Da La Stampa del 12/10/2005

Il greggio diventa il carburante di guerre, terrorismi, populismi e dittature

Le chiavi della geopolitica a colpi di barile

di Aldo Rizzo

Lenin diceva che il comunismo è «l’elettrificazione più i soviet», cioè la modernizzazione industriale al servizio dell’ideologia (dell’utopia) egualitaria. Ora Hugo Chavez, l’ex colonnello dei parà eletto, dopo un tentato golpe, legittimo presidente del Venezuela, ritiene che il petrolio più il socialismo cristiano siano la formula salvifica di tutta l’America latina. Non si sa bene cosa intenda per socialismo cristiano, la sua «ideologia» essendo apparsa finora un populismo antitetico del capitalismo «yankee», ma anche di molte garanzie democratiche, pur se non nella misura del suo amico Castro (e lasciando da parte Lenin). È certo però che quella del petrolio è un’arma imponente di cui dispone, specie se, come riferisce Maurizio Molinari, dopo averlo intervistato, le «sabbie oleose» dell’Orinoco contengono tanto greggio in più, da farlo diventare il numero uno dei petroleader mondiali.

Con questa immensa ricchezza nelle mani, Chavez potrebbe davvero cambiare la vita del suo popolo e offrire una prospettiva nuova a tutta l’America latina, ma finora sembra più che altro deciso a porsi come alternativa ostile agli Usa, riuscendo dove è fallito in quasi mezzo secolo Castro. Del resto, i suoi strumenti possono risultare più efficaci di quelli usati, a suo tempo, dal dittatore cubano: l’America di Kennedy non poteva accettare i missili sovietici a poche miglia dalla Florida, mentre l’America di Bush ha bisogno del petrolio venezuelano, che importa per un quarto o quinto del fabbisogno.

E dunque il petrolio - il mitico oro nero - continua a essere la chiave reale della politica, sia interna che internazionale? In larga misura si può rispondere positivamente. Dal petrolio derivano la benzina per le auto, il cherosene per gli aerei, la nafta, gli oli pesanti per i diesel, le fonti dell’industria petrolchimica (materie plastiche, gomme, fertilizzanti, e così via). In pratica ne dipende l’intera vita delle società industriali, nei suoi aspetti privati (il riscaldamento) e pubblici. Il prezzo per barile incide direttamente sui bilanci di Stati grandi e piccoli e in conseguenza sui loro programmi interni ed esteri e in definitiva sulla congiuntura economica mondiale.

Per molti decenni, le chiavi di tutto questo sono state tenute essenzialmente dai Paesi del Medio Oriente, dall’Arabia Saudita all’Iran, dall’Iraq al Kuwait. Per questo quell’area del mondo è stata, e ancora è, tanto turbolenta, sia nelle sue convulsioni interne, sia nei rapporti con le potenze esterne, in primo luogo occidentali (non senza conflitti d’interesse e rivalità varie tra queste ultime). La drammatica vicenda irachena che stiamo tuttora vivendo, e chissà quando e come finirà, non è certo estranea alla geopolitica o alla geoeconomia del petrolio, anche se questa non è la sola spiegazione. Poi il quadro delle fonti, o delle sorgenti, si è diversificato, dal Venezuela appunto alla Nigeria, e soprattutto alla Russia e ai Paesi ex sovietici dell’area del Caspio. Con nuovi conflitti, ad alta o bassa intensità, anche per via dei canali dell’oro nero (da dove, fin dove, passando dove), conflitti nei quali si è inserito anche il terrorismo islamista.

Sulla questione del petrolio le teorie, anche scientifiche, sono varie. Forse il picco della produzione sarà tra il 2010 e il 2020, poi bisognerà arrangiarsi in qualche modo, rispetto alla domanda industriale e sociale, sviluppando le energie alternative, il nucleare in attesa di meglio. Nel frattempo, il petrolio resta sovrano, esposto alle speculazioni finanziarie e persino ideologiche, come nel caso di Hugo Chavez.

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