Da La Stampa del 30/09/2004

Leggi e democrazia per affrontare i fondamentalisti

La via della tolleranza

di Michele Ainis

Abbiamo due modi per reggere la sfida che il fondamentalismo islamico sta portando all'Occidente. Il primo è di rispondere bomba su bomba, anche a costo di lasciare sul terreno vittime innocenti, anche a costo d'infiammare gli stessi moderati dei paesi arabi, anche a costo di rinunziare ai valori di tolleranza religiosa che innervano la nostra specifica cultura. È la via intrapresa dal presidente Bush con la sua guerra in Iraq, e con la sua pretesa d'esportare la democrazia sulla canna dei fucili. Ma è altresì la via indicata dagli intransigenti che si specchiano nei libri di Oriana Fallaci o nelle ordinanze dei sindaci leghisti che proibiscono l'uso del burqa in strada, ma chissà perché non anche il passamontagna, il casco da motociclista, la maschera di Pulcinella a Carnevale. Ed è infine la via di chi trasforma il laicismo in religione, e perciò vieta d'ostentare i simboli del culto nelle aule scolastiche, come impone la legge francese e come qualcuno vorrebbe imporre anche in Italia; tuttavia - ha osservato Giuliano Zincone - un autentico pensiero liberale dovrebbe viceversa tollerare ogni costume, ogni acconciatura.

Ecco, sta qui il secondo approccio che ancora resta da sperimentare. Per farlo davvero occorre però colmare una doppia inadempienza normativa, che si trascina ormai da molti anni. In primo luogo la legge sulla libertà religiosa, presentata già a suo tempo dal governo Prodi e riproposta il 18 marzo 2002 dal governo Berlusconi, con la firma in calce dello stesso presidente del Consiglio nonché di nove suoi ministri, da Castelli a Martino, da Moratti a Sirchia, da Maroni a Prestigiacomo, e poi Scajola, Tremonti, Buttiglione. Che fine ha fatto? Risposta: la I commissione della Camera ne ha concluso l'esame un anno dopo, il 9 aprile 2003. Il giorno successivo si è svolta la discussione generale in aula, che si è chiusa poi con un rinvio alla commissione. Quest'ultima da allora non l'ha più esaminata. La legge, insomma, si è persa nelle nebbie del Palazzo. Eppure essa si proponeva di riallineare la vecchia disciplina dei culti «ammessi» (datata 1929-1930) ai principi costituzionali, vietando per esempio ogni discriminazione per motivi di fede, o riconoscendo a tutte le confessioni religiose il medesimo diritto fin qui attribuito ai soli enti ecclesiastici d'ottenere beni demaniali. Eppure le sue soluzioni normative corrispondevano a quelle predisposte in analoghi progetti dell'opposizione, ed erano state salutate con favore da Enzo Bianchi e da altri sostenitori dell'ecumenismo, proprio per togliere munizioni agli estremisti islamici. Eppure quando il governo Berlusconi la (ri)propose, l'11 settembre era già scoccato, con tutti i suoi lutti e i suoi steccati.

Seconda lacuna: la mancata «intesa» fra il nostro Stato e il mondo musulmano. Viene qui infatti in gioco uno strumento normativo che la Costituzione (all'art. 8) prevede espressamente per regolare lo statuto di ogni confessione religiosa diversa da quella cattolica, garantendone così l'autonomia pur entro i confini dell'ordinamento generale. Lo scopo è insomma d'estendere a tutti gli altri culti le garanzie e i vantaggi di cui godono i cattolici, dall'8 per mille al riconoscimento ufficiale delle festività, sino agli effetti civili del matrimonio religioso. E per l'appunto dal 1984 in poi di tale opportunità hanno potuto profittare i valdesi, la Chiesa avventista del settimo giorno, le Assemblee di Dio, le comunità ebraiche, l'Unione cristiana evangelica, i luterani, i buddisti, i testimoni di Geova. E i musulmani? Loro no, non ancora, per loro non viene mai il momento. Eppure in Italia la comunità islamica conta ormai un milione di fedeli. Eppure dall'intesa sorgerebbe una catena d'obblighi reciproci, obblighi nostri, ma in conclusione pure loro: basti pensare che per riconoscere validità civile al matrimonio musulmano, l'officiante dovrebbe leggere agli sposi gli articoli del codice civile che scandiscono la parità fra i coniugi, nonché i doveri dell'uomo verso la donna che prende in matrimonio. È insomma una prova di dialogo, di comunicazione fra le nostre due culture che oggi parrebbero respingersi a vicenda, quella cui dà gambe lo strumento dell'intesa; lo dice, del resto, pure la parola. E allora perché non cercare d'imbastirla?

C'è infatti una triplice ragione per procedere lungo questa via. Perché la soluzione opposta ci sta rendendo sordi gli uni agli altri, e ostili, e in ultimo nemici sullo stesso suolo. Perché la tolleranza religiosa disegna viceversa uno spazio discorsivo là dove infuria la barbarie. E perché infine se non stabiliamo un codice di regole condivise la frattura tra l'Occidente e l'Islam è destinata ad allargarsi, come accade nella Zattera di pietra descritta da José Saramago; e saremo entrambi popoli di continenti alla deriva.

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