Da Corriere della Sera del 13/01/2005

Rapporto del Centro di ricerca europeo di Ispra

Uno studio europeo accusa l’America «Poteva dare l’allarme»

«Fino a due ore per avvertire dello tsunami»

di Giuseppe Sarcina

BRUXELLES - Le «vedette» americane avevano registrato il terremoto nel Sudest asiatico e il pericolo di tsunami. C’era il tempo per avvertire, «tra i venti minuti e le due ore» nella mattina di Santo Stefano, almeno i governi dello Sri Lanka, delle Maldive e forse anche della Thailandia. Ma nessuno lo ha fatto. E’ la sconcertante conclusione di un rapporto compilato dal «Centro comune di ricerca dell’Unione europea» (sede a Ispra, Varese). Sono undici cartelle, diffuse ieri dall’«Ansa», che contengono una sorta di cronologia parallela in due mondi distinti, incapaci di comunicare, nonostante satelliti e reti informatiche. E’ un documento che turba l’atmosfera di soccorso e solidarietà creata dall’Occidente. Ieri, per esempio, i 19 Stati del «Club di Parigi» hanno approvato la decisione di «congelare» il debito accumulato dai Paesi colpiti: la «rata» per il 2005 ammonta a 23 miliardi di dollari all’anno, considerando India, Indonesia, Thailandia, Sri Lanka e Maldive.


MONDI PARALLELI - E’ la sera di Natale negli Stati Uniti, in Europa è notte fonda, mentre nell’Oceano Indiano si affaccia la mattina di Santo Stefano. Un minuto dopo la grande scossa di terremoto, con epicentro vicino all’Isola di Sumatra, si mettono in movimento i «pennini» e i computer di due centri americani,l’«Us Geological Survey» e il «Pacific tsunami warning centre» (quest’ultimo con base alle isole Hawaii). Dopo dodici minuti lo tsunami sta già devastando l’Indonesia, ma il resto dell’enorme bacino tra l’India e la Thailandia è ancora intatto, ma soprattutto completamente ignaro di quanto accadrà da lì a poco. Intanto, passano altri cinque minuti e dalle Hawaii parte un primo bollettino che avverte: c’è stato un sisma nell’Oceano Indiano, ma non ci sono rischi di onde anomale nell’Oceano Pacifico. Un testo surreale, addirittura grottesco, ma, purtroppo, dalle conseguenze drammatiche. Altri dieci minuti ed entra in allarme anche l’«Us Geological». Ma gli addetti di turno si limitano a «notificare» la portata del fenomeno distruttivo a un centinaio di scienziati e dirigenti. Forse non ci sarebbe stato comunque il modo per lanciare l’allarme a Phuket in Thailandia, dove lo tsunami si presenta cinque minuti dopo che i «cervelloni» americani ricevono i dati.


ALLARME SOLO IN AUSTRALIA - Ci sarebbe, però, esattamente un’ora per fare una chiamata a Colombo, la capitale dello Sri Lanka, oppure due ore per «fare un fischio» ai governanti delle Maldive. Ma il «Pacific centre» si incarica di chiamare l’Ufficio meteorologico dell’Australia, segnalando il «rischio tsunami». Fa strettamente il suo lavoro, che è quello di vigilare sulle coste dei 26 Paesi che si affacciano sul Pacifico. Un’ora e mezzo dopo la prima scossa, il «Geological» finalmente avverte il Dipartimento di Stato a Washington. Nel dispaccio, però, non si accenna ad alcun pericolo di «onde anomale» nel Sudest asiatico. Alla fine le informazioni compaiono su Internet e vengono raccolte dagli europei di Ispra. Da lì parte l’allarme rosso ai funzionari degli aiuti umanitari e alle agenzie dell’Onu. Ma è tardi. Le Maldive sono già sott’acqua.

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