Da La Repubblica del 15/12/2004

Il ministro sotto accusa alla conferenza di Buenos Aires, le nostre emissioni aumentate di oltre il 9 per cento

Gas serra, l´Italia sceglie Bush

Matteoli: dopo Kyoto niente vincoli, solo accordi fra stati

"La prima fase del protocollo si chiude nel 2012. Irrealistico che la Ue proceda da sola"
Sul nuovo patto ambientalista solo una apertura: "Se anche la Cina cambiasse idea..."

di Antonio Cianciullo

BUENOS AIRES - Sul clima l´Italia si sgancia da Bruxelles e si avvicina a Washington. L´annuncio è stato dato ieri dal ministro dell´Ambiente Altero Matteoli appena arrivato a Buenos Aires: «La prima fase del protocollo di Kyoto si chiude nel 2012. Dopo non è pensabile andare avanti senza Stati Uniti, Cina e India. E visto che questi paesi non vogliono sentir parlare di accordi vincolanti, si dovrà procedere con accordi volontari, patti bilaterali, partnership commerciali. In Europa c´è chi vorrebbe che tirassimo dritto anche da soli, ma non è realistico».

Dunque, visto che l´allargamento ai paesi in via di sviluppo dopo il 2012 era già previsto dal protocollo di Kyoto, la novità è la convergenza con le posizioni della Casa Bianca sul punto più delicato: l´obbligo dell´impegno. Con il sistema dei vincoli la battaglia per la protezione del clima si iscrive in un quadro di diritto internazionale. Con gli accordi volontari, governa il mercato. Matteoli ha lasciato una porta aperta («Certo, se paesi come la Cina si schierassero a favore di un Kyoto 2 potrei rivedere il giudizio») e il direttore generale dell´Ambiente Corrado Clini ha indicato una strada alternativa («Si potrebbero raggiungere accordi internazionali su standard di efficienza minimi nei vari settori»), ma politicamente la posizione del governo italiano resta netta. «L´Italia chiude le porte al Kyoto 2 e non assolve gli impegni assunti con il Kyoto 1», accusa Valerio Calzolaio, il diessino che fa parte della delegazione parlamentare alla conferenza Onu. «L´adesione della Russia ha colto il governo in contropiede: rischiamo un contraccolpo pesante anche in termini industriali».

La polemica si basa su due punti. Le nostre emissioni di gas serra, invece di andare verso il target di diminuzione del 6,5 per cento sono aumentate di oltre il 9 per cento. E il piano di riduzione preparato a Roma non è stato approvato da Bruxelles. Dei 25 paesi che fanno parte dell´Unione europea, 21 hanno avuto semaforo verde. Solo quattro sono rimasti al palo: Italia, Grecia, Repubblica ceca e Polonia. Anche su questo punto è arrivata la replica di Matteoli: il governo non aveva alternative. Non essendo stata recepita entro il 31 dicembre 2003 la direttiva europea sull´emission trading (per questo ritardo Bruxelles ha già aperto una procedura d´infrazione a carico dell´Italia) mancavano gli strumenti giuridici per ottenere dalle industrie i numeri necessari a compilare correttamente il piano. Ma al di là del merito tecnico, esiste una difficoltà oggettiva. «Il piano varato dal governo prevede un aumento delle emissioni di anidride carbonica dei settori interessati pari al 22,8 per cento», accusa Maria Grazia Midulla, responsabile delle campagne Wwf. «Questo rende praticamente impossibile il raggiungimento dell´obiettivo nazionale di riduzione delle emissioni». L´Italia giustifica gli aumenti con lo sforzo necessario a produrre più elettricità in casa. E Matteoli avalla la scelta del carbone per alcune delle nuove centrali. Ma secondo l´ Istituto sviluppo sostenibile Italia, anche con le migliori tecnologie le emissioni di anidride carbonica da carbone sono doppie rispetto a quelle del metano. Per l´Italia, che ieri ha ricevuto dagli ecologisti l´ironico premio "il fossile del giorno", la strada verso Kyoto è in salita.

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