Da La Repubblica del 18/09/2005

L'inchiesta - Ombre sul futuro

Tra i cercatori di Oro nero con l'incubo che finisca

Il prezzo del petrolio tiene in ansia l'economia mondiale: lo sviluppo richiede un contributo sempre maggiore di energia, ma la caccia ai megagiacimenti va a vuoto da anni. Siamo andati a vedere un pozzo e una piattaforma per provare a rispondere alla domanda più inquietante: quanto dureranno le riserve?

di Maurizio Ricci

RAVENNA - Dimenticate James Dean e Il gigante. Quelle foreste di titanici martelli che frantumano la roccia per estrarre il petrolio e farlo zampillare dalle viscere della terra non esistono più da molti anni. Oggi si usa una trivella, che zigzaga in profondità, spesso in orizzontale, per succhiare il greggio dall'angolo più conveniente. E, una volta che la perforazione è finita, il pozzo di oggi è uno spettacolo quieto e modesto, come questo dell'Eni che ho di fronte in Val d'Agri, in Lucania. Difficile individuarlo, anche da qualche decina di metri di distanza. Da vicino, tutto quello che si vede è un tubo con tante valvole abbarbicate addosso, non troppo diverso da un impianto di riscaldamento di un condominio. Al suo interno, il petrolio - anzi "l'olio" come lo chiamano familiarmente i tecnici che ci lavorano - sale da migliaia di metri di profondità, dentro un tubo delle dimensioni dello scarico di un water e viene convogliato in un'altra condotta, che lo porterà nel centro di trattamento, per essere depurato di gas e acqua. Eppure, questa non è una mini-operazione. Il giacimento di Val d'Agri è il più grande dell'Europa continentale: a regime, probabilmente già l'anno prossimo, produrrà centomila barili di "olio" al giorno, una cifra più che rispettabile. è con questa cifra, in fondo, che è iniziata, neanche l'altro ieri, la Grande Era del Petrolio. Era una mattina di gennaio, tiepida quanto lo può essere una mattina di gennaio nel sud est del Texas, sulla collina di Spindletop, vicino al confine con la Louisiana. è il 10 gennaio 1901. L'ora, dicono le cronache, le 10 e trenta. Al Hammill si sta allontanando dal pozzo per andare a dire al fratello Curt che, maledizione, di petrolio lì non ce n'è. Ma, alle sue spalle, si ode un'esplosione: una nube di metano esce dal buco che Al stava perforando e, con un ruggito, un fiume di petrolio schizza cento- duecento metri verso il cielo. Nella pioggia nera e vischiosa che li infradicia, i due fratelli Hammill ballano di gioia: Spindletop è il primo grande giacimento dell'era del petrolio. I pozzi già esistenti davano 50-100 barili al giorno, in casi eccezionali qualche migliaio. Spindletop ne sputa quasi 5 mila l'ora, 100 mila al giorno. Finiti i tempi in cui il petrolio si raccoglieva, a bocca di pozzo, nelle tinozze da bagno o nei barili usati da whisky. I due Hammill ci metteranno nove giorni per tappare il buco e mettere sotto controllo il flusso. Poi, cominceranno ad inondare l'America. è Spindletop che James Dean celebra, nella famosa scena del Gigante. Dimenticatelo, anche perché, senza saperlo, James Dean ne stava celebrando il tramonto. Appena quindici anni dopo il film, all'inizio degli anni '70, la produzione americana di greggio - fino ad allora la più grande del mondo - cominciava inesorabilmente a declinare. Un calo irreversibile: anno dopo anno, la produzione Usa di greggio è andata costantemente diminuendo. Adesso, il declino ha investito un altro grande serbatoio, quello del Mare del Nord e l'Europa in generale. L'anno prossimo, avverte l'Agenzia internazionale dell'energia, la produzione di petrolio nel mondo, fuori dal Golfo Persico, sarà inferiore a quella 2005. Val d'Agri, giacimento giovane, è ormai un evento raro, quasi un'illusione ottica. Il simbolo di questa fase dell'era del petrolio bisogna cercarlo altrove. Ad esempio su quelle meraviglie di tecnologia che sono le piattaforme, come queste nell'Adriatico, fuori Ravenna, che succhiano idrocarburi dal fondo del mare. Qui, si produce gas, non "olio", ma il simbolo non cambia. Intorno ai cilindri in cui la piattaforma "Garibaldi C." raccoglie il gas che viene estratto, corrono delle resistenze elettriche. Il gas, quando si espande, si raffredda e bisogna evitare che il cilindro congeli. Ma non servono più: non c'è abbastanza pressione. La terra fatica ad esalare il suo gas. «L'età della pietra non è finita per mancanza di pietre, l'era del petrolio non finirà per mancanza di petrolio» dice la più famosa citazione della storia dell'oro nero (è dello sceicco Yamani, il regista dell'Opec negli anni '70). Continueremo ad estrarre petrolio ancora per molti decenni. Ma è finita l'era del Petrolio Facile, abbondante e a basso prezzo. Non che estrarlo sia mai stato facile. Non esistono laghi sotterranei di petrolio. Il fiume di greggio che arriva in superficie nasce da tante goccioline formatesi nelle cavità di rocce porose. Quando si rompe lo strato di roccia impermeabile che ne ha impedito la dispersione, la pressione lo porta in superficie. Ma è una fase che dura poco. Solo il 10-15 per cento del greggio di un giacimento esce spontaneamente. Poi bisogna intervenire, reiniettando acqua o gas nel pozzo per alzarne artificialmente la pressione. Così se ne recupera un altro 20 per cento. Alla fine, non resta puramente e semplicemente che pomparlo fuori. Per questo, la prima metà di un pozzo è sempre