Da La Repubblica del 04/05/2004

Islam d´Italia

"Meglio i cattolici degli arabi" l´altro Allah dei musulmani neri

I mille volti della "grande nazione" dalle diversità quasi sempre insuperabili
Nella comunità senegalese sposano le italiane e hanno rapporti con i vescovadi
Non si appassionano alle vicende irachene e le leggono attraverso la loro storia
A Brescia tre gruppi mai solidali e spesso divisi dalle inimicizie tracciate dalla storia

di Guido Rampoldi

LADISPOLI - Non bastano tutti i lunedì d´una vita per cantare le poesie di Ahmadu Bamba, il fondatore della più grande confraternita dell´islam senegalese, la muridiyya (da murìd, colui che aspira ad Allah). Ma Mbacke Ndiaye, il venditore ambulante che spesso guida il canto, ha studiato sette anni in una scuola coranica e conosce a memoria buona parte dei sei quintali di papiri lasciati da Bamba quando morì, nel 1927. Il verso che più gli è caro dice: «Né bianchi né neri, né sunniti né sciiti, solo Allah, l´unico Dio». Eppure non solo ci sono Allah bianchi e neri, sunniti e sciiti, ma la storia ha declinato quel Dio unico in centinaia di modi. Soltanto le principali scuole teologiche islamiche sono una settantina, spesso mortalmente nemiche. E quei settanta islam si sono adattati alle specificità di quarantadue Paesi, quante sono le nazionalità degli immigrati musulmani presenti in Europa, e d´un´infinità di gruppi etnici in competizione tra loro. Così Allah oggi è perfino più plurimo del Dio unico cristiano, cui si rivolgono tanto i ?new-born christians´statunitensi quanto le nostre Acli, il Ku klux klan e la teologia della liberazione, i telepredicatori brasiliani e l´arcivescovo di Canterbury. Inoltre l´immigrazione ha messo in contatto quei molteplici Esseri supremi, producendo effetti sorprendenti. Per esempio in Italia l´Allah murìd sembra andare più d´accordo col Dio cattolico che con l´Allah arabo e sunnita. Infatti i senegalesi, come in genere i musulmani neri, talvolta sposano italiane, mai musulmane arabe; e i murìd intrattengono buoni rapporti con alcuni vescovadi ma non con gli imam arabi e sunniti, che in genere li ritengono spaventosi eretici. A loro volta i murìd considerano gli arabi cattivi musulmani. Non tutti, precisa Mbacke Ndiaye, che è un serign, un dotto, e può recitarvi il Corano nella lingua di Maometto; però la maggior parte di loro sarebbero come li vuole quel versetto del Profeta che dice: un arabo miscredente è più perfido d´un kufr, un infedele.

Così davanti alla ?casa della preghiera´ di Ladispoli, un villino a due piani dove ogni lunedì risuonano canti d´una dolcezza sfinita, non è più chiaro se il milione di musulmani oggi in Italia sia «la comunità islamica» o piuttosto un pericoloso equivoco da cui dovremmo finalmente uscire. Che tutti gli ?islamici´ grossomodo siano fatti della stessa pasta sembra scontato per le nostre tv, molti opinionisti, alcuni prelati, un gran pezzo del governo, la maggioranza dell´opinione pubblica. Perciò non stupisce se l´anno scorso un ispettore di polizia disse al senegalese Mustafa Ndiaye, murìd e lavapiatti, che i musulmani sono tutti uguali, e tutti pericolosi; o se due settimane fa un politico della costa laziale apostrofò Mustafa all´incirca con le stesse parole d´un giornalino caro alla Lega: se voi islamici ripeterete in Italia la strage di Madrid, vi sterminiamo. Mustafa non se la prende. S´è convinto che gli italiani siano «ignoranti, ma non cattivi come gli arabi». Stando ad un libro edito dalla Fondazione Agnelli («Islam, solidarietà e lavoro»), i senegalesi non ci considerano tubab, bianchi, come i francesi che li colonizzarono, ma una sottospecie di nar, gli arabi. E cioè un po´ cialtroni, però con un fondo di buon cuore che mancherebbe ai nar.

Perché quest´animosità anche teologica verso gli arabi? Come ci spiega Mbacke, all´islam nero è particolarmente cara una figura della cerchia di Maometto, lo schiavo africano Bilal. Devoto come pochi, Bilal fu comprato e liberato da un luogotenente del Profeta. Ma in seguito l´islam arabo non fu così compassionevole: per secoli i nar che apparivano davanti alle coste del Senegal erano mercanti di schiavi. Nella percezione dei murìd gli arabi restano razzisti, perciò incapaci di seguire il vero islam, che ruota intorno ai valori di eguaglianza, giustizia e dignità del lavoro predicati da Ahmadu Bamba. Anche per questo i murìd non si appassionano alle vicende irachene. Le leggono attraverso la loro storia. Vedono nell´invasione americana un´impresa coloniale, nelle azioni della guerriglia una conferma alle citazioni coraniche che ci offre il serign Mbacke. Dal tempo del Profeta, dice Mbacke, i sunniti della Mesopotamia tendono alla violenza e all´egoismo. Però il venerdì il serign va a pregare nella Grande moschea di Roma, che è sunnita.


