Da La Repubblica del 24/09/2004

Il rito tribale del terrorismo

di Gilles Kepel

ANCHE qui a Washington le ultime 72 ore sono state segnate da una nuova escalation di orrori con la diffusione su Internet della decapitazione dei due ostaggi americani rapiti a Bagdad. Tutto ciò avviene nel momento in cui negli Stati Uniti la campagna elettorale ha raggiunto un livello di scontro altissimo: da ieri gli spot pagati dai supporter del presidente George W. Bush presentano immagini di John Kerry negli anni Settanta, in bianco e nero, l´attuale candidato democratico con capelli lunghi, che denuncia le torture commesse dai soldati americani in Vietnam. Nel filmato si chiede agli spettatori-elettori se un uomo del genere può dirigere le forze armate statunitensi in un frangente come quello attuale. Nelle ore in cui sono diffuse le immagini degli ostaggi decapitati la popolarità di Bush cresce, e l´orrore che suscitano tali gesti, favoriscono la rielezione di un presidente che è considerato più aggressivo contro il terrorismo.

Anche se molti americani rimangono scettici sul suo discorso alle Nazioni Unite di martedì, e sulla possibilità di democratizzare l´Iraq.

La decapitazione con il suo lato spettacolare, tale da creare una fascinazione morbosa, soprattutto presso alcuni spettatori (in particolar modo i giovani, che non distinguono tra film dell´orrore e realtà), ha un impatto devastante anche rispetto ai mezzi relativamente semplici utilizzati. In effetti i terroristi, tagliando la testa, facendo sgorgare il sangue e posando poi la testa tagliata sul cadavere delle vittima, riescono a costruire a basso costo una messa in scena spettacolare, che può ricordare quella del crollo delle torri gemelle dell´11 settembre. Le altre forme di morte non raggiungono lo stesso effetto delle decapitazioni: anche gli attacchi kamikaze finiscono con l´avere meno impatto sull´opinione pubblica occidentale che gli jihadisti vogliono terrorizzare. Chiunque di noi può identificarsi nel corpo a cui viene tagliata la testa, mentre un attentato non lascia che il ricordo delle vittime. È la messa in scena dell´istante preciso della morte che produce il massimo impatto.

Dal punto di vista della tradizione islamica, la decapitazione rappresenta l´esecuzione capitale più tradizionale e i testi religiosi abbondano di racconti di nemici a cui i musulmani hanno tagliato la testa. Le città del mondo arabo prevedevano luoghi dove le teste mozzate erano esposte al pubblico; pensiamo alla porta della cittadella del Cairo o la piazza Jama´l Fna di Marrakesh, il cui nome significa proprio porta dei trapassati.

Per i militanti islamici e salafiti che iscrivono le loro pratiche politiche nell´imitazione letterale della tradizione musulmana la decapitazione appare come la forma più "islamica" della messa a morte del nemico. Inoltre in queste ultime settimane i video dei terroristi mettono in scena "tribunali" islamici che pronunciano sentenze di morte in nome della Sharia prima di sgozzare le vittime. Bisogna ricordarsi anche che nel testo "Vademecum dei terroristi" che le forze di sicurezza americane trovarono nei bagagli dei kamikaze dell´11 settembre, c´erano istruzioni precise per uccidere i passeggeri che si fossero ribellati: "Se Allah vi fornisce una vittima da sgozzare, colpisci come devi".

La decapitazione degli ostaggi viene compiuta per inviare un doppio messaggio: uno, spettacolare e spaventoso, all´indirizzo del mondo occidentale; l´altro ? che cerca legittimazione dal punto di vista religioso ? nei confronti del mondo musulmano, nel quale i terroristi vogliono mobilitare le masse.

Resta da dimostrare se la società civile musulmana può ancora essere convinta che questi massacri in serie rappresentano una Jihad vittoriosa, o se, al contrario, gli eccidi suscitano tali reazioni d´orrore che portano ad assimilare definitivamente le atrocità alla fitna - la guerra nel cuore dell´Islam - portatrice della rovina della causa stessa della Jihad e portatrice infine dell´isolamento dei terroristi nei confronti della società musulmana.

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