Da La Repubblica del 01/10/2004

Nel nome della guerra

di Giorgio Bocca

PER più di mezzo secolo abbiamo conosciuto con la pace l´orrore per la guerra al punto che una guerra ci sembrava impossibile. Una categoria cancellata. E in questo più di mezzo secolo nel mondo libero si era formata una convinzione virtuosa sulla crescita della democrazia, sulla soluzione pacifica dei conflitti, persino su una ricomposizione fra liberalismo e socialismo. In sintesi era un mondo pieno di paure e di dolori ma convinto di essersi riguadagnato un avvenire. Dall´11 settembre del 2001 lo scenario è cambiato, la guerra è tornata padrona dei nostri pensieri e delle nostre paure, sono rinati ovunque gli uomini di guerra quelli che la proclamano medicina del mondo e quelli che ci campano da avventurieri o da agenti segreti.

Negli anni della pace un capo comunista, Krusciov, si sentì di proporre a Kennedy di mandarli in pensione e di spendere meglio i soldi, oggi se ne parla come del sale della società, li si chiama intelligence, la conoscenza e l´astuzia che fanno muovere il mondo. È tornato a circolare l´intero campionario della guerra, anche quelli naturalmente per cui la guerra è un buon affare. Al tempo della prima guerra mondiale li chiamavano i "pescecani" facevano miliardi fabbricando divise, scarpe, armi. Adesso nell´Iraq sono quelli della Hulliburton di Dick Cheney indagata per aver gonfiato i conti con il Pentagono, e di tante altre aziende. Dietro di loro camionisti, di operai, di impiegati e magari di manovali arrivati da un paese himalaiano fuori dal mondo come il Nepal, questo formicaio di uomini pagati non si sa bene da chi che rischiano la vita pur di guadagnare qualcosa in più. Sembra di essere tornati nel mondo che moriva e viveva di guerra, ai camionisti dell´Africa orientale, ai costruttori della linea fortificata Littorio sulle Alpi. Sono tornati anche i grandi venditori di paura, quelli che vendendo paura fanno rieleggere un presidente o che ottengono il permesso di trivellare pozzi di petrolio nella incontaminata Alaska. La guerra, il fascino e il cinismo della guerra la fanno di nuovo da padroni. "A chi tocca tocca" è la nuova regola, una regola da bombardamento, un sibilo, un rombo e il pensiero confortante è toccato ad altri.

C´è qualcosa di nuovo nell´aria anzi di antico, un´Italia di cose già viste, già udite, con migliaia di tricolori sventolanti, di labari, di funerali di Stato. Riemerge l´Italia delle madrine di guerra dei rifondatori della patria, dei picchetti di onore, dei marò e dei lagunari con il basco per traverso, del nazionalismo delle vanaglorie delle autocelebrazioni: «Siamo meglio dei francesi, noi sei su otto ne abbiamo salvati loro no».

La guerra è di nuovo la nostra padrona, obbediamo ai suoi ricatti, approfittiamo delle sue occasioni, ci pieghiamo alle sue infamie. E´ tornata da protagonista e l´idea della guerra, la sua ineluttabilità, la sua extrema ratio, le sue bandiere e le sue fanfare sono dominanti. Nei mezzi di comunicazione, nei partiti, nelle classi sociali la guerra è vincente. A volte sembra che il pacifismo sia quasi unanime, che in tutto il paese sventolino bandiere multicolori ma subito riprende il coro dei sostenitori della guerra.

Usano ragionamenti puerili sulla necessità della violenza, ripetono che la guerra è provvidenziale, che tutto ciò che funziona a questo mondo è opera di una guerra. Mi ricordano un professore di dottrina militare al liceo: stavamo prendendo legnate su tutti i fronti e lui continuava a dirci che la guerra è «un´arte bella». In verità la guerra è la sospensione di ogni civile disegno, è il rinviare la vita ad una pace che non verrà mai. Quanti di noi si rendono conto che questi pochi anni di guerra ci hanno riportato indietro di mezzo secolo? Che in nome di una guerra anche se ambigua possono scattare tutte le censure, i ricatti, che sopra di noi è ritornata una forza sorda e presuntuosa, per cui un pacifista, una persona di normale ragionevolezza può passare per qualcosa di negativo, o di ingenuo, di sospetto. Sono tornati i mastini del finto patriottismo, quelli che vigilano e minacciano e si fan forti dei grandi tabù arrivati dall´epoca delle caverne, e preferiscono la rassegnazione alla violenza e alla ferocia per non affrontare le possibili soluzioni della pace. Questa è l´aria che si respira: di una democrazia che se si salva si salva per compromessi, per caso, per combinazione e sempre meno per la volontà dei suoi cittadini.

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