Da La Repubblica del 22/11/2005

Occasione storica in Palestina

di Sandro Viola

NON era stato difficile prevedere che il ritiro da Gaza avrebbe avuto conseguenze importanti nella politica israeliana: ma nessuno s'era spinto sino ad immaginare il vasto, decisivo sommovimento di questi ultimi dieci giorni.

L'elezione del sindacalista – e sefardita – Amir Peretz alla leadership del Labor, l'uscita di Sharon dal Likud per formare un nuovo partito, la convocazione a marzo di elezioni anticipate. In meno di due settimane, quindi, la scena politica d'Israele ha mutato faccia. Un cambiamento (un «big-bang», lo hanno definito i giornali israeliani) che riflette le attese createsi nella maggioranza della società con lo sgombero da Gaza, e destinato a migliorare le prospettive del negoziato da cui dovrebbe nascere, finalmente, lo Stato di Palestina.

Cominciamo dalla rottura tra Sharon e il Likud, il partito che aveva contribuito a fondare nel 1973 e di cui è stato per sei anni (sino alle divisioni interne provocate dal suo piano di ritiro da Gaza) il leader indiscusso. Lo strappo è clamoroso, per non dire drammatico, ed ha un solo, chiarissimo significato. Sharon ha capito che restare legato al Likud e alle sue appendici, i sionisti religiosi e l'estrema destra nazionalista, non gli avrebbe consentito di portare avanti il processo di pace così com'è delineato nella «road map». In una conferenza stampa, ieri sera, lo ha detto in modo esplicito: se anche avesse vinto alla testa del suo vecchio partito le prossime elezioni, il nuovo governo si sarebbe trovato esposto ad una continua, turbolenta e logorante dissidenza interna.

Perciò ha lasciato, e andrà alle elezioni con un nuovo partito che egli definisce «centrista», nel quale dovrebbero confluire una parte del Likud (se non addirittura una metà, a sentire alcuni commentatori politici israeliani), forse una frangia della sinistra e forse il partito Shinui di Tony Lapid. Si tratta d'un azzardo, d'un gesto non abbastanza meditato? No.

Sharon conosce bene il suo paese e gli umori che vi circolano. E prevede quindi che una maggioranza elettorale non si possa raccogliere in Israele, oggi, senza un programma di trattative dirette e indirette con i palestinesi, così da approdare a un compromesso territoriale e all'arresto, sia pure non immediato e definitivo, della violenza armata.

Lo Sharon di quest'ultimo anno continua a stupire. La sua inversione di marcia è sempre più spettacolare. Prima ha smantellato - lui, il massimo architetto della colonizzazione ebraica dei territori occupati - le colonie di Gaza; poi ha fatto capire di voler sgombrare in futuro gli insediamenti più isolati della Cisgiordania; e ieri s'è sbattuta alle spalle la porta del Likud, provocando così un probabile disfacimento del partito in cui ha militato per tre decenni. Ma a guidarlo, adesso che è tramontato il sogno del Grande Israele cui aveva dedicato quasi intera la sua vita, sono il suo pragmatismo e l'attaccamento al potere. Da un lato il fallimento dell'occupazione (fallimento politico, economico e morale) è divenuto infatti evidente, dall'altro una maggioranza del paese e il governo degli Stati Uniti premono perché riparta al più presto il negoziato con i palestinesi. Deciso a guidare il prossimo governo di Gerusalemme, Sharon ha quindi scelto la rottura con le destre.

Anche perché intanto c'era stato l'ingresso sulla scena di Amir Peretz. Col suo solo emergere al vertice del Labor, il sindacalista che dirige l'Histadrut, la potente centrale sindacale israeliana, aveva già in parte terremotato il quadro politico del paese. Ex esponente del movimento pacifista, da tempo sostenitore d'un contenimento del bilancio militare a favore d'una più larga spesa sociale, Amir Peretz andrà alle elezioni sbandierando il disastro della politica di colonizzazione nei territori occupati.

Le enormi risorse finanziarie fagocitate dai coloni in questi trentott'anni, la cui conseguenza è la povertà di quasi un terzo degli israeliani. Dunque la necessità - anzi l'urgenza - d'un ritiro graduale e negoziato dai territori occupati.

Non basta. D'origine marocchina, primo ebreo sefardita alla leadership d'un grande partito come il Labor, Peretz potrebbe scollare dal Likud una parte almeno del voto sefardita, da sempre agglutinato attorno alla destra. E Sharon deve aver calcolato anche questo. Per Peretz, le probabilità di far risorgere dopo anni di declino il partito laburista, e persino l'eventualità d'una vittoria alle prossime elezioni, sarebbero state molto consistenti se lo scontro elettorale fosse avvenuto come al solito tra Likud e Labor, tra destra e sinistra. Mentre è diverso adesso che tra i due tradizionali contendenti c'è un terzo partito. Uno Sharon che dalla sera alla mattina ha preso a criticare la politica economica rigidamente liberista condotta da Likud, e per quel che riguarda il conflitto con i palestinesi ribadisce con forza l'intenzione di rimettere sui binari la «road map».

Lo sfondo politico israeliano aveva cominciato a trasformarsi la scorsa estate, quando s'era capito che esisteva ormai una maggioranza favorevole alla fine dell'occupazione dei Territori. Ma oggi è definitivamente modificato. Basta pensare, oltre a quel che s'è già detto, all'ultimo atto importante del governo in carica: l'accettazione d'una presenza internazionale al valico di Rafah, tra Gaza e l'Egitto. Una presenza che nel quadro del conflitto con i palestinesi, i governi israeliani avevano in passato sempre respinto.

Insomma: chi vorrà vincere alle prossime elezioni, dovrà promettere agli israeliani ogni sforzo possibile per approdare ad un compromesso territoriale con i palestinesi. Il che vuol dire che l'incertezza, a questo punto, non riguarda tanto la volontà di pace in Israele. Riguarda la volontà, la capacità della leadership palestinese di cogliere un'occasione storica e forse irripetibile.

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