Da Corriere della Sera del 30/10/2004

Le mosse dei Paesi amici

Il gelo dei leader arabi verso il «fratello» diventato ingombrante

Un segno: i medici egiziani, tunisini e giordani hanno deciso che partire era la migliore soluzione

di Antonio Ferrari

GERUSALEMME - E’ un gelido muro di silenzio quello che i leader arabi hanno eretto attorno al caso-Arafat, e all'uscita dalla scena politica di un personaggio che ha segnato, nel bene e nel male, decenni di storia in questa tribolata regione del mondo.

Una parte delle masse continua a dimostrare affetto al raìs palestinese, «bandiera di una causa giusta», ma tanti gli riservano la benevolenza dovuta a un vecchio zio in pantofole, prigioniero del passato. I leader no. Solidarietà umana tanta, tuttavia nessuno manifesta un’angoscia che non sente, perché Arafat è diventato, per molti, scomodo e ingombrante.

Può essere soltanto un dettaglio, ma nel mondo arabo i dettagli sono sostanza pura. Tre équipe di medici, prima separatamente poi congiuntamente, hanno visitato il raìs alla Mukata di Ramallah, ma dopo vari consulti (sanitari o anche politici?) hanno deciso che la soluzione migliore fosse quella di ricoverarlo a Parigi.

Nessun dubbio che l'ospedale francese sia uno dei più attrezzati per diagnosticare la malattia, curare Arafat e forse ritardarne la scomparsa. Ma è singolare che i medici fossero giunti da tre Paesi, Egitto, Tunisia e Giordania, con i quali il presidente palestinese ha una lunga storia di rapporti, talvolta calorosi, talora problematici e conflittuali.

L'Egitto, da sempre il partner più protettivo dell'Anp, ha sempre sostenuto che, nel conflitto israeliano-palestinese, «Arafat non è parte del problema ma parte della sua soluzione». Il presidente Mubarak è amico del raìs, il capo dell'intelligence del Cairo Omar Suleyman lavora per garantire il passaggio meno turbolento dell'intera Striscia di Gaza all'Anp, dopo la prevista evacuazione delle colonie ebraiche decisa da Sharon. La Tunisia è il Paese che ha offerto rifugio ad Arafat e all'intera dirigenza dell'Olp, spinti a un nuovo esilio dopo la partenza da Beirut, alla fine del 1983. Nella Giordania di Re Abdallah, la popolazione è composta per il 65 per cento da sudditi di origine palestinese, con decine di migliaia di famiglie divise dal fiume, che separa appunto il regno dai territori dell'Anp.

Tuttavia, per ciascuno dei tre Paesi, che hanno relazioni (magari difficili) con Israele, la presenza di Arafat sarebbe stata assai imbarazzante. Avrebbe creato problemi all'Egitto, che teme qualsiasi turbativa al suo precario equilibrio. La Tunisia, dove il presidente Ben Alì è stato rieletto trionfalmente, cerca di smarcarsi dalle pericolose dinamiche mediorientali. La Giordania, che non dimentica il Settembre nero, sa che la presenza del leader palestinese potrebbe ricreare i fantasmi del passato.

La Siria manifesta indifferenza, e non è una sorpresa perché il regime di Damasco ha sempre diffidato di Arafat, accusandolo di aver voluto una pace separata con lo Stato ebraico. L’Arabia Saudita, che ha utilizzato la bandiera palestinese quando le serviva, ha spesso lamentato d'essere considerata soltanto una banca, e poi non dimentica il sostegno che Arafat diede a Saddam. Il disinteresse del mondo arabo per il raìs era evidente soprattutto all'ultimo vertice della Lega a Tunisi. Molti, durante l'intervento del leader in video-conferenza da Ramallah, chiacchieravano senza ritegno, esprimendo un visibile fastidio.

Arafat non è mai stato amato dai suoi fratelli, anche se è stato un beniamino delle masse. Il silenzio di oggi è la prova che il definitivo pensionamento politico del leader, in realtà, non è un dramma per nessuno.

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