Da La Stampa del 18/07/2004
Originale su http://www.lastampa.it/_web/_P_VISTA/spinelli/archivio/spinelli180711.asp

BUSH, BLAIR E LA GUERRA

I disastri della buona fede

di Barbara Spinelli

Due commissioni d'inchiesta hanno spiegato nelle ultime settimane come si è arrivati alla guerra in Iraq, nel marzo 2003: sulla base di quali informazioni, e soprattutto disinformazioni, fornite a Bush e Blair dai rispettivi servizi segreti. La prima commissione, composta di senatori americani, ha presentato il proprio rapporto il 9 luglio. La seconda, britannica, era presieduta da Lord Butler, un funzionario pubblico che ha servito più governi: dopo aver investigato per sei mesi, egli ha presentato le proprie conclusioni il 14 luglio.

I due verdetti andrebbero studiati con cura, perché con toni più o meno severi essi hanno in comune una cosa essenziale: la convinzione granitica che vi fu errore grave, ma che esso non sia da attribuire ai singoli politici bensì alla struttura di potere, alla meccanica delle decisioni, alla natura delle comunicazioni fra servizi e governanti. Il rapporto Butler è esplicito: non vi furono responsabilità individuali, per le false informazioni date sulle armi di distruzione di massa in Iraq, ma «solo responsabilità collettive».

Sono entità completamente astratte che avrebbero dunque agito al posto dei singoli uomini (entità come la struttura, la meccanica, la natura) e questo toglie all'individuo il libero arbitrio, e di conseguenza la responsabilità e la colpa. Prigionieri com'erano della struttura del potere da loro diretto, Bush e Blair sono presentati come uomini che certo sbagliarono - si lanciarono in una guerra le cui motivazioni ufficiali erano senza fondamento - ma che agirono «in buona fede», senza intenzione alcuna di distorcere i fatti o di mentire ai Parlamenti e all'Onu. Obiettivamente furono disonesti, ma soggettivamente, come scrive l'Economist in copertina, vengon giudicati «ingannatori sinceri» (sincere deceivers). Credevano di agire bene, e per il bene.

Il dubbio non li sfiorava, tanto forte era questo loro credere. Non avevano in fondo bisogno di prove, perché chi crede intensamente non va in cerca di testimonianze o confutazioni fornite dalla realtà. Si crede anche nell'assurdo, come dicono a volte le grandi religioni e come dicono sempre le sette. Questo era il morbo che affliggeva sia Bush sia Blair, a giudizio dei senatori statunitensi e della commissione Butler: un morbo della psiche che li teneva ingabbiati, e che oggi provvidenzialmente li scagiona.

Per questa via la psichiatria fa ingresso nel regno della politica, così come da tempo ha fatto ingresso nei processi per i crimini comuni. È come se valesse, anche per il politico, l'attenuante dell'errore o del crimine commesso «senza capacità d'intendere e volere». L'irresponsabilità cessa di essere una colpa, e diventa una patologia da curare con le dolci medicine dell'empatia.

È singolare che ambedue le commissioni giungano a questo risultato, e che in tutti e due i casi venga dato lo stesso nome alla malattia che tormentò i poveri Bush e Blair al punto di toglier loro la capacità d'intendere e di volere. È un nome usato in psichiatria, e si chiama groupthink: pensiero di gruppo.

È un neologismo che echeggia quelli inventati da Orwell per descrivere il fanatismo comunista (il doublethink ovvero pensiero doppio; il newspeak ovvero Neolingua) e fu Irving Janis, esperto in psichiatria, a coniarlo negli Anni 70 per ricostruire i meccanismi che condussero a disastrose decisioni come l'invasione della baia dei Porci nel '61 (Irving Janis, Victims of Groupthink, Boston 1972).
Le vittime del pensiero di gruppo sono fideiste, prima ancora di esser fedeli a un'idea condivisa o a un partito che tende a reclutare militanti acritici. Il loro rapporto con la realtà è tenue, visto che vivono nella fede e che non sopportano una conciliazione tra questa fede e il pensiero critico opposto dalla ragione.

Irving Janis spiega come le decisioni prese in questa sorta di estasi collettiva producano risultati catastrofici, e come il gruppo s'impossessi dell'individuo e della sua libertà. Se ne impossessa dando ai singoli un'illusione di invulnerabilità e di moralità unanimemente condivise. Le obiezioni sono sistematicamente messe a tacere, e non solo non vengono richieste ma finiscono col provocare una sorta di vergogna anticipata in chi potrebbe essere indotto a criticare il metodo di decisione o la decisione stessa. Le informazioni che vengono dalla realtà sono accantonate, perché rischiano d'inquinare le buone intenzioni e la moralità del gruppo.

