Da Corriere della Sera del 17/11/2004

Il capo di Al Qaeda si nasconde tra le montagne e le vallate nella «zona grigia» al confine con il Pakistan, protetto dai suoi uomini. E da qui invia i messaggi d’odio

A caccia di Osama con i soldati Usa nella notte afghana

Polvere, buio, trappole: così i militari americani inseguono lo sceicco del terrore su piste disseminate di mine

di Lorenzo Cremonesi

BASE SHARONA (Afghanistan orientale) - Polvere, tanta polvere. Nel buio, illuminata dai fari dei gipponi Humvee, nasconde le luci fioche dei villaggi. Lontano, latrati di cani. «Vicino a quei muri una settimana fa abbiamo trovato una mina. E da dietro quelle case hanno sparato alcuni colpi di mortaio», dice il tenente Joe Breedlove indicando nella notte verso alcune abitazioni indistinte. È del Tennessee, 22 anni, ha il compito di comandare 25 uomini su 5 mezzi di pattuglia notturna a caccia dei gruppi di guerriglieri nelle zone tra le più impervie dell’Afghanistan. «Qui sono per lo più talebani. Ma ogni tanto incontriamo anche uomini di Al Qaeda. Sono i più pericolosi e determinati. Quasi tutti arabi, a loro non interessa nulla della popolazione locale. Gente che al contrario degli afghani è anche pronta a trasformarsi in kamikaze».

Oltre tre ore sui sedili sfondati e rugginosi, dalle nove di sera a mezzanotte. Continuamente scossi dai sobbalzi sulla pista che appare e scompare, a lato di campi coltivati, canali di irrigazione asciugati dalla siccità: i segni degli ultimi insediamenti umani prima dell'immenso dedalo di vallate e montagne che forma la zona selvaggia delle «aree tribali» al confine tra Afghanistan e Pakistan. Forse l'ultimo rifugio di Osama Bin Laden. Dal tempo della battaglia di Tora Bora, tre anni fa e una cinquantina di chilometri più a nord, il numero uno del terrorismo islamico è continuamente segnalato da queste parti. Il suo video diffuso poco prima delle elezioni americane offre solo una certezza: Osama è vivo e in grado di lanciare messaggi politici. Ma dove si trova? Mistero, nessuno lo sa con certezza. Tra i ranghi della nuova polizia afghana a Jalalabad sono convinti possa aver lasciato le zone tribali ed essersi invece nascosto nelle regioni urbane del Pakistan. Magari tra le madrasse (le scuole islamiche) di Peshawar, o a Lahore, oppure, ancora più probabile, nei bassifondi malavitosi di Karachi. I comandi americani non paiono dello stesso avviso. «Per noi il covo più probabile resta sul confine tra Pakistan e Afghanistan», ripetono alla centrale di Kabul. Abbiamo seguito le loro pattuglie. Prima nella gigantesca base di Bagram, una cinquantina di chilometri dalla capitale. Poi in aereo sino a base Salerno (l’anno scorso fu anche presidiata da una parte del contingente italiano), una trentina di chilometri dal confine con Pakistan. Infine sugli elicotteri che a bassa quota sorvegliano montagne, pinete e valloni nelle sezioni più impervie. E qui, dalle basi avanzate tra campo Sharona e base Salerno, in continuo contatto con gli informatori infiltrati nelle cittadine frontaliere di Khost e Gardez, sostengono di aver ricevuto la segnalazione del passaggio un mese fa del Mullah Omar, il leader talebano che offrì riparo e protezione a Osama sino alla guerra del 2001.

Dunque non resta che pattugliare, notte e giorno spesso, sconfinando in Pakistan. «Questo wadi l'abbiamo percorso almeno otto volte nell'ultima settimana. Ma ogni volta cerchiamo un percorso diverso, potrebbero avere disseminato nuove mine», aggiunge il tenente Breedlove. L'abitacolo è illuminato dallo schermo digitale, che tramite il collegamento al Gps segna gli spostamenti dei nostri veicoli. Lui indica il percorso: «Il sistema è ottimo. Peccato che noi si abbia a disposizione solo cartine sovietiche di oltre vent’anni fa. Spesso sono inaccurate».

La notte trascorre liscia. I soldati dell'unità d'assalto «Wolfhounds», secondo battaglione del 27° reggimento di fanteria, tornano nelle loro camerate senza avere neppure sparato un colpo. Ma non è sempre così. Il primo novembre uno di loro ha perso la vita in un'imboscata e altri due sono rimasti gravemente feriti. «Una trentina di militanti di Al Qaeda li aspettava in pieno giorno. Armati di mitra pesanti, Rpg e mortai hanno aperto il fuoco mentre percorrevano un vallone. Abbiamo dovuto far intervenire l'aviazione per salvarli. E' un miracolo che non vi siano state più vittime. Sappiamo con sicurezza che sono di Al Qaeda perché si sono battuti bene, con coraggio. I talebani non avrebbero mai lanciato un blitz di questo tipo. Preferiscono gli attentati o gli agguati mordi e fuggi», dice il colonnello Gary Cheek, 46 anni, 10 volte in Kuwait, ma alla sua prima vera missione di guerra con compiti di comando importanti. Perché da lui sin dal primo giugno dipende la maggioranza delle unità di fanteria schierate sullo scacchiere orientale. Il più importante per i 18 mila americani della «Enduring Freedom» in Afghanistan. «Non comando però le unità speciali addette specificamente alla caccia di Bin Laden e dei suoi fedelissimi. Sono uomini che operano in piena autonomia e segretezza, in contatto diretto con la Cia e i vertici del Pentagono», ammette. Però proprio i tre battaglioni del 27° fanteria hanno il compito di sostenere e all'occorrenza rinforzare le unità speciali.

Da una delle sue basi, l’hanno chiamata «Campo Cecily» - sei tende color sabbia sovrastate dalla bandiera a stelle e strisce all’interno di un grande recinto che ricorda un fortino del Far West - partono e arrivano di continuo elicotteri con agenti superpalestrati. Gente in borghese, spesso con lunghe barbe alla moda pashtun per confondersi tra i locali. Ogni tanto trascinano con loro i sospetti per i primi interrogatori. Quanti prigionieri? «Il dato è riservato. Ma posso confermare le informazioni date dalla Croce Rossa Internazionale, per cui il numero dei nostri prigionieri sta aumentando in Afghanistan», spiega il colonnello. Un tema scottante, sin dai tempi dello scandalo per abusi e torture nel carcere iracheno di Abu Ghraib. Qui si punta il dito contro quello di Bagram. La Croce Rossa sostiene che il numero dei detenuti sarebbe passato da 130 a oltre 350 in sei mesi. E chiede di sapere cosa avviene ai detenuti nei campi minori. «Sono trattati bene. Li interroghiamo per 72 ore. Poi li liberiamo, oppure vengono trasferiti a Bagram e segnalati alla Croce Rossa come chiedono le convenzioni», aggiunge pacato il colonnello. Minimizza, si sente tranquillo. «La vittoria elettorale di Bush mi ha rassicurato. Ho apprezzato il suo discorso alle truppe in missione di guerra subito dopo l'annuncio della sconfitta di Kerry. So che il presidente non ci abbandonerà. La lotta contro il terrorismo può continuare più determinata di prima».

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