Da Corriere della Sera del 07/11/2003

Il presidente Usa annuncia «una nuova politica, la promozione della libertà nella regione». «L’Iraq sarà un test per il futuro dei Paesi islamici»

L’impegno di Bush: «Democrazia in Medio Oriente»

Avvertimento a Siria e Iran: «Siete sulla strada sbagliata». Egitto e Arabia Saudita «devono fare di più»

di Ennio Caretto

WASHINGTON - Come 21 anni fa, da Westminster a Londra, Ronald Reagan sfidò l'Urss a smantellare il suo impero, così dal National Endowment of Democracy (Fondo nazionale per la democrazia) George Bush sfida i Paesi mediorientali a dare libertà e rappresentanza ai loro popoli. In un discorso che si riallaccia implicitamente alla dottrina della guerra preventiva, il presidente annuncia «una nuova politica, una strategia di promozione della libertà» nella polveriera del mondo.

«L'avanzata della libertà - dichiara - è la missione della nostra era, la missione del nostro Paese». Per questo, «il fiasco della democrazia irachena - afferma - renderebbe più audaci i terroristi ovunque. La democrazia irachena trionferà, e da Damasco a Teheran diffonderà la notizia che la libertà può essere il futuro di ogni nazione. La nascita di un Iraq libero nel cuore dell'Islam sarà uno spartiacque nella rivoluzione democratica globale».

E’ un duplice messaggio. Da un lato, come Reagan addossò alla Superpotenza l’onere di sconfiggere il comunismo, così Bush le addossa quello di eliminare le dittature mediorientali e «il terrorismo teocratico». «Il mio obiettivo - sottolinea - è ora il Medio Oriente, e dovrà esserlo per la nostra politica nei prossimi decenni». Dall'altro, avverte gli americani e gli alleati che non abbandonerà Bagdad, perché vi è in gioco la stabilità internazionale: «I resti del regime - sostiene - e i terroristi stranieri continuano a combattere l'ordine e la civiltà». E' anche una promessa che la Superpotenza è pronta a imporre la Pax americana a ogni costo, e da sola: «Come in Grecia nel '47 e più tardi a Berlino - ammonisce - vengono messi alla prova davanti al mondo la forza e la volontà della gente libera, e noi la supereremo». Paradossalmente, nel suo discorso Bush non pronuncia una sola volta la parola Onu, che comporterebbe uno sforzo coordinato con gli alleati, né la parola Israele, come se la pace in Medio Oriente fosse possibile senza una soluzione del conflitto con i palestinesi.

Il cruciale discorso che dopo un secolo, dalla prima guerra mondiale, sposta il baricentro della politica estera Usa dall'Europa al Medio Oriente, costituisce la risposta del presidente alle crescenti critiche alla guerra dell'Iraq, inclusa l'onerosa gestione militare (proprio ieri, il Pentagono ha annunciato la rotazione delle forze militari: torneranno i marines, ma il contingente sarà ridotto da 133mila a 100mila soldati entro il 2004).

La tesi di Bush è che le questioni mediorientali saranno risolte con la liberazione e democratizzazione dell'Islam, come quelle europee lo furono con la caduta dell'Urss (ma qui, il presidente si è confuso, parlando del crollo delle dittature in America centrale, invece che nell’Europa centrale). In un velato appunto alla Francia, senza peraltro nominarla, il presidente ricorda che «fu difficile essere un europeo sofisticato e un ammiratore di Reagan». Infine, l’appello ai Paesi mediorientali a riformarsi. Bush elenca i buoni, ispirati dal modello Usa, dal Kuwait alla Giordania; quelli che dovrebbero fare di più, come l'Egitto e l'Arabia Saudita; e quelli che sono sulla strada sbagliata, dai palestinesi all'Iran alla Siria. Non è vero che l'Islam non possa essere democratico e libero: «Il problema non è la religione né la cultura, sono i leader e le loro politiche».

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