Da La Stampa del 26/05/2004

Era meglio quando c'era Saddam

di Alan M. Dershowitz

Nei giorni che hanno portato all’invasione americana dell’Iraq, il mondo occidentale aveva Saddam Hussein esattamente dove lo voleva. Era stato ridotto all’impotenza dalla minaccia di un attacco e dall’attenzione generale sulla ricerca delle armi di distruzione di massa. L’Iraq pullulava di ispettori Onu, di spie e giornalisti. Una spada di Damocle pendeva sulla testa di Saddam, dei suoi figli e dell’intero governo. A differenza dei fanatici con il complesso del martirio, il laicissimo Saddam non aveva nessuna intenzione di saltare in aria, centrato da un missile Cruise. Se davvero nascondeva armi di distruzione di massa non poteva usarle, perché appena le avesse tirate fuori, il suo regime sarebbe stato distrutto. Se avesse voluto ancora fare strage della sua gente, sarebbe stato bloccato al primo colpo. Avevamo raggiunto i nostri obiettivi primari nella regione senza aver ucciso un solo iracheno né un solo americano. La forza e l’influenza degli Usa erano al massimo. La forza e l’influenza di Saddam erano al minimo.

Se non avessimo abbassato la spada di Damocle, oggi Saddam Hussein sarebbe al potere ma senza reale potere. Forse questo non sarebbe il migliore dei mondi possibili, ma sarebbe certamente migliore di quello che dobbiamo fronteggiare oggi. All’amministrazione Bush non bastava minacciare la guerra: era determinata a mostrare la sua forza proprio attaccando e invadendo, con la promessa di una vittoria militare rapida e decisiva che avrebbe cambiato per sempre il volto della regione. E’ stato un penoso errore.

La forza della spada di Damocle è quella di pendere sulla testa della sua vittima come minaccia e deterrente, ma il suo enorme potere finisce appena viene abbassata. Calandola - cioè invadendo l’Iraq - gli Stati Uniti si sono indeboliti e hanno indebolito l’intero mondo occidentale nella sua battaglia contro il terrorismo.

Nelle settimane che hanno portato all’attacco all’Iraq, ho creduto davvero che Saddam possedesse le armi di distruzione di massa. Ho creduto - e continuo a credere - che fosse uno dei peggiori tiranni della storia moderna, avendo ucciso migliaia di suoi concittadini e ancor più iraniani, in gran parte utilizzando armi fuori legge come i gas tossici. Credo anche che fosse un tiranno senza scrupoli, che avrebbe fatto tutto il possibile per aumentare il suo potere e conservare il controllo sull’Iraq. Mi trovai perciò d’accordo con l’amministrazione Bush nella valutazione che l’Iraq e il mondo sarebbero stati migliori senza Saddam e i suoi fedelissimi del partito Baath. Ero però contrario alla guerra, perché credo fermamente nella legge delle conseguenze non volute.

Nessuno infatti avrebbe potuto prevedere con precisione le conseguenze di un attacco, di un’invasione, di un’occupazione e poi della fine dell’occupazione. Nessuno poteva garantire che l’Iraq sarebbe emerso da tutto ciò come una democrazia araba piuttosto che come un nuovo Afghanistan o un nuovo Iran. Sostituire un tiranno laico con un fondamentalista religioso non sarebbe stato un gran guadagno. Aver fatto subentrare allo Scià di Persia l’ayatollah Khomeini ci ha insegnato quanto sia più difficile controllare le azioni dei fedeli religiosi che invocano il martirio rispetto alle mosse dei dittatori laici che temono il carcere e la morte. Nessuno era in grado di prevedere gli effetti di tutto ciò sulla nostra guerra al terrorismo. Si poteva però prevedere almeno un po’ di resistenza a un’occupazione forzata, un po’ di risentimento contro l’inevitabile uccisione e detenzione di civili iracheni, qualche nuova fiammata religiosa dopo la caduta del regime sostanzialmente secolare di Saddam Hussein, e un qualche sfruttamento della situazione da parte di Al Qaeda e di altri gruppi di terroristici.

