Da Pagine di Difesa del 02/03/2006
Originale su http://www.paginedidifesa.it/2006/punzo_060302.html

Un bilancio provvisorio dell’attività del Tribunale dell’Aja

di Giovanni Punzo

Più di un decennio fa, nel 1993, fu istituito il Tribunale dell’Aja (International Tribunal for the Prosecution of Persons Responsible for Serious Violations of International Humanitarian Law Committed in the Territory of the Former Yugoslavia, Itcy). Negli intendimenti del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite esso avrebbe dovuto assolvere tre funzioni: indagare sui crimini di guerra per processarne gli autori senza permettere che restassero impuniti; fungere da deterrente per ammonire i belligeranti ad astenersi da ulteriori atrocità; contribuire alla pace nella regione favorendo i processi di riconciliazione. Di fronte a queste tre istanze, solo quando un giorno si deciderà la chiusura dei lavori, sarà possibile trarre un bilancio complessivo. Oggi si possono fare a riguardo però alcune osservazioni.

In primo luogo i processi: dopo le difficoltà iniziali – e il pessimismo nei confronti dell’eventuale azione contro ‘alte personalità’ politiche e militari – si è andati molto avanti. Mancano ancora però i due massimi responsabili dei massacri in Bosnia (Radovan Karadzic e Ratko Mladic), la cui latitanza è collegata al permanere di ‘reti di potere’ occulte, soprattutto nella Republika Srpska e nella stessa Serbia. Benché al momento sia difficile parlare di collaborazione piena e trasparente da parte di tutti gli ex-belligeranti, non esiste più il clima di aperta ostilità nei confronti della Corte e si sono manifestati dei segnali positivi. Dopo l’impennata nel numero dei procedimenti verificatasi tra il 2002 e il 2003, è possibile ora pensare a un piano di cessazione dell’attività. In tal modo, si ipotizza entro il 2008, i dibattimenti in primo grado del Tribunale dovrebbero finire, mentre per il grado di appello una conclusione è prevista entro il 2010. Gradualmente tutta l’attività residua dovrebbe quindi essere svolta da corti nazionali, confidando anche in un’auspicata stabilizzazione delle situazioni interne che consenta di celebrare con relativa serenità i processi.

Un altro problema è costituito dal numero elevato dei potenziali indagati: secondo una stima del procuratore Del Ponte (valutazione forse per eccesso) sono tra i 70 e gli 80mila. Questo problema è particolarmente sentito in quanto, sulla base dello Statuto del Tribunale, non esiste un ‘limite verso il bassoì, ovvero una norma che stabilisca di non procedere nei confronti dei personaggi minori. Una considerazione analoga fu fatta anche dagli alleati che, in Germania tra il 1946 e il 1947, parlarono di almeno dieci o dodicimila nazisti da sottoporre a processo. Rispetto al paradigma di Norimberga si notano delle contraddizioni nell’applicazione della giurisprudenza, anche se è vero che l’eredità di Norimberga si concentra tutta nel processo principale a una ventina di alte personalità del regime nazista che si svolse in dieci mesi di udienze.

Attualmente – utilizzando un termine improprio – la corte ‘seleziona’ i casi di rinvio a giudizio sulla base della loro gravità e in questo modo le opinioni pubbliche nazionali sono portate a trarre considerazioni fuorvianti sulla effettiva imparzialità della giustizia internazionale. Questo aspetto diventa ancora più pericoloso quando si pensa che in alcuni Paesi gli imputati sono considerati eroi nazionali (il caso di Ante Gotovina è eloquente). Far subentrare le corti nazionali diventa quindi una necessità oggettiva. La punizione dei singoli responsabili aiuta la ripresa della convivenza etnica proprio perché giudica l’operato di un individuo e non di tutta una popolazione. Inoltre, in un caso delicato come quello della ex-Jugoslavia, il potere di una corte internazionale, esterna cioè alle comunità coinvolte e non riconducibile a pregiudizi etnici, rafforza l’autorevolezza delle sentenze. Oltre ai dibattimenti si è rappresentata l’attività del Tribunale come una psicoanalisi collettiva e la conclusione naturale potrebbe essere una ‘amnistia senza amnesia’, come è stato proposto da numerosi giuristi.

E’ importante però documentare sempre queste attività e non lasciare cadere certi comportamenti, volutamente o per fretta nel condurre le indagini, soprattutto perché il rischio di alimentare desideri di vendetta – sempre pericolosi, come la storia dei Balcani attesta – è sempre elevato. Un piano sul quale è stata lamentata una grave carenza è invece la mancanza di un’adeguata strategia comunicativa nei confronti delle opinioni pubbliche dei Paesi balcanici. Il Tribunale tiene costantemente aggiornata l’informazione sull’andamento dei dibattimenti attraverso un sito internet, ma ha sviluppato con un certo ritardo la strategia di fondo sui concetti generali. Comprensibile quindi l’avversione nei confronti della sua attività, soprattutto quando collideva con i nuovi miti fondanti degli Stati balcanici, all’interno dei quali – per tradizione – la manipolazione delle pubbliche opinioni è spesso un elemento costitutivo.

