturali, e il più grande piano di libero commercio esistente al mondo, il Ppp (Plan Puebla Panamá), ha la sua spina dorsale proprio nell’istmo di Tehuantepec, a Oaxaca: 146 progetti per la modernizzazione dell’area, con 220 chilometri di autostrade per collegare i porti del Golfo del Messico a quelli dell’Oceano Pacifico. Grandi dighe, nuove fabbriche, strutture turistiche e un mega impianto di energia eolica. Il tutto a suon di espropriazione delle terre indigene.

Le comunità locali contestano da anni il modello di sviluppo imposto dall’alto e rivendicano il diritto all’autodeterminazione. Gridano il loro no ai tentativi governativi di privatizzare le terre comunali e in molte zone si auto-governano secondo gli usi e costumi tradizionali.

A cercare di mettere ordine c’è il governatore Ulises Ruíz, uomo forte del vecchio Pri (Partido revolucionario institucional), eletto nel 2004 tra forti sospetti di frode. Quando nel giugno scorso, con i media distolti dai mondiali di calcio e dalla campagna elettorale per la presidenza, sperava di risolvere l’ennesima protesta sparando sui manifestanti, migliaia di contadini, indigeni e cittadini esasperati dai metodi repressivi si sono uniti alle proteste dei maestri con una sola richiesta: le dimissioni. Hanno preso d’assedio la città, occupato le strade del centro, gli uffici governativi e fondato l’Assemblea Popolare del Popolo di Oaxaca (Appo) che, sul modello dei già consolidati municipi autonomi del Chiapas, fa le veci del governo. Il dialogo tra le parti si è aperto e interrotto più volte e il bilancio dei morti ha superato quota dieci. Mentre in oltre 5mila hanno intrapreso una marcia di protesta giunta alle porte di Città del Messico.

Ma nella capitale federale Calderón ha ben altri pensieri. Il suo incubo peggiore è sicuramente López Obrador. Che continua a essere l’indiscusso protagonista della scienza politica messicana. Per colpa, in un primo tempo, di una campagna elettorale che lo ha demonizzato. E in seguito a causa delle proteste dei suoi sostenitori che gridavano alla frode elettorale.

La lunga attesa per l’esito della decisione del Tribunale elettorale sulla validità delle contestatissime elezioni, terminata solo il 5 settembre con la proclamazione della vittoria di Calderon, è coincisa con l’escalation delle proteste dei sostenitori di Obrador: dopo l’occupazione della piazza principale della capitale, durata oltre un mese, la ribellione è passata in parlamento quando, il primo settembre scorso, i legislatori dell’opposizione hanno impedito a Fox di pronunciare il “discurso al la nación” occupando la tribuna del congresso. Un altro rituale del presidenzialismo messicano è stato poi infranto il 15 settembre, anniversario dell’indipendenza messicana, quando nella piazza dello Zocalo, a lanciare il celebre grido che rievoca la liberazione dalla Spagna, non è stato il Presidente, come vuole la centenaria tradizione, bensì Obrador circondato da oltre un milione di sostenitori.

Alle manifestazioni di resistenza civile si è aggiunta, in quella stessa data, la convocazione di una Convenzione nazionale democratica che, a furor di popolo, ha nominato Obrador «legittimo presidente». Autoproclamazione non priva di fondamento ma che fa leva sull’articolo 39 della Costituzione messicana: «il popolo ha, in qualunque momento, l’inalienabile diritto di modificare la forma del proprio governo».

Il calendario delle proteste prevede l’insediamento alla presidenza-alternativa da parte di Obrador il prossimo 17 novembre, anniversario della rivoluzione messicana, nonchè una serie di manifestazioni per impedire l’insediamento di Calderon del primo dicembre.

Non dorme certo sonni migliori il neo-presidente guardando fuori casa dove, se poteva anche prevedere il mancato benvenuto da parte di Chavez e Morales, sperava di cavare qualcosa di buono dai vicini del nord. Ma quei mille chilometri di muro che correranno tra Messico e Stati Uniti non piacciono neanche a lui.

C’è poi il Sub Comandante, che fa sempre un po’ paura. Ha appena ripreso il lungo viaggio per il paese che lo porterà nel nord a tessere reti tra associazioni indigene, contadine, operai, studenti e tutto quel Messico “in basso e a sinistra” deciso a inventare un modo nuovo di far politica. La carovana dell’Altra campagna, partita dal Chiapas il primo gennaio scorso, doveva continuare il suo viaggio per «ascoltare il paese» e costruire un programma di lotta anti-capitalista durante tutta la campagna elettorale e in contrapposizione ad essa. Ma la durissima repressione, nel maggio scorso, di una manifestazione di contadini sostenuti da membri dell’Altra campagna a San Salvador Atenco lo ha interrotto.

Se il Sub Comandante non gode più della popolarità di un tempo, non ha però perso le sue grandi doti di leader tra i diseredati di sempre. E non piace né a destra né a sinistra il suo richiamo ad una politica dal basso, all’autonomia e all’autodeterminazione. E’ un tassello in più di quella crisi dei modelli di rappresentazione politica a cui il Presidente dovrà fra fronte.

Ma Felipe Calderon fa finta di non vedere, forte del fatto che i numeri per governare li ha: il Pan (Partido de acción nacional) controlla il 42% della Camera e il 41% del Senato e le alleanze con il vecchio Pri gli permetteranno di controllare il Congresso senza problemi. Ma una cosa è controllare il congresso, altra è rappresentare un paese, come sembrano ribadire più voci. Del resto i due terzi dei messicani che votarono il 2 luglio (e ancor più quel 40% che non votò affatto), non ha scelto Calderon. E non vuole né lui né qualunque altro Presidente che non cominci a dare una risposta alla questione numero uno: democratizzare la relazione tra cittadini e politica.

Come ha scritto Navarro sul quotidiano messicano La Jornada, crisi politica e crisi del modello di comando si sono combinate. Approfittando del conflitto in alto, milioni di persone “in basso” hanno espresso la loro insubordinazione. Non sono più disposte ad accettare imposizioni. E scivolano nelle crepe che il conflitto, in alto, lascia aperte. Se Calderón non capisce in fretta che la questione non è controllare le istituzioni ma rifondarle e renderle rappresentative, rischia di scivolare presto anche lui.

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