* * *


L´ostilità tra murid e arabi sunniti non è un caso isolato all´interno di quella che dovrebbe essere la ummah, la virtuale super-nazione islamica. Stando ad esempi che ricorrono nelle ricerche condotte in Italia, quasi mai i vari gruppi di musulmani riescono a cooperare tra loro. Che si trattasse di formare una rappresentanza per negoziare l´Intesa con lo Stato italiano, o semplicemente un coordinamento cittadino tra differenti associazioni islamiche, perfino dello stesso Paese, il risultato è stato un fiasco. Le diversità etniche, politiche, religiose risultano quasi sempre insuperabili. In una città a forte immigrazione musulmana, Brescia, vivono tre comunità islamiche: una senegalese e murìd; una arabo-maghrebina, sunnita e piuttosto radicale; una pakistana, sunnita a tendenza fondamentalista. Non solo non si aiutano, ma «spesso sono divise da animosità», dice Franco Valenti, capo dell´Ufficio stranieri del Comune di Brescia. Non festeggiano mai insieme le due maggiori feste musulmane, che anzi scatenano rivalità accese per accaparrarsi i luoghi pubblici più appetiti. Non si coalizzano in un mutuo soccorso islamico, come dovrebbe essere naturale per correligionari. E quando non si detestano, s´ignorano. Ciascuna comunità ha il suo modo di convivere con la città. I senegalesi sono i più disponibili al dialogo. Gli arabi i più fieri nell´ostentare la propria fede. I pakistani i più chiusi: hanno il loro sistema di credito, però a condizioni d´usura; garantiscono gli stessi servizi offerti dal Comune, però a pagamento; e regolano al loro interno le controversie, sia con indennizzi sia con legnate al reo, senza chiamare la polizia. «Sono una società parallela», conclude Valenti.

A Brescia come nel resto dell´Italia, quella che chiamiamo «la comunità islamica» è una finzione, una congerie di gruppi non solidali, spesso divisi dalle inimicizie tracciate dalla storia: tra i musulmani del Bangla Desh e i musulmani del Pakistan, tra gli africani e gli arabi, tra gli arabi e i turchi... Poi le ostilità teologiche e politiche, tra sunniti, sciiti e sufi, tra moderati e non moderati, tra governativi e rivoluzionari. E le sette radicali che detestano un po´ tutti, ricambiate. Perfino nell´unico nucleo in apparenza omogeneo, l´islam sunnita derivato dai Fratelli musulmani, cominciano ad aprirsi fossati tra mediorientali e maghrebini, tra ortodossi e innovatori, tra ?orientali´ ed ?europei´, tra immigrati della prima e della seconda generazione. Se questo è l´esercito invasore che viene a riprendersi l´Europa da cui fu scacciato nel 1492, come risulta ai bardi dell´italianità cristiana, bisogna dire che avanza in ordine sparso.

Eppure l´islam ci appare una sola cosa, compatta, aliena, minacciosa. E´ l´islam che emerge nei media: guitti che per una comparsata in tv sono disposti a spacciarsi per apostoli di Bin Laden; il solitario Adel Smith, che vuole togliere i crocefissi dalle scuole; presunti terroristi arrestati con gran clamore, e spesso scarcerati in silenzio subito dopo; il folklorico imam di Carmagnola. Insomma conosciamo soltanto l´aspetto più minoritario e appariscente di quell´islam delle moschee sunnite che peraltro conta appena per il 5-10% dell´immigrazione, ed è anch´esso molto diviso. Ignoriamo il resto: innanzitutto quella quota di immigrati, la maggioranza, che sono musulmani come gli italiani sono cattolici, e cioè nel modo più blando.


* * *


Liberale e cosmopolita, lo scrittore iracheno Younis Tawfik appartiene a quell´islam secolarizzato. Gli giriamo il dubbio cui approda questo nostro viaggio tra gli islam d´Italia: c´è ancora qualcosa che accomuni tutti i musulmani? Un sostrato comune, un´eco lontana della grande ?nazione islamica´ sepolta sotto le rovine dell´antico impero arabo? «Sì, qualcosa rimane. Poiché l´islam non è solo un credo, ma anche una linea di condotta che permea ogni aspetto della vita umana, pure i laici come me si comportano inconsapevolmente come praticanti». In Italia da 25 anni, Tawfiq mantiene un´invincibile ripulsa per la carne di maiale. Invoca Allah quando si sveglia. E digiuna durante il Ramadan, non perché sia devoto ma perché quella è una grande festa collettiva, come il nostro Natale. Un rito sociale. E un fattore identitario. Così a Tawfik pare che la ummah, la mitica ?nazione islamica´, in qualche modo esista. «Come un enorme club con alcune regole. Poche ma condivise in tutto il mondo». Negli ultimi tempi il club s´è giovato di due fattori: la geniale avventura americana in Iraq («Bagdad era la capitale dell´impero islamico, ora tra i musulmani è comune la sensazione d´essere stati invasi da un altro impero, gli Usa»); e al Jazeera, la tv che sta facendo crescere «un´opinione pubblica musulmana».

La percezione di Tawfik sembra molto araba. Quando ci spostiamo tra gli immigrati nel Nord Africa, il giovane scrittore algerino Amara Lakhous nega di sentirsi parte di alcuna ummah, tantomeno d´essere stato invaso dagli americani. La storia, dice, ci ha diviso. Ha diviso anche l´identità algerina: il protagonista del suo romanzo, «Le cimici e il pirata», ragiona come un europeo ma quand´è disorientato s´appiglia ai pochi versetti del Corano imparati a scuola.

Eppure l´inconsistenza della «comunità islamica» in Italia, se da una parte dovrebbe calmare quanti si sentono minacciati dall´esercito della mezzaluna, dall´altra complica maledettamente le cose. In qualche modo dobbiamo dialogare con quegli immigrati: ma con quali, con chi?

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