Il groupthink ha sinonimi illustri, nella storia passata e presente. Può prendere il nome di linea di partito, può dissimularsi dietro termini più blandi come «il comune sentire». Sempre, comunque, il pensiero di gruppo è un esercizio in conformismo. E sempre contiene gli ingredienti descritti da Janis: esso «interviene nei gruppi molto coesi, quando l'aspirazione all'unanimità rimpiazza la ricerca realistica di azioni alternative».

L'alternativa all'intervento in Iraq era di attendere che gli ispettori Onu finissero il lavoro cominciato: un lavoro fatto sul terreno, che oggi si rivela ben più efficace di quello dei servizi americani e britannici. Era di riconoscere che la politica di contenimento non aveva fallito, checché ne dicesse Bush nella dottrina sulle guerre preventive, ma che aveva ben funzionato in Iraq, visto che il capo degli ispettori Blix non trovò le armi. Ma Blix era difficilmente compatibile con il settarismo del pensiero di gruppo, come lui stesso fa oggi capire («Era come se credessero nelle streghe - ha dichiarato al Guardian -.

Qualsiasi notizia proveniente dal mondo reale veniva reinterpretata come conferma dell'esistenza delle streghe»). Blix fu messo da parte e ignorato perché rappresentava un'intollerabile intrusione della realtà nell'impermeabile buona fede del gruppo.

La buona fede può generare mostri, come insegna la storia dei totalitarismi di carattere fideistico: specie quando si applica a collettivi chiusi. Ma visto che di fede si tratta, è probabilmente nelle grandi religioni che conviene cercare il rimedio. Lo psichiatra Janis lo trova nell'avvocato del diavolo, una figura che la Chiesa cattolica istituzionalizzò nel '500 per i processi di beatificazione e canonizzazione. E anche Lord Butler consiglia di far ricorso a tale figura nelle decisioni politiche, lamentando il suo presunto venir meno nella preparazione della guerra irachena.

L'advocatus diaboli è incaricato dalla Chiesa stessa di presentare ragioni contrarie alla volontà-decisione prevalente, di fornire le prove di possibili errori, di opporre argomenti razionali a argomenti puramente fideistici, passeggeri. Esso non agisce contro la fede, ma la mette alla prova e in fin dei conti la consolida. L'advocatus diaboli è un'invenzione grandiosa della Chiesa, e non stupisce che sia chiamato, ufficialmente, non avvocato del maligno ma difensore della fede: della fede vera, che si rafforza solo dopo aver messo alla prova le sue presunte verità, senza contrapporre fede e ragione. Di questo avvocato-difensore c'è bisogno nelle decisioni collettive, per evitare i disastri del dogmatismo e del male fatto in nome del bene.

Contrariamente a quel che pretendono le commissioni d'inchiesta, tuttavia, nella guerra in Iraq non mancarono gli avvocati del diavolo, che tentarono di correggere gli eccessi del pensiero di gruppo dietro cui stavan trincerati Bush e Blair. Avvocati del diavolo sono stati Blix, e in America repubblicani come Baker, Scowcroft, in parte Powell. Sono stati la Bbc in Inghilterra, e lo scienziato David Kelly che espose i propri dubbi alla Bbc e finì con l'uccidersi quando il suo nome fu reso pubblico (anche la colpevolizzazione del dissidente è tipica del groupthink, secondo Janis).

Solo che i politici odierni non sembrano aver bisogno di simili avvocati, e le commissioni che li assolvono fingono che avvocati del genere neppure siano esistiti, pur di salvare la tesi - tanto comoda per i governanti - sul pensiero di gruppo. I politici oggi non hanno la statura di Churchill, e tuttavia si sentono più sicuri di lui, nella loro doppia illusione d'impunità e moralità. Più sicuri perfino della Chiesa del '500, che per tema dell'unanimismo e per temprarsi fece spazio addirittura alle più cavillose controargomentazioni del maligno. Non sono stati loro a sentire il dovere di dimettersi, ma la Bbc e un giornalista un po' più preciso di Lord Butler.

Ma forse i politici temono l'advocatus diaboli e lo zittiscono proprio perché sanno di essere abbastanza mediocri. Perché sanno che la loro guerra, come dice Blix, «ha reso forse il mondo un po' migliore, sbarazzandolo d'un dittatore, ma non più sicuro». L'ha reso anzi più insicuro: non solo perché il terrorismo s'è rafforzato, ma perché nessuno crederà più a decisioni prese da politici incapaci d'intendere e volere, e proprio per questo sollevati dall'obbligo di rispondere degli errori commessi.

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