più facile e più economica da estrarre della seconda metà. In ogni caso, del greggio contenuto in un giacimento non si recupera, di solito, più del 40 per cento. Le tecnologie consentono di allargare questa quota: la tecnica dei pozzi orizzontali, la possibilità di costruire, al computer, modelli tridimensionali dei giacimenti, per individuarne le aree più produttive, aumentano il tasso di recupero, ma sono miglioramenti marginali e, in qualche caso, possono accelerare l'esaurimento del pozzo. D'altro canto, le tecnologie consentono oggi di arrivare dove ieri era impossibile, spedendo robot a mille metri di profondità, per scavare un pozzo sul fondo dell'oceano. è un petrolio che costa molto: 25-30 dollari a barile per tirarlo su dal mare. Ma con un prezzo di mercato che ha scavalcato anche i 70 dollari e sembra conoscere, tranne piccole pause, solo la direzione verso l'alto, per le compagnie petrolifere sembra ancora un affare. Il problema, tuttavia, è: quanto ce n'è lì sotto? Nessuno ha ancora trovato un megagiacimento in fondo all'oceano. Eppure, di megagiacimenti è fatta la storia dell'Era del petrolio. Il 20 per cento della produzione mondiale di petrolio (oltre 80 milioni di barili al giorno) viene da soli 14 giacimenti, chiamati i supergiganti. Ma l'età media di questi pozzi è di 40 anni. In totale, il 70 per cento della produzione globale viene da pozzi che stanno sputando petrolio già da 20 anni. I grandi ritrovamenti sono sempre più rari e isolati. Più esattamente, ogni anno, in ogni regione del mondo, Golfo Persico compreso, si estrae più petrolio di quanto nuovo greggio si scopra. Tutti gli esperti concordano nel dire che sempre più in futuro, la produzione di petrolio si concentrerà nel Medio Oriente, soprattutto in Arabia saudita, Iraq, Iran, mentre altrove andrà diminuendo. Ma quel petrolio dovrà venire dai pozzi già conosciuti. Sono giacimenti enormi. Ghawar, il re dei supergiganti, produce 5 milioni di barili al giorno, la metà del greggio saudita. Ma lo fa, ormai, da quasi 50 anni. Quanto ne ha ancora? Moltissimo, assicurano i sauditi. Ma su Ghawar e sugli altri grandi giacimenti sauditi si intreccia, da mesi, un dibattito aspro e velenoso. La salute di un giacimento si giudica da fattori come la quantità d'acqua che fuoriesce, insieme al greggio, ma quello che succede nei pozzi dell'Arabia saudita è segreto di Stato. Qual è il "taglio d'acqua" del maggior giacimento del mondo? Un barile ogni quattro di quanto si estrae? Due ogni quattro? Riad non lo dice e nessuno può verificarlo. I dubbi, le incertezze, le voci, le insinuazioni sulle prospettive future delle forniture di greggio hanno fatto da sfondo alla corsa del prezzo del barile, dai 18 dollari del novembre 2001 agli oltre 60 dollari di oggi. Ma questo è solo un lato dell'equazione e, forse, il meno importante. Ghawar e gli altri megagiacimenti continueranno a fornire milioni di barili nel futuro prevedibile. Il quesito è: basteranno a soddisfare la sete crescente di greggio? Il mondo non ne ha mai prodotto tanto come oggi, ma ne chiede sempre di più. I 100 mila barili al giorno della Val d'Agri sono una cifra rispettabile nella gerarchia dei giacimenti: ma l'Italia consuma quotidianamente venti volte più greggio di quanto riesca a produrne. Nessuno importa più petrolio degli Stati Uniti e la loro voracità aumenta sempre più: le importazioni sono cresciute del 50 per cento solo negli ultimi dieci anni. Eppure, sono tuttora il terzo produttore mondiale. A differenza degli shock petroliferi degli anni '70, questa è una crisi da domanda, dicono gli economisti, non da strozzature nell'offerta. Da quando lo sviluppo economico ha moltiplicato il fabbisogno di energia di giganti come la Cina, l'equazione è saltata. La maggior compagnia petrolifera mondiale, la Exxon, valuta che, se la domanda di petrolio mondiale continuerà a crescere del 2 per cento l'anno (una stima che qualcuno considera prudente), nel 2020 l'Arabia saudita dovrà produrre il 70 per cento in più di petrolio rispetto ad oggi: davvero ce n'è così tanto sotto le sabbie della penisola arabica? In realtà, non è (ancora) una spirale fuori controllo. Giganti come la Cina e l'India impareranno, nei prossimi anni, a consumare energia in modo più efficiente di oggi, come i paesi sviluppati hanno imparato, dopo lo shock degli anni '70. Il consumatore più avido di tutti, gli Stati Uniti, che, da soli, usano il 25 per cento del greggio mondiale, per metà nei serbatoi delle loro auto, possono rinunciare ai loro gipponi e accontentarsi di macchine più economiche. Più semplicemente, una recessione mondiale può tagliare drasticamente la domanda e il prezzo del petrolio. Ma la tendenza non potrà essere rovesciata a lungo. Un cinese consuma, oggi, in media, un quarto dell'energia di un sudcoreano. Difficile pensare che, nel giro di qualche anno, non arrivi almeno a metà del consumo del paese vicino. E, se un miliardo e mezzo di cinesi raddoppiano la domanda di energia, il conto diventa pesante. Prima o poi, il petrolio non basterà più. Ci vorranno le energie alternative: vento, sole, idrogeno, nucleare. Quasi tutte, oggi, costano più del petrolio, anche ai prezzi attuali del barile. La verità è che l'energia costa: è solo la Grande Era del Petrolio che ce lo ha fatto dimenticare.

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