Da La Repubblica del 12/07/2005

L'Islam e la porta aperta alla democrazia

di Bernard Lewis

I MUSULMANI non sono i soli a dare importanza alla propria storia, ma le dedicano un impegno e una consapevolezza particolari. La carriera del profeta Maometto, la creazione e l'espansione della comunità e dello Stato islamico, la formulazione e l'elaborazione della santa legge dell'Islam sono eventi tramandati attraverso la memoria storica e le scritture, riferiti e discussi dagli storici fin dai primordi. Ma nel Medio Oriente islamico si assiste tuttora a dibattiti appassionati, e persino a faide cruente su fatti accaduti molti secoli fa, nonché sul loro significato e sulla loro rilevanza attuale. Questa coscienza storica ha acquisito nell'era moderna una dimensione nuova, trasformando la visione che i musulmani hanno di se stessi e del mondo, e riplasmando anche la lingua in cui se ne discute.

Nel 1798 la rivoluzione francese fu portata in Egitto da una piccola forza di spedizione al comando di un giovane generale: Napoleone Bonaparte. Gli invasori conquistarono il paese senza difficoltà e lo governarono per vari anni. Il generale Bonaparte aveva annunciato con orgoglio di essere venuto in Egitto «in nome della Repubblica francese, fondata sui principi di libertà e uguaglianza»: parole che ovviamente erano state rese pubbliche anche in traduzione araba. Bonaparte aveva i suoi propri interpreti e traduttori: una precauzione che in seguito altri visitatori della regione sembrano aver trascurato.

Il riferimento all'uguaglianza non ha mai suscitato particolari problemi: per gli egiziani e per i musulmani in genere era un concetto familiare.

L'uguaglianza tra i credenti ha sempre costituito uno dei principi fondamentale dell'Islam fin dalla sua fondazione, nel VII secolo, in netto contrasto sia con il sistema delle caste indiane ad Est, sia con quello dell'aristocrazia privilegiata del mondo cristiano ad Ovest. L'Islam insiste molto sull'uguaglianza, e di fatto le ha dato attuazione in misura notevole. Ovviamente, le vicende della vita hanno sempre dato luogo a disuguaglianze, innanzitutto sociali ed economiche, ma a volte etniche e razziali, in palese contrasto con i principi islamici, che però e non hanno mai raggiunto i livelli del mondo occidentale. Tre sono le eccezioni previste dalla Legge santa: l'inferiorità degli schiavi, delle donne e dei non credenti. Eccezioni che tuttavia non dovrebbero sorprendere più di tanto, se si considera che per lungo tempo, nei fatti se non nei principi, persino negli Stati Uniti i maschi bianchi protestanti erano i soli ad essere «nati liberi e uguali». In base ai documenti storici sembra che in Medio Oriente, nel XIX secolo e fino all'inizio del XX, un povero di umili origini avesse maggiori probabilità di arrivare ai gradi più alti della società che in qualunque parte del mondo cristiano, compresa la Francia post-rivoluzionaria e gli Stati Uniti.

Se dunque il principio dell'uguaglianza era ben chiaro a tutti, che dire invece della "libertà"? Tra gli egiziani questo concetto non ha suscitato molte perplessità. Nell'uso arabo di quel periodo e anche in seguito, la parola hurriyya - "libertà" - non aveva un significato politico. Era un termine esclusivamente giuridico, nel senso che distingueva l'uomo libero dallo schiavo. Liberazione era sinonimo di emancipazione dalla condizione di schiavitù. Tanto che a differenza di quanto avviene in Occidente, fino a poco tempo fa nel mondo islamico i termini di "schiavitù" e "libertà" non venivano mai usati come metafore di malgoverno o buon governo. Da qui una difficoltà di comprensione, superata all'inizio del XIX secolo grazie all'opera lo Sceicco Rifa'a al-Tahtawi. Questo eminente studioso egiziano aveva insegnato all'università al Azhar, che all'epoca non era stata ancora modernizzata. Nel 1826 il governo egiziano, deciso a intraprendere uno sforzo per colmare il divario con l'Occidente, aveva inviato a Parigi un primo gruppo di 44 studenti, accompagnati dallo Sceicco Rifa'a al-Tahtawi, che Aveva la missione di vegliare sulla vita spirituale degli studenti e di trattenerli da eventuali sbandamenti: un compito certo non di poco conto nella Parigi dell'epoca.

Lo Sceicco rimase fino al 1831 nella capitale francese, dove evidentemente ebbe modo di apprendere molto più degli studenti affidati alla sua tutela. Scrisse infatti un libro di grande interesse, in cui espone le sue impressioni sulla Francia post-rivoluzionaria. Quest'opera, pubblicata al Cairo in arabo nel 1834, e in traduzione turca nel 1839, rimase per decenni l'unica descrizione di un paese europeo moderno alla portata dei lettori musulmani mediorientali. Lo Sceicco Rifa'a al-Tahtawi dedica un capitolo al governo della Francia, e nota l'insistenza dei francesi sul concetto di libertà. Naturalmente, di primo acchito riesce difficile anche a lui comprendere il nesso tra la politica e la condizione di chi non è schiavo. Ma poi comprende e spiega: mentre per gli occidentali il buongoverno è sinonimo di libertà e il malgoverno di schiavitù, per i musulmani questi concetti si identificano con quelli di giustizia e ingiustizia. La consapevolezza di queste diverse percezioni ha contribuito a gettare più luce sul dibattito politico iniziato nel mondo musulmano dopo il 1798, all'epoca della spedizione francese, e da allora è proseguito in una notevole varietà di forme.

