Da La Stampa del 05/07/2004

Silvio, ovvero cosa significa perdere con le tv

di Filippo Ceccarelli

Problemino di contabilità politico-mediatica: se possedere 3+3 reti televisive porta a perdere l'8,6 per cento alle elezioni, quanti voti avrebbe perso Berlusconi se di tv ne avesse possedute altre tre?

C'è poco da provocare o da tirar giù paradossi. La sonora sconfitta di Forza Italia è avvenuta «nonostante» l'impero mediatico del Cavaliere. Il che può anche significare che detto impero ormai quasi monopolistico, modello di videocrazia solennizzata nell'irrisolto conflitto d'interessi, ecco, o non esiste, o se ne parla troppo, o comunque non conta poi così tanto.

Vero? Sì e no. «La televisione è un fattore molto importante in politica - sostiene uno dei più seri e lungimiranti studiosi, Giacomo Sani - ma la questione è molto complessa e controversa, insomma si tratta di un tema difficile». Per dipanarlo con qualche utilità, Sani ha scritto per l'ultimo numero di ComPol, dedicato appunto al (declinante) decennio berlusconiano, «Sette lezioni in forma di dialogo». Simplicius interroga e Magister risponde: «Spostare voti - è la premessa - è solo uno dei possibili effetti della comunicazione politica».

Eppure la vita pubblica italiana si svolge da anni come se l'influenza elettorale della tv fosse non solo dimostrata, ma anche immediata, assoluta e determinante. Basti pensare alle continue polemiche. Su Emilio Fede, Biagi, Santoro, le censure, la Gasparri, la guerriglia continua in Commissione di Vigilanza, due consigli d'amministrazione Rai andati a monte, gli appelli di Ciampi, i telegiornali pompati o addomesticati, le zuffe al Gr, le ispezioni al Tg3, l'arbitrio sulle dirette, i numeri dell'Osservatorio di Pavia. E poi le canzonette dell'ubiquo Apicella, le esternazioni del Cavaliere alla Domenica sportiva, le ospitate massicce nei programmi d'intrattenimento, i conflitti con il Garante delle Comunicazioni, e via, fino alle dislocazioni dei corrispondenti, la vicedirezione a Marzullo, il caso Borrelli...

Ebbene, con tutto questo, Berlusconi ha perso oltre quattro milioni di voti. E ci si provi adesso a riconquistarli con la fiction identitaria e Clarissa Burt, i monologhi di Lunardi e la lavagnetta dell'ex Tremonti, la scrivania del Contrattone e la diplomazia della Certosa mandata in onda in techniscope a tutte le ore del giorno e della notte.

Quello che conta della tv, sostiene Magister-Sani, sono gli effetti di lungo periodo. Si tratti di un megafono, di una tribuna per imbonitori o di un campo seminato, gli effetti del mezzo televisivo sulle elezioni restano ancora piuttosto misteriosi: «E' impossibile isolare le variabili in gioco e misurarne l'impatto». Le ricerche dicono e non dicono, azzardano ipotesi e le smentiscono. La recente tele-storia elettorale, dall'inattesa affermazione della Lega nel 1992 al trionfo di Lilli Gruber, dice tutto e il suo contrario. Ridotto all'osso, il dilemma ricorda l'eterna questione se venga prima l'uovo o la gallina.

Senza pensare di risolverlo, da parte del centrosinistra ci si aspetterebbe a questo punto, se non un'autocritica, almeno un pensierino sui foschi presagi di dittatura mediatica andati a buca, come pure sulle cupe previsioni orwelliane ben lungi dall'essersi avverate.

L'impressione, piuttosto, è che il berlusconismo, come fenomeno politico, stia per essere superato dalle stesse culture televisive: vedi l'Ufficio Scenari di Mediaset che ha appena proclamato «La fine della meraviglia» (Editori riuniti). Ancora una volta, come aveva scritto prima delle elezioni lo studioso Vincenzo Susca in «Tutto è Berlusconi» (Lupetti), «è stata sottovalutata la straordinaria potenza che risiede nel corpo sociale, e ancor più nella pelle dei consumatori».

Non si trasformano impunemente gli elettori in telespettatori. E se pure il Cavaliere è diventato più ricco come imprenditore, appare certo più debole come presidente. Perché la tv conta, ma ogni tanto la politica qualche rivincita se la prende pure.

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