Meno ottimistica è la valutazione sul valore preventivo o di ammonimento nei confronti degli autori dei crimini. Dopo l’istituzione del Tribunale si sono verificati comunque sia il massacro di Srebrenica sia le vicende del Kosovo. Nel decennio balcanico non si assistette a una escalation di violenza, nel senso che – sia pure in forme diverse – orrori furono commessi ovunque dall’inizio alla fine. Furono le potenze occidentali semmai responsabili di non aver appoggiato con fermezza l’azione del Tribunale e di non essere intervenute prima, mentre il Tribunale era comunque impegnato a definire le proprie regole. Negli anni della guerra in Bosnia mancò la piena comprensione di quanto stava accadendo. La pulizia etnica fu un metodo di guerra praticato come moltiplicatore della forza militare; nessuno dei contendenti aveva la capacità di prevalere sull’altro sul piano dei rapporti di forza (come avviene nei conflitti convenzionali) e pertanto terrore e massacri di popolazione civile erano parte integrante della guerra.

In altre parole le stragi furono deliberate e non si trattò mai di danni collaterali: l’obiettivo politico della creazione di Stati mono-etnici era del tutto estraneo alla tradizione balcanica che, come si sa, è più storia di minoranze sparse a macchie di leopardo. L’istituzione del Tribunale non fermò i massacri perché non costituì uno strumento di pressione efficace, come del resto, senza volontà politica internazionale, non poteva essere altrimenti. Dalla sua istituzione a Dayton passarono due anni senza particolari successi e la giustizia non può che agire a posteriori. Per quanto riguarda invece l’autorevolezza dei componenti della corte e della procura le valutazioni sono state giudicate nell’insieme positive: al contrario di molte altre iniziative internazionali delle Nazioni Unite il prestigio delle numerose personalità che vi hanno collaborato (tra i quali alcuni italiani) è sempre rimasto elevato e in complesso relativamente immune dalle consuete critiche che si levano spesso in questi casi.

Una vistosa eccezione in questo quadro, che potrebbe fino ad ora sembrare idilliaco, è il controverso aspetto dei rapporti con Ifor-Sfor e Kfor, ovvero con la Nato. Due i problemi principali: la ricerca dei criminali di guerra in Bosnia e la mancata inchiesta sui presunti crimini di guerra durante la campagna aerea per il Kosovo. In effetti la collaborazione per la ricerca e la cattura dei criminali di guerra non è mai stata sentita come prioritaria dai contingenti militari e, del resto, dalle missioni Onu operanti sul campo dipendevano numerosi corpi di polizia. Alla base dei dissidi in primo luogo due diverse e distinte sensibilità: il Tribunale con il compito di fare giustizia e una forza militare sul campo incaricata soprattutto della stabilità delle zone affidate. Ciò nonostante, i casi di operazioni di cattura effettuate con successo da reparti militari (talvolta anche con conflitti a fuoco e perdite) sono stati abbastanza numerosi, ma non tanti da tacitare del tutto le critiche sulla cattiva volontà nella collaborazione.

Per quanto riguarda invece la mancata inchiesta sulle conseguenze dei bombardamenti e dei relativi danni collaterali, occorre ricordare che tale richiesta fu sollevata da una delle parti in campo (la Serbia, nel 1999) nel momento dell’avvicendamento ai vertici della corte e della procura di personalità decisamente occidentali (una americana e una canadese), nelle quali si incarnava, secondo le fonti serbe, lo spirito della congiura contro Belgrado. Lo spettro della congiura internazionale ordita contro il popolo serbo fu sempre un potente strumento di pressione e di controllo dell’opinione pubblica e inoltre quasi in contemporanea fu formulata l’accusa a Milosevic (24 maggio 1999).

Il momento fu estremamente difficile e rappresentò il culmine delle accuse di parzialità al Tribunale, ma non bisogna nemmeno dimenticare che, nella prima fase dei bombardamenti, proprio il consenso interno a Milosevic subì una forte impennata. In effetti però, dopo che furono resi noti i risultati dell’inchiesta sulle conseguenze dei raid aerei (tra cui il bombardamento della televisione serba e del treno sul ponte di Grdelica che causò 12 morti), numerosi giuristi internazionali non mancarono di sottolineare come la superficialità dei dati forniti non potesse costituire un elemento sufficiente a scagionare completamente la Nato dalle accuse ma nemmeno a incriminarla. La decisione di non procedere adottata dal procuratore Del Ponte sembrerebbe alla fine essere stata precipitosa non in sé, piuttosto che basata su elementi attendibili.

Attualmente infine il Tribunale è diventato parte integrante della strategia di integrazione europea o - per meglio dire - della rifondazione dei valori di giustizia e di rispetto dei diritti umani. L’Unione non intende accettare Stati che abbiano una posizione ambigua nei confronti dei ricercati o nei confronti dell’attività della corte. Dopo la Croazia, la cui opinione pubblica ha dovuto ingoiare bocconi amari, anche la Serbia ha ricevuto un ultimatum preciso e si sta dibattendo la questione di Mladic. Ancora una volta la volontà di voltare pagina deve essere espressa dai nuovi Stati per accedere a un nuovo modello di coesistenza. Il futuro è nelle loro mani.

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