La situazione è diventata ben peggiore di quanto potesse immaginarsi anche chi aveva fatto piani per lo «scenario peggiore». Ottenuta la rapida e decisiva vittoria militare che aveva promesso, il presidente Bush si piazzò davanti allo striscione che dichiarava «missione compiuta» e assicurò al mondo che il peggio era passato. Non era passato affatto. Il peggio doveva ancora venire. Le fotografie degli abusi nel carcere di Abu Ghraib, l’altissimo numero di vittime e detenuti, l’inaspettata popolarità di alcuni leader religiosi estremisti, tutto ha contribuito al disastro. Invadendo l’Iraq anziché continuare a immobilizzare Saddam, abbiamo trasformato una situazione di vittoria secca in una situazione di perdita secca per l’Iraq, per l’America, per gli alleati americani e per la guerra al terrorismo.

E tutto questo senza avere una strategia pratica di uscita che non peggiori ulteriormente la situazione! Entrambi i candidati alla presidenza americana si sono impegnati a «mantenere la rotta» e sono contrari a una politica di fuga che lascerebbe la regione in un caos ancora più grande. Gli americani continuano a diffidare delle Nazioni Unite e dei Paesi europei che hanno rifiutato di appoggiarci, soprattutto di Francia e Germania. Abbiamo visto i problemi creati da un’azione condotta soltanto con un pugno di alleati, e ancora ci preoccupiamo di dover fare affidamento su Paesi e istituzioni di cui non ci fidiamo fino in fondo. Nessun candidato alla Casa Bianca che voglia vincere può fare campagna elettorale promettendo di scaricare il problema iracheno sull’Onu, l’Unione europea, la Lega araba o un’altra istituzione multinazionale. Né è realistico aspettarsi un nuovo governo iracheno in grado di prendere rapidamente il posto degli Stati Uniti e dei loro alleati.

Alcune cose cambieranno alla fine di giugno, quando l’autorità formale verrà consegnata «agli iracheni» (qualunque cosa questo significhi). Ma la situazione sul terreno resterà sostanzialmente quella che è stata negli ultimi mesi, con l’assassinio come principale veicolo di cambiamento politico.

Un aspetto del governo iracheno sarà la creazione di un sistema giuridico che porti davanti alla giustizia terroristi accertati e fedelissimi di Saddam che hanno perpetrato i suoi assassinii di massa. Tra i primi a essere portati alla sbarra ci sarà Saddam Hussein e - se lo prenderanno - lo sceicco Muqtada al-Sadr. Questi processi potrebbero però diventare una bella fonte di guai, soprattutto se gli avvocati della difesa li trasformeranno in spettacoli politici, come ha già anticipato l’avvocato di Saddam, Jacques Vergès.

A mio giudizio, la migliore speranza di una soluzione ragionevole al pantano iracheno è un «cambio di regime» democratico qui in America il prossimo 2 novembre. La sconfitta elettorale del Presidente che ci ha portati in questo disastro fornirà alla nuova Amministrazione un minimo di flessibilità nell’escogitare una strategia di uscita. Come presidente, John Kerry non dovrà portare il peso degli errori passati.

Sebbene come senatore abbia votato a favore dell’attacco all’Iraq, dall’inizio della guerra le sue dichiarazioni pubbliche sono state più sfumate ed equilibrate. Kerry è un uomo più internazionalista di Bush e sarà incline a consultarsi ampiamente con gli alleati - dentro e fuori la Nato - alla ricerca di una soluzione creativa al marasma creato dal suo predecessore.

Neppure Kerry però riuscirà a fornire una «pallottola magica» o un «trucco veloce», perché non esistono soluzioni perfette. Questo è un problema a lungo termine, che richiede una riflessione strategica a lungo termine. E comunque non c’è nessuna sicurezza che il presidente Bush, nonostante il calo di consensi, non sorprenda tutti con una vittoria a novembre. L’Amministrazione in carica può avere un’enorme influenza sugli eventi - economici, militari e politici - durante la campagna elettorale. Una vittoria di Bush aumenterebbe le probabilità che si continuino a cercare soluzioni militari anziché diplomatiche, dal momento che la prima persona che verrebbe rimpiazzata è il segretario di Stato Colin Powell, che ha fatto del suo meglio per limitare l’avventurismo degli integralisti di Bush. Senza Powell, la cricca Cheney-Rumsfeld-Wolfowitz aumenterà la sua influenza su Bush. Con un risultato pessimo per l’America, per l’Iraq e per le democrazie mondiali.

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