Da La Stampa del 19/09/2004
Originale su http://www.lastampa.it/_web/_P_VISTA/spinelli/archivio/spinelli040919.asp

Francia la grande dilettante

di Barbara Spinelli

Non è la prima volta che tutto, nella costruzione dell’Europa, dipende dalla Francia: sia quel che è buono e guarda al futuro, sia quel che è conservatore e s’installa in un lusinghiero ma del tutto illusorio mondo del passato. Senza la Francia sarebbe stato impossibile inventare la Comunità del carbone e dell’acciaio, nel dopoguerra, e i tanti perfezionamenti seguiti a quel primo abbozzo di unione. Senza la Francia non avremmo quest’Europa incapace di divenire potenza, perché gli Stati che la compongono non vogliono delegarle quella parte di sovranità che, esercitata dalla singole nazioni, è ormai una chimera. Quel che Parigi dice e fa ha avuto sempre funzioni egemoniche, sia quando il treno andava avanti sia quando retrocedeva. Così è stato, in positivo, per gli esordi dell’integrazione e, più recentemente, per la moneta unica. Così è stato, in negativo, per il fallimento della Comunità Europea della Difesa (Ced): un grande progetto che naufragò a seguito d’un voto contrario del Parlamento francese, il 30 agosto ’54. L’idea che sia l’Inghilterra a bloccare l’affermarsi di un potere europeo forte, che compensi la perdita d’influenza subita dagli Stati dell'Unione, è una falsificazione del presente storico. Se l’Inghilterra può frenare la nascita di quest’Europa, se Bush può dividerla per dominarla, è perché i suoi responsabili, e la Francia per prima, hanno volontariamente consentito alla disfatta di progetti che pure avevano difeso, con grande magniloquenza ma non meno grande pigrizia e dilettantismo.

La pigrizia storica della Francia e l’aspetto dilettante del suo provincialismo potrebbero ancora una volta affossare il futuro dell’Unione e far vincere le forze del passato, come già avvenne quando gli europei si predisposero a unire gli eserciti, esattamente cinquant’anni fa. Questa volta è la Costituzione europea che potrebbero demolire, nel referendum indetto da Chirac per la seconda metà del 2005. Un referendum che non è solo nazionale ma riguarda i cittadini dell’intera Europa: detto dalla Francia, l’eventuale no alla Costituzione non potrà esser paragonato a quello inglese. Se la Francia vota no, l’imperfetta ma pur sempre necessaria Costituzione semplicemente non si farà. Questa possibilità si è fatta concreta, nelle ultime settimane, da quando Laurent Fabius, numero due del partito socialista, ha deciso di accelerare la propria ascesa all’Eliseo puntando sulle forze ostili all’Europa: forze presenti nei vari partiti, ma specialmente nelle loro estremità.

Anche questo comportamento è tipico della schizofrenica presenza di Parigi nell’Unione: una presenza caratterizzata dalla sopravvalutazione insensata della propria grandezza e autosufficienza, e dalla simultanea sottovalutazione del proprio potere di iniziatrice o distruttrice d’Europa. Oggi, ad esempio, Fabius sottovaluta l’effetto devastatore che il suo no può avere su tutta l’Unione.

L’Europa ritroverà una capacità di rinascere dalle ceneri, come più volte in passato. Ma per il momento, e nel mezzo d’un totale disordine internazionale, avrà lasciato l’iniziativa alla diplomazia inglese e dunque messo il proprio destino nelle mani americane, per molto tempo ancora. Anche nel ’54 fu così. La Ced fu affossata dalla Francia, e il premier Anthony Eden riuscì a imporre la propria alternativa: non un potere militare comune, ma un accordo di cooperazione tra Stati - l’Ueo, Unione dell’Europa occidentale - che mai riuscì a produrre risultati. Jean Monnet, che commenta l’evento nelle Memorie, ricorda così il veto parigino: «Non esistono sconfitte, all’infuori di quelle che accettiamo».

Tutti i principali dirigenti francesi son responsabili di questo cupo desiderio di sconfitta e di questa pigrizia, che si son dilatati dopo l’89 e che hanno raggiunto il culmine proprio quando Parigi ha dato l’impressione di mobilitarsi con maggiore energia e avvedutezza, prima della guerra in Iraq. Fu Chirac, in quell’occasione, a parlare senza saper persuadere l’Europa, senza provare a convincere gli europei orientali ma anzi disprezzandoli. Lo stesso ha poi fatto nel negoziato sulla Costituzione, fingendo di volere un’Unione diversa dal passato ma non dandole gli strumenti istituzionali per riuscire.

Adesso questi vizi francesi appaiono anche a sinistra, con un vigore che Chirac non aveva forse previsto quando indisse il referendum. L’opposizione alla Costituzione non viene da un antieuropeo consumato: Fabius, già primo ministro, è un europeista che d’un tratto cambia casacca, e pur di pescare voti a sinistra fa proprie le ostilità a un’Unione più stretta. Egli pensa di poter contare su una maggioranza socialista, e di trascinare con sé comunisti e sinistre estreme. La vecchia convinzione che le elezioni si vincano al centro e su posizioni europee s’infrange, e l’unica preoccupazione è fare il pieno dei voti a sinistra, rincorrendo i massimalismi. Non è solo in Francia che una buona parte della sinistra smette di investire sul centro, rincorrendo in primis le estreme: anche in Italia torna la tentazione, a sinistra, di divenire al tempo stesso fortissima e non utilizzabile in quanto forza di governo, come all’epoca del Pci. La differenza è che nel caso francese è l’Europa a rimetterci, e non solo le nazioni. L’altra differenza è che Fabius rincorre ogni sorta d’estremismo, di sinistra e di destra.

La malattia della Francia è grave, ed è la vera causa dell’odierna malattia dell’Unione: del suo mutismo mondiale, della sua stasi dopo l’avvento dell’euro, della strana attrazione che i suoi Stati provano per il fallimento di quel che pretendono desiderare. L’esempio che ha dato Chirac negli scorsi anni, e che oggi viene da Fabius, conferma un’antica abitudine gollista: l'Europa per essi non è mai un fine ma un mezzo, utilizzato con incoerenza per scopi solo interni. Questo nell’illusione di poter esser grandi da soli, senza Europa. Di poter adoperare gli alleati senza che questi mai s’adombrino. Di non dover mai cedere sovranità, dopo aver chiesto ai tedeschi di cedere la loro in campo monetario. Di poter ottenere un’indipendenza dagli Usa senza creare le istituzioni in grado di assicurarla.

Ma è significativo che il rilancio dell’Unione ricominci ancora una volta in Francia, dove ogni cosa ebbe inizio. Replicando con durezza a Fabius, il leader socialista Hollande ha detto che la sua lealtà va ai socialisti cui è legato nel Parlamento europeo, e non alla sinistra nazionale (Le Monde, 16-9: «Quale gauche? I nostri alleati sono i socialisti europei!»). Allo stesso modo, in una destra perdente, l’europeista Bayrou ha vinto alle Europee spezzando le lealtà partitiche nazionali.

È segno che una nuova usanza sta forse affermandosi nell’Unione. L’usanza che induce a superare gli steccati dei partiti classici, e a far politica europea su terreni non nazionali ma sovrannazionali. L’Europa potenza che nessuno ancora vuole tranne i popoli europei ricomincia probabilmente da qui.

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