Da La Repubblica del 16/05/2004

Islam d´Italia

Così sfumò la grande intesa nella galassia islamica

Il rischio del ghetto musulmano per un milione di nuovi italiani

Troppe fedi, etnie e linee politiche differenti hanno finora bloccato il dialogo
I contrasti nel Centrodestra hanno frenato Pisanu nel progetto di una Consulta
La legge quadro sulla libertà di religione, affondata dalla Lega, blocca la soluzione di mille questioni pratiche negli enti locali
I tentativi di impedire che il mondo musulmano, in prevalenza moderato, si chiuda in un se stesso e si radicalizzi sempre di più

di Guido Rampoldi

ROMA - L´ambasciatore Mario Scialoja cominciò a sfogliare il Corano quand´era ancora cattolico: della religione in cui era cresciuto lo infastidiva il culto dei santi. La sua fu una conversione "intellettuale" non frequente tra i quindicimila italiani che hanno abbracciato l´islam. I più sono diventati musulmani perché altrimenti la fidanzata araba non avrebbe ottenuto dallo Stato d´origine i documenti necessari al matrimonio. Altri trovano in Allah un nuovo dio anti-occidentale, sostituto di dei falliti. Chi proviene dall´estrema sinistra tende all´islam "rivoluzionario" e sunnita dei Fratelli musulmani; la destra opta per il misticismo sufi o per il khomeinismo sciita. Il loro apparente condividere la stessa fede non cancella la vecchia inimicizia politica, semmai la surgela dentro islam non comunicanti. Gli effetti talvolta sono bizzarri. Pubblicazioni come "Il Messaggero dell´islam", edito a Milano, sembrano la versione maomettana di Lotta continua. Cenacoli un tempo neofascisti cercano nel Corano conferme alla loro animosità verso gli ebrei. Se poi aggiungiamo ai quindicimila convertiti i 40-50mila immigrati musulmani con cittadinanza italiana, gli islam si moltiplicano e comincia ad apparire la grande area dei maomettani secolarizzati. Ma anche questo caos è più semplice della somma di fedi, tradizioni e vocazioni politiche che attraversano il milione di musulmani oggi nel nostro Paese.

Di quel milione soltanto una piccola percentuale (forse un 5-10%) è praticante. E soltanto una quota ancor più modesta è rappresentata dalle organizzazioni islamiche presenti in Italia. Eppure quando Scialoja ha provato a federarle, ha fallito. Si trattava di formare un Consiglio dei musulmani d´Italia. Poi il Consiglio avrebbe negoziato con lo Stato un´Intesa, necessaria ad avere accesso ai finanziamenti dell´8 per mille come la Chiesa cattolica, i valdesi, gli israeliti. Soldi e status: non era poco. Così la Grande moschea di Roma, di cui Scialoja dirige il Centro islamico, s´accordò con l´Unione delle comunità islamiche, l´Ucoii. Ma fu come mettere insieme conservatori e no-global. La Grande moschea è finanziata dagli Stati islamici, molti dei quali detestano, ricambiati, l´islam dei Fratelli musulmani da cui discende l´Ucoii. Così il Consiglio morì appena nato, nel 2000. Non risorgerà nel prossimo futuro, prevede Scialoja, oggi assai scettico sulla possibilità di proseguire sulla strada che porta all´Intesa.

Non v´è ragione di dolersi per questo fiasco. L´Intesa poggiava su una finzione. Poiché infatti lo Stato può concordare patti di questo tipo soltanto con cittadini italiani, una minuscola nomenklatura religiosa avrebbe ottenuto i mezzi e la legittimazione per rappresentare un milione di musulmani, però in maggioranza non praticanti, oppure devoti ad islam spesso non coincidenti con gli islam degli italiani. Sfumata l´Intesa, resta il problema di come comunicare con quel milione di maomettani. Fossero un esercito invasore, come vuole molta destra, potremmo parlamentare con i loro capi. Ma non hanno capi, essendo un precipitato di settanta scuole teologiche, quaranta nazioni, infinite etnie. Se votassero, come vuole non a caso Fini, scopriremmo realtà sorprendenti. Per esempio quel ceto-medio musulmano che sta emergendo nel nord: conservatore, spesso simpatizza con An, partito d´ordine; detesta gli immigrati poveri con una foga leghista; e come ci segnala l´arabista Paolo Branca, manda i figli nelle scuole private cattoliche perché pretende valori e disciplina che non scorge nella scuola laica.

Da tempo il ministro dell´Interno Pisanu progetta di formare una Consulta con musulmani italiani che siano allo stesso tempo "moderati" e rappresentativi (sintesi difficile: nessun "moderato" può rapresentare quella quota rivelante degli immigrati che condivide con la nostra sinistra radicale la simpatia per la guerriglia irachena). Comunque la lista grossomodo è pronta. Ma Pisanu rimanda il varo della Consulta perché incombono le elezioni europee: Forza Italia teme di regalare alla Lega quella parte del proprio elettorato che inorridirebbe se gli infedeli fossero convocati al Viminale. Per la stessa ragione, il timor panico che incute la Lega, il governo ha permesso ai leghisti di affondare la legge-quadro sulla libertà di religione. Quel sistema di norme predispone Regioni e Comuni ad accordi tecnici con comunità locali musulmane per risolvere questioni pratiche. Fonda la possibilità d´un´Accademia teologica per formare gli imam, oggi ignorantissimi. E cerca d´evitare che questo o quel gruppo d´immigrati si auto-recluda dentro un ghetto impermeabile a norme e principi d´uno Stato di diritto liberale, come talvolta accade. Ma poiché la Lega, Baget Bozzo e settori della maggioranza non vogliono la legge, se ne parlerà, forse, nella prossima legislatura.