Lo Sceicco Tahtawi aveva sostenuto a ragione che l'ideale islamico di buongoverno corrisponde al concetto di "giustizia", espresso in arabo e nelle altre lingue dei paesi islamici con diversi termini. Il più corrente è adl, ossia «giustizia in conformità con la legge» (ove per legge s'intende la Legge di Dio, la sharia, rivelata dal Profeta Maometto). Ma qual'è il concetto opposto? Come si definisce un regime che non corrisponde ai canoni della giustizia? Per meritare la qualifica di «giusto» nel senso tradizionale delle idee e dei precetti islamici, un governante deve rispondere a due criteri: essere arrivato legittimamente al potere, ed esercitarlo rettamente. In altri termini, non può essere né un usurpatore né un tiranno. Ovviamente si può essere l'uno e non l'altro; ma l'esperienza insegna che chi conquista il potere con mezzi illeciti, di norma è anche un despota.

I critici potrebbero sostenere che al di là della teoria, il mondo islamico è contrassegnato in realtà da un modello di governo arbitrario e dispotico. C'è anzi chi sostiene che i musulmani sono sempre stati così e non cambieranno mai, per cui l'Occidente non può far nulla per modificare questo stato di cose. Ma parlare così vuol dire travisare la storia. Bisogna risalire indietro nel tempo per rendersi conto di come le forme di governo del Medio Oriente siano arrivate al loro stato attuale.

Il cambiamento si è verificato in due fasi. La prima inizia con l'incursione di Bonaparte, e prosegue nel XIX e nel XX secolo, quando i detentori del potere degli Stati mediorientali, dolorosamente consapevoli del divario che li separava dal mondo moderno, tentano di intraprendere un processo di modernizzazione, a incominciare dalle forme di governo. Ma queste trasformazioni non sono promosse a livello del governo imperiale, dove prevale la cautela e il conservatorismo, bensì dai capi locali - i sultani della Turchia, i pascià e i khedives dell'Egitto, gli scià della Persia - con le migliori intenzioni, ma con risultati disastrosi.

Modernizzare significa introdurre sistemi occidentali nel modo di comunicare, di governare e di fare la guerra, e l'inevitabile adozione degli strumenti di dominio e repressione. L'autorità statale aumenta drasticamente con l'adozione di metodi sempre più efficienti di controllo, sorveglianza e applicazione delle leggi. In tal modo, verso la fine del XX secolo i leader di stati minuscoli o di pseudo-stati dispongono di poteri infinitamente maggiori di quelli dei potenti sultani o califfi di un tempo.

Ma la modernizzazione porta a un risultato fors'anche peggiore: l'abrogazione dei poteri sociali intermedi - quelli dei possidenti delle aree rurali, dei mercanti delle città, dei capi tribali e di altri che nell'ordine tradizionale avevano posto limiti effettivi all'autorità statale. Questi poteri intermedi sono stato gradualmente indeboliti e infine quasi sempre eliminati. Così, mentre da un lato aumentava la forza e il carattere pervasivo dello Stato, dall'altro venivano meno le limitazioni e i controlli.

Il secondo stadio della trasformazione politica del Medio Oriente ha inizio a una data precisa. Nel 1940 il governo francese si arrende alla Germania nazista. Si forma un nuovo governo collaborazionista, con sede nella località termale di Vichy, mentre a Londra il generale de Gaulle costituisce il Comitato della Francia libera. L'impero francese è fuori dalla portata dei tedeschi: i governatori delle colonie e dei mandati francesi sono liberi di decidere se aderire a Vichy o schierarsi con de Gaulle; ma in maggioranza optano per il governo di Vichy. Si schierano da quella parte anche i responsabili del mandato francese di Siria e Libano, nel cuore dell'Oriente arabo. Quei territori si aprono dunque senza riserve ai nazisti, che vi stabiliscono la principale base della loro propaganda e attività nel mondo arabo. In quel periodo vengono posti i fondamenti ideologici di quello che diventerà il partito Baath: un partito che ha adattato le idee e i metodi nazisti al contesto mediorientale. L'ideologia del nuovo partito pone l'accento sul panarabismo, sul nazionalismo e su una forma di socialismo. Ufficialmente, il partito viene fondato nell'aprile 1947, ma vari documenti dell'epoca (memoriali e altre fonti) dimostrano che i suoi inizi risalgono al periodo nazista. Prendendo le mosse dalla Siria, i tedeschi e i precursori del Baath istituiscono un regime filo-nazista anche in Iraq, sotto la guida del famigerato Rashid Ali al-Gailani.

Il regime di Rashid Ali in Iraq è rovesciato dai britannici, dopo una breve campagna militare, nel maggio-giugno 1941. Rashid Ali ripara a Berlino, dove trascorre l'ultimo periodo della guerra in qualità di ospite di Hitler, insieme al suo amico Haj Amin al-Husseini, muftì di Gerusalemme. Quindi le forze britanniche e quelle della Francia libera conquistano la Siria, che passa sotto il controllo gollista.

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