Da La Stampa del 08/10/2006
Originale su http://www.lastampa.it/redazione/cmsSezioni/cronache/200610articoli/11...

REGGIO CALABRIA LO SFOGO DI DOMENICO LUPPINO, DA PRIMO CITTADINO MODELLO A INFAME CONDANNATO ALLA SOLITUDINE

«Ho sfidato la ‘ndrangheta e ora vivo da appestato»

L’ex sindaco: anche lo Stato mi ha abbandonato

di Antonio Massari

Sinopoli (REGGIO CALABRIA). Il deserto degli infami è il luogo delle battaglie perse. L'infame Domenico Luppino, neanche un anno fa, era un sindaco modello. Aspromonte, Sinopoli, paesino franoso di 3 mila abitanti: la lotta alla 'ndrangheta gli costa nove attentati in quattro anni e mezzo.

Gli fanno esplodere la tomba del padre, gli ammazzano il cane, gli distruggono i campi d'ulivo, gli incendiano il furgone, lo obbligano a girare scortato, è costretto a trasferire la famiglia a Reggio Calabria. Il suo ultimo atto pubblico: l'adesione alla marcia di Locri. Il 5 novembre 2005 sfila con il gonfalone del paese, contro la 'ndrangheta che ha appena ucciso Franco Fortugno, vice presidente del consiglio regionale. Poi a Sinopoli tutto finisce. Improvvisamente. Tre settimane dopo si dimettono sette consiglieri. C'è chi ha problemi di salute, chi di lavoro, chi di famiglia: il consiglio comunale si scioglie. «Mi hanno dimissionato - dice Domenico - ho perso la mia battaglia». Eppure non era cresciuto con la vocazione all'eroismo. Anzi. «Sono cresciuto in un clima di minacce. La mia famiglia subiva attentati quando avevo soltanto dieci anni. Solo per un caso fortuito, una volta, sventarono il mio sequestro. Abbiamo sempre cercato di mediare, come fanno in tanti, tentando di arrivare a un compromesso. L'ho fatto anch'io. Poi a 40 anni mi sono stancato». Il punto è che la testa, Domenico, non l'aveva mai alzata. «Quando mi hanno eletto, pensavano che l'avrei tenuta bassa, come sempre. Perché sono stato eletto con i voti buoni e con i voti mafiosi. Bisogna capire: chi fa il sindaco, qui, ha sempre un conto da saldare. E io non l'ho mai saldato: questo vuol dire alzare la testa. Anche perché non ero andato in giro a chiedere voti. Così il meccanismo s'è inceppato: la 'ndrangheta pensa che la cosa pubblica sia un bene da razziare. Ma di razzie, finché ero sindaco, non se ne facevano».

Sciolto il consiglio comunale, terminata la stagione degli attentati, inizia quella della solitudine. Il sindaco non è più sindaco. Non conta più niente. E' meno di un uomo: è un infame. La sua pena è l'isolamento totale. «Essere infame è peggio che essere cornuto. Rappresenta il massimo disvalore di un individuo. Ogni cosa ti è preclusa. Perdi qualsiasi dignità. E qualunque cosa ti accada, anche la peggiore, è legittima: te la sei meritata».

La scorta revocata due mesi fa, il resto della famiglia a Reggio Calabria, la sensazione di essere abbandonati persino dalle istituzioni. «Avevo chiesto di lavorare in un qualunque organismo istituzionale: per contribuire alla crescita del senso civico. Senza incarichi politici e senza compensi. Non ho avuto riscontri. Anche le istituzioni mi hanno abbandonato. Quali? Se mi chiedesse il nome del mafioso glielo farei. Ma l'istituzione no: mi fa molta più paura. In molti hanno una mentalità mafiosa, alla quale aggiungono i poteri dello Stato: sono ancora più forti sia nell'isolarmi, sia nel controllarmi».

E l'antimafia? «Questi "professionisti" dell'antimafia la situazione la conoscono: non devono mica fare un favore a me. O c'è bisogno del morto ammazzato? Dopo nove attentati, anche in paese, qualcuno si aspettava la reazione dello Stato. La sto aspettando anch'io». Nell'attesa è rimasto completamente solo. Incontra il postino, i dipendenti dell'azienda, qualche vecchio amico. Tutto qui. «L'isolamento al quale mi hanno ridotto e la tranquillità, che ormai dura da parecchio, rappresentano un messaggio chiaro: mi lasciano una possibilità».

Una via d'uscita paradossale: conquistare il reinserimento sociale. «Ho difeso la legalità e ora devo espiare la mia colpa con l'isolamento. Ho 42 anni. Sono un imprenditore agricolo che porta avanti la sua impresa. Vivo fuori dal contesto sociale. E non per mia volontà. Quasi nessuno mi saluta. E' come se non esistessi. In questo messaggio c'è un solo spiraglio: adeguati e torneremo ad accettarti. Ma del mio passato non rinnego nulla. Sento solo un grande vuoto. Che mi spinge a mollare, a cercare altrove, perché io questo vuoto non riesco proprio a riempirlo, in nessuna maniera. Salvo in qualche giornata di sole. Quando la vista dei paesaggi dell'Aspromonte ti riempie l'anima».

E di andar via, Domenico, non ha nessuna voglia. Sarebbe la sconfitta definitiva: «Significherebbe firmare la disfatta. Invece resto qui: perdo con l'onore delle armi. E la ‘ndrangheta me lo concede: non ho più incarichi, sono tagliato fuori da qualsiasi implicazione sociale. Capisce? Sono la rappresentazione vivente della loro forza: mi sono dovuto piegare al loro volere. Non importa con quale mezzo. L'importante è che ci siano riusciti. E senza reazione da parte dello Stato. Mi è rimasta solo una risposta: esco per strada più di prima, più di quando ero sindaco, e fisso la gente negli occhi: fate finta di non vedermi, fingete che sia un fantasma?. E sia. Ma guardatemi bene: non ho abbassato la testa».

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