Da La Repubblica del 06/10/2004

Cina, via la legge sul figlio unico è crisi per il crollo delle nascite

Lo stop all´aumento della popolazione sta creando problemi economici, sanitari e previdenziali
Negli ultimi 25 anni era stata sconfitta la "bomba demografica": adesso è emergenza per la denatalità

di Federico Rampini

PECHINO - Ci sono due fratellini di pochi mesi che indossano l´antico costume imperiale e la treccia da mandarino. Altri in barba alla tradizione hanno preferito sfoggiare un cappello da cowboy. Alcuni sono arrivati sul passeggino-tandem spinto dalla mamma, i due più anziani (70 anni) appoggiandosi al bastone. Sono le cinquecento coppie che da sabato nel parco vicino alla Città proibita animano il primo festival dei gemelli. Per l´evento sono venuti da tutta la Cina e il telegiornale di Stato in vena di facezie gli ha dedicato questo titolo di apertura: «Pechino ci vede doppio». In un paese con 100 milioni di figli unici i gemelli sono i privilegiati di madre natura: crescono in compagnia di un fratello o di una sorella, senza che i loro genitori debbano pagare multe e tasse salate per aver infranto la legge sul controllo delle nascite. «Noi non siamo mai sole» ha dichiarato esultante alla tv Wang Yanren, una di tre gemelle quindicenni.

Questo festival nazionale dei gemelli è stato orchestrato con gran pubblicità in coincidenza con la settimana di vacanze che si apre ogni anno il primo ottobre, anniversario della Rivoluzione. Come spesso accade in Cina anche con gli eventi più leggeri, la sceneggiatura lascia trapelare un disegno politico. Contrordine compagni, e soprattutto compagne. Negli ultimi 25 anni la Cina ha sconfitto la sua «bomba demografica» con la più efficace politica di limitazione della natalità mai applicata al mondo. La legge del figlio unico ha frenato brutalmente l´aumento della popolazione, che ormai cresce solo dello 0,7% annuo. Appena una generazione fa, la Cina aveva una volta e mezzo gli abitanti dell´India, fra dieci anni l´India l´avrà raggiunta a quota 1,4 miliardi. Il successo cinese non è stato indolore. Quando fu varato alla fine degli anni 70 il controllo delle nascite, soprattutto nelle campagne, veniva applicato dal partito comunista con metodi autoritari (inclusi gli aborti forzati) denunciati dai difensori dei diritti umani. In seguito subentrarono strumenti più soft come i disincentivi fiscali e assistenziali (oltre il primo figlio salgono le tasse e rincara la scuola). Qui e là ci furono anche delle eccezioni, nelle aree più depresse, per alcune minoranze etniche, o per arginare gli infanticidi di bambine nelle campagne, le autorità chiusero un occhio sul secondo figlio. Ma intanto l´emancipazione femminile, l´istruzione e il lavoro delle donne hanno avuto un ruolo decisivo sul crollo della prolificità. Oggi nelle metropoli «americanizzate» di Pechino Shanghai e Guangzhou i giovani preferiscono godersi il benessere, le mogli pensano alla carriera, dilaga il trend sociale delle coppie che decidono di rimanere a quota zero figli, questa volta senza nessuna pianificazione dall´alto. Di colpo il governo di Pechino deve fronteggiare - su una scala senza eguali al mondo - tutti i problemi creati dalla denatalità: invecchiamento accelerato, emergenza-pensioni, crisi della sanità.

Shanghai, la City della finanza e la capitale del boom industriale, è già alle prese con i sintomi di una penuria di giovani sul mercato del lavoro.

Spesso all´avanguardia nei cambiamenti politici, Shanghai il mese scorso ha rotto il tabù per prima: le autorità cittadine hanno offerto incentivi fiscali alle coppie che fanno due figli. Adesso lo strappo sta per diventare nazionale. Il presidente Hu Jintao ha nominato una task force di 250 demografi ed economisti incaricati di riesaminare la politica delle nascite. Dai lavori della commissione è già trapelata un´anticipazione: gli esperti consigliano di adottare ufficialmente la «politica dei due figli», indispensabile nel lungo termine per stabilizzare la popolazione e garantire un equilibrio tra vecchi e giovani.

Per un paese che nella nostra memoria è ancora associato alla sovrappopolazione, i problemi oggi si sono invertiti drammaticamente. Secondo le proiezioni delle Nazioni Unite, tra vent´anni l´età media dei cinesi avrà superato quella degli americani. Nel 2025, gli ultrasessantenni in Cina saranno più di 300 milioni mentre dietro di loro le generazioni più giovani si assottigliano. L´emergenza è accentuata dal fatto che la Cina - comunista ormai solo di nome - non ha un sistema previdenziale moderno. Solo di recente il governo ha pubblicato un Libro Bianco sulle pensioni. La maggioranza della popolazione - dai contadini agli immigrati nelle città, dai dipendenti delle piccole imprese ai lavoratori autonomi - deve affrontare la vecchiaia senza rete. Nella tradizione confuciana l´unico Welfare è la famiglia. È un sistema che poteva funzionare nella Cina imperiale, quando gli anziani erano circondati da un esercito di figli e nuore, nipoti e pronipoti. Diventa una ricetta impraticabile nella Cina del «figlio unico», che dovrebbe sostentare da solo genitori e nonni sempre più longevi. L´emergenza-anziani è tanto più grave perché la Cina, a differenza dagli Stati Uniti e dal Giappone, ha avuto meno tempo a disposizione per prepararsi alla nuova fase demografica. Secondo la battuta dell´economista Hu Angang della università Qinghua di Pechino, «noi qui rischiamo di diventare vecchi prima di essere diventati ricchi». Nel 2040 la popolazione di cinesi anziani avrà superato quella americana, ma il reddito pro capite no.

Insieme con i problemi previdenziali ed economici, il controllo delle nascite ha anche provocato un ribaltamento nei valori e nei comportamenti. La Cina dei «cento milioni di figli unici» è diventata una società più individualista, più egoista, dove il rispetto degli anziani è stato gradualmente sostituito dall´idolatrìa dei bambini. La scarsità li ha resi preziosi, quindi viziati e coccolati come nelle peggiori società consumistiche. Per questo fenomeno sociale - del tutto sconosciuto nella storia della società cinese dominata dall´autorità degli anziani - è stato coniato il nome di Xiao Huangdi, cioè «piccoli imperatori». Il celebre letterato Yang Xiaosheng, in un´intervista al Beijing Star Daily, ha descritto questa cultura dei figli unici come «egocentrici, arrivisti spietati, incapaci di accettare critiche». Generazioni di genitori e nonni, che dovettero interrompere gli studi negli anni terribili della Rivoluzione culturale, oggi danno fondo a tutti i loro risparmi per pagare rette scolastiche di 6.000

dollari l´anno (tre volte il reddito pro capite del cinese medio): tanto costano a Pechino e Shanghai le scuole private di lusso che proiettano i «piccoli imperatori» verso le università di élite e il successo professionale.

Per motivi economici o per porre fine a questa dittatura dei teen-agers, i leader di Pechino sono costretti a smantellare quel controllo delle nascite che è stato uno dei pochi veri successi del comunismo. Ma non è detto che la società cinese di oggi obbedisca così docilmente al cambio di rotta come avvenne un quarto di secolo fa. Quando arriverà in tutte le case il pressante invito a mettere in cantiere il secondo figlio, forse sarà troppo tardi.

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