Da La Stampa del 26/08/2006
Originale su http://www.lastampa.it/redazione/cmsSezioni/cronache/200608articoli/96...

Immigrazione i tragici racconti dei clandestini approdati a Lampedusa, mentre esplode la polemica tra maggioranza e opposizione sul futuro della «Bossi-Fini»

«La mia piccola morta di freddo sul barcone»

Mary aveva un anno, il cadavere gettato in mare

di Francesca Paci

LAMPEDUSA. La storia dei 68 clandestini scomparsi a una cinquantina di miglia da Lampedusa tra il 19 e il 20 agosto scorso resta sospesa, condannata a una conclusione aperta finché qualche corpo, vivo o morto, non dia termine alle ricerche. Quella di Mary, la piccola di un anno e mezzo morta dieci giorni fa di fame e freddo su un gommone alla deriva, giunge a terra solo ora, eco lontana di un viaggio della speranza cominciato ai primi di luglio in Sierra Leone.


LA MAMMA

«Siamo partiti in quattro, io, mio marito e i nostri due bambini, un lungo viaggio fino alla Libia attraverso il Burkina Faso e il Niger» racconta mamma Anne in inglese ai volontari del Centro Misericordia di Dio. E' sbarcata sull'isola mercoledì notte, soccorsa dalla guardia di finanza insieme a quel che resta della sua famiglia e agli altri 25 disperati a bordo dello stesso peschereccio sgangherato. Accanto a lei che risponde alle domande e si stringe nella coperta siedono il figlio di tre anni Peter e il marito Henry. I loro veri nomi e la ricostruzione di questo esodo di quasi due mesi sono stati registrati da Simona Moscarelli, responsabile locale dell'Organizzazione Internazionale per le Migrazioni: tutti e tre hanno chiesto asilo politico in Italia. Scappavano dagli strascichi della guerra civile in Sierra Leone, una delle tante combattute in Africa salita agli onori della cronaca per l'arruolamento dei bambini soldato. Un inferno tale da convincere una coppia di ventenni abbastanza benestanti come Anne e Henry a lasciarsi casa e lavoro alle spalle per fuggire a ogni costo, provandoci due volte, la seconda gravata dall'angoscia di solcare il mare tomba della figlioletta. Perché Mary è morta al primo tentativo: troppo piccola e fragile per sopportare il naufragio, cinque giorni alla cieca su un gommone senza carburante né acqua da bere prima d'essere riportati a riva, ad al Zuwara, trascinati dal vento e dalla corrente. La memoria ora tiene a galla Anne, un'ancora per rimanere viva: «Eravamo in 40, stretti stretti. C'era anche una nostra connazionale, aveva due bambini, uno di sei e una di tre anni. La sua piccola è morta quasi subito e la madre l'ha gettata in mare, il ragazzino ha resistito ma alla fine non camminava più. Mary stava male, quando siamo scesi a terra era gelata, non respirava». Mamma e papà l'hanno rimessa in acqua, a raggiungere l'altra, due piccolissime vittime in poche ore. Due corpicini dimenticati per sempre nel cimitero del canale di Sicilia, dove negli ultimi dieci anni hanno perduto la vita 1811 persone, 1085 delle quali disperse.


LE VITTIME

«Non sapremo mai quanti clandestini sono nascosti in fondo al mare, possiamo solo basarci sul racconto di chi arriva e spesso parla di compagni che non ce l'hanno fatta e sono stati abbandonati lungo il tragitto», osserva il comandante di una delle due navette della guardia costiera, di ritorno dalla settima operazione della giornata. Alle 20 di ieri sul molo di Lampedusa erano già sbarcati circa 150 immigrati, molti di loro marocchini dirottati verso le isole Pelagie dalla nuova frontiera invalicabile della Spagna di Zapatero, tutti con la stessa storia: partenza dalla Libia senza scafista al timone, barca in balia del mare, il cellulare per chiamare un cugino o un connazionale già in Italia e dare l'allarme. E' andata così anche ai genitori di Mary. Dopo averla consegnata alle onde hanno venduto quel che gli rimaneva, le collane di Anne e qualche oggetto, e hanno acquistato un nuovo passaggio: «Tornare indietro per noi era impossibile». L'altra donna invece, la mamma della bimba morta prima di Mary, è rientrata in Sierra Leone, con il figlio sopravvissuto paralizzato non ha voluto tentare più. Per ora, almeno.


NON ARRENDERSI MAI

Gli operatori e i volontari del Misericordia di Dio, che nel giro di due giorni ha superato la cifra di 350 ospiti, dicono che molti clandestini provano e riprovano più volte. E molti portano negli occhi le immagini di chi non ce la fa, i meno fortunati che guardavano al mare come alla via fuga e hanno trovato la fine. Le navette della guardia costiera e gli uomini della finanza li cercano ancora, con sempre minore speranza. I 68 del naufragio di una settimana fa e ora le due bambine di cui nessuno sapeva fino a ieri. Quanti sogni siano sepolti in fondo al mare di Lampedusa è un mistero come la rotta dei sognatori che s'imbarcano pur conoscendo i rischi, le incertezze del viaggio, talvolta i nomi delle vittime che li hanno preceduti. Capita che dall'acqua turchese affollata di bagnanti in ferie affiori un frammento, la piccola galoche gialla raccolta lunedì scorso dall'infermiera palermitana Teresa al largo di Cala Pulcino, ma è la suggestione a collegare ai clandestini oggetti perduti più verosimilmente da turisti distratti. Gli immigrati dei barconi fantasma non lasciano tracce reali, scendono al molo e spariscono inghiottiti dalle mura del Misericordia di Dio oppure esistono la durata di un pieno di carburante come Mary e la sua amica di tre anni.

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