Eppure le esigenze più sentite dai musulmani potrebbero essere soddisfatte senza sconvolgimenti né oneri, come dimostrano i Comuni italiani dove già ora i cimiteri prevedono aree per le sepolture dei musulmani, ospedali praticano la circoncisione e sono in vigore accordi per la macellazione della carne secondo il rito islamico. Inoltre proprio la teologia coranica offre alle amministrazioni locali vie di fuga per sottrarsi a richieste scomode: secondo le scuole autorevoli, spiega Scialoja, il venerdì non è per l´islam giorno di riposo obbligatorio, e le cinque preghiere quotidiane possono essere cumulate in una preghiera unica. Nessuna organizzazione musulmana ha chiesto o chiederà il diritto alla poligamia, in disuso nei Paesi islamici ma ancora praticata. In Italia i poligami ricorrono ad uno stratagemma: la seconda moglie figura come colf. Sono casi rari, cui la legge italiana può opporre un deterrente in teoria efficace: il diritto della prima moglie a divorziare, e a percepire alimenti congrui, senza incorrere in vendette.

Da tutto questo risulta bizzarro quel misto di paura e aggressività che i musulmani suscitano in Italia. Sarebbe ipocrita negare che diversi tra loro sono beceri e bigotti: ma se a immigrare in Italia fosse stata l´alta borghesia egiziana, pakistana o libanese, l´islam ci sembrerebbe una religione blanda, spregiudicata e libertina. Invece riceviamo immigrati poveri che provengono da società rurali e spesso tendono a ricostruirle nelle comunità claustrali in cui si barricano, così come oggi i cinesi o ieri gli italiani della prima emigrazione. Quando sono amichevoli li ignoriamo. Quando predicano islam aggressivi, li percepiamo come uguali a tutti gli altri musulmani: un´unica comunità, immaginaria come un unico islam. Così incorriamo nello stesso equivoco di quegli statunitensi che attribuiscono a una tendenza razziale l´alto tasso di devianza tra gli afro-americani: ma come le galere non pullulano di neri perché il loro Dna sia predisposto al crimine, così gli islamisti radicali non incarnano la tendenza ovvia dell´islam.

Ma è solo per questo errore di prospettiva se la presenza dei musulmani ci spiazza e ci confonde? Non siamo gli unici a patire un certo disorientamento. In Francia la proibizione del velo nelle scuole è stata difesa sia da chi vuole evitare lo "scontro tra civiltà" sia da chi lo propugna. Così in Italia la richiesta di togliere il crocefisso dalle scuole, non priva d´un fondamento giuridico, ha visto complicarsi gli schieramenti: contrari i leghisti fino a ieri devoti al dio Po, le organizzazioni musulmane, tutta la destra, soprattutto se atea, e molta sinistra; indifferenti o favorevoli settori liberali dell´ebraismo e della gioventù musulmana; sconcertati quei cattolici cui risulta insopportabile che la croce diventi un simbolo etnico. Perfino il codice penale incespica. Se un musulmano telefona ad un imam e gli domanda come raggiungere l´Iraq per unirsi alla guerriglia, la polizia lo arresta per un reato improbabile, mancando nel nostro codice la figura di "complicità in guerra santa". Oppure le leggi ci sono ma non sappiamo più come applicarle. Non sarebbe male se il Viminale espellesse qualche predicatore salafita, che vomitando disprezzo sugli ebrei o sulle donne «diffonde idee fondate sulla superiorità o sull´odio razziale ed etnico... ovvero incita a commettere atti... di provocazione alla violenza per motivi razziali, etnici, nazionali o religiosi» (legge 205/93). Ma il ministro della Giustizia, il leghista Castelli, ha annunciato di voler «rivisitare» quella norma: la ritiene poco «liberale». Infatti è applicabile anche a chi vomita disprezzo sui musulmani, e cioè giornalini padani, demagoghi veneti, vignettisti mediocri, tutti cari a settori della maggioranza. Né forse sarebbe saggio offrire una ribalta giudiziaria a tali figuranti, ansiosi come sono di notorietà.

Ciascuna di queste situazioni ci obbliga ad un esercizio un po´ angoscioso, riflettere sulla nostra identità. È questo che ci rende più acre la "questione musulmana". Siamo una tribù cristiana, uno Stato di diritto liberale, una sommatoria indistinta di società parallele e di diritti collettivi? Di questo dovremmo finalmente discutere. Ma dovrebbero guardarsi dentro anche le comunità islamiche, la cui crisi di identità è perfino più acuta della nostra. Sbaglierebbero i musulmani se usassero la «crescente islamofobia» di cui sono oggetto in Italia (citiamo un recente rapporto della Open society) per evitare di fare i conti con i propri pregiudizi e le proprie viltà. Ma sbaglieremmo noi se dimenticassimo una delle pagine più sordide della nostra storia. Nel 1938 una classe dirigente molto più ampia del fascismo accolse le leggi razziali senza neppure l´ombra di quella reazione che invece infiammò, per esempio, la Bulgaria, da noi oggi ritenuto un Paese meno "civile" dell´Italia. Nulla di questo per fortuna è ripetibile. Ma ogni epoca, e ogni mediocre classe dirigente, ha i suoi conformismi, le sue viltà, i suoi "ebrei".

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