Da La Repubblica del 11/04/2004

I nuovi muri della paura

di Ilvo Diamanti

STA cambiando, profondamente, il rapporto fra la società e il mondo; fra le persone e il loro ambiente di vita. Fra noi e gli altri. È un percorso imboccato da tempo. La drammatizzazione del terrorismo e della guerra irachena l´hanno soltanto reso più evidente. Conduce in una direzione diversa, perfino opposta rispetto a quella che il discorso pubblico, come il senso comune, consideravano irreversibile, fino a pochi anni fa. Quando si immaginava una realtà globalizzata, senza confini. Una realtà aperta, in progressiva integrazione e interdipendenza. Il locale nel globale. Il glocale. L´Italia in Europa. L´Europa sempre più larga, proiettata ad Est. Un percorso affrontato con inquietudine, dai più. Soprattutto dagli "esclusi".

E criticato apertamente da alcuni settori. (Auto) definiti, per questo, no global. Peraltro i più "globalizzati": tanto da utilizzare internet, la rete globale, come sistema di comunicazione e organizzazione. Tuttavia, era giudizio comune che si trattasse di un processo irreversibile. Che avrebbe prodotto molti benefici. A tutti. Oggi, non è più così. Il pendolo della storia sembra essersi orientato diversamente. Con il contributo della guerra. Ma non solo di quella.

La guerra in Iraq. Sembrava conclusa, un anno fa. In modo rapido. Dopo l´impatto dei bombardamenti e la fuga di Saddam Hussein, simbolo del regime. Ma le "nuove guerre" (nota formula, inaugurata, fra gli altri, da Mary Kaldor e Ulrich Beck) non finiscono mai. Ovvero, ricominciano dove e quando finiscono. Le "nuove guerre" si propagano. Invece di circoscrivere e isolare il terrorismo, che ne è l´altra faccia, talora l´innesco, ne accentuano la diffusione. Nuovi attentati. Commessi da uomini imbottiti di esplosivo, che trasformano il proprio corpo in armi improprie. Le "nuove guerre" episodi di una "guerra globale" (concetto tematizzato da Danilo Zolo nel saggio Globalizzazione, pubblicato da Laterza), senza spazio e senza tempo. Che, per questo, assediano il nostro quotidiano, la nostra vita. Accentuano la nostra insicurezza. La stessa visita del presidente del Consiglio, Silvio Berlusconi, ai militari italiani che operano a Nassiriya, ha e dà un segno ambivalente. Ribadisce la solidarietà dello Stato con la missione in Iraq. Ma, per la drammaticità del momento in cui avviene il viaggio, rafforza l´idea che siamo in guerra. Dentro a una guerra. Indipendentemente dai motivi che animano la nostra presenza, la nostra missione.

La globalizzazione della guerra (e, peraltro, dei mercati) riproduce, oggi, i confini, più che annullarli. I confini come "finis": limite estremo; invece che come "limes": sentiero che distingue e mette in comunicazione.

Non ripetiamo, in questa sede, i dati relativi alle numerose indagini che raccontano la sfiducia nel futuro. Che non riusciamo neppure più a pensare. Perché finisce stasera. Ci limitiamo a riprendere i numerosi segnali che evocano il ritorno delle frontiere, delle divisioni. Nei confronti degli altri: paesi, popoli, religioni.

È di questi giorni la pubblicazione di un sondaggio del Pew Research Center (vi hanno fatto riferimento nei giorni scorsi Lucio Caracciolo e Paolo Garimberti). Sottolinea la distanza crescente degli americani verso l´Islam; e, parallelamente, la distanza, divenuta abissale, delle popolazioni di paesi arabi nei confronti degli Usa e degli occidentali. Si pensi che gli attentati suicidi contro americani e occidentali sono giustificati dal 70% della popolazione in Giordania, dal 66% in Marocco e dal 46% in Pakistan. Le differenze nazionali e religiose diventano muri. Muri, ma non "muro". Non si tratta, cioè, di "conflitto di civiltà", fra Occidente e Islam. Anche se questa frattura si percepisce. Anche se l´Islam moderato rischia di essere associato alle frange integraliste (come ha sottolineato nei giorni scorsi Khaled Fouad Allam su queste pagine. Come dimostrano gli stessi sondaggi che abbiamo citato). È che, più in generale, l´incertezza globale, la mondializzazione vissuta come minaccia, favoriscono la ricerca di antiche appartenenze, tradotte in differenze e divisioni. Che scavalcano la logica delle "civiltà" e delle religioni. Che scavano, invece, baratri, vecchi e nuovi. Che fanno diventare "altri" i nostri vicini. Un´indagine condotta un mese fa, nei giorni dell´attentato di Madrid (da Eurisko-LaPolis, per la rivista liMes) rileva la sfiducia crescente, espressa dagli italiani, nei confronti degli stranieri. Soprattutto gli arabi, com´era prevedibile, guardati con fiducia da poco meno del 30% degli intervistati (era molto più alta, la quota di coloro che esprimevano un sentimento positivo nei loro confronti, nell´autunno dell´anno scorso: il 43%). Ma la diffidenza consuma la tela delle relazioni con gli altri, senza risparmiare nessuno. Rispetto all´ottobre 2003, scende dal 48% al 34% la quota di chi manifesta fiducia nelle persone che provengono dai Balcani; dal 65% al 53% verso coloro che provengono dagli altri paesi dell´Est. Resta elevata, invece, la fiducia negli americani (72%, peraltro il 10% in meno di sei mesi fa) ma non nell´America. Visto che solo un terzo degli italiani, o poco più, esprime fiducia negli Usa.

Naturalmente, questi orientamenti significano il ritorno, per alcuni versi l´accentuarsi del risentimento verso il fenomeno migratorio, che si accompagna alle politiche di "chiusura" verso la cittadinanza degli stranieri. Che si affermano, non solo in Italia, ma anche in paesi tradizionalmente aperti e multietnici. Come la Gran Bretagna.

Mentre l´Unione si allarga ad altri paesi della "nuova Europa", la Vecchia Europa ne ha paura. Ne teme l´impatto, dal punto di vista sociale. Teme, cioè, il momento in cui da stranieri, milioni di persone, diverranno europei. Cittadini, a cui aprire le frontiere. Da accogliere.

La globalizzazione del mercato, che aveva alimentato la "fiducia" in una crescita degli scambi internazionali di beni e servizi, con bassa inflazione, l´espandersi della produttività, ma anche del lavoro e dello sviluppo. Un´epoca finita. O meglio: una prospettiva che si è rivelata irrealistica e irreale. Oggi la globalizzazione scandita da crisi finanziarie e di borsa. Incapace di ridurre il divario fra Paesi ricchi e poveri (che, anzi, appare aumentato); né di garantire crescita e stabilità alle stesse economie dei paesi leader. La globalizzazione. Sta diventando un orizzonte da cui difendersi. Senza che gli stessi paesi che ne sono il motore, i soggetti, gli stessi Usa, riescano a governarne l´impatto, le implicazioni.

Le stesse aree del mondo che fino a poco tempo fa ci apparivano "amiche", mercati da valorizzare, sistemi economici con cui cooperare, oggi tendono a trasformarsi in concorrenti. Avversari. Si pensi alla Cina. Considerata una minaccia da gran parte dei piccoli imprenditori italiani. Gli stessi cinesi, per riflesso dei timori economici, ma anche della "globalizzazione" virale e batteriologica (esemplificata dalla Sars), oggi sono percepiti con sospetto, se oltre il 55% degli italiani esprime sfiducia nei loro confronti (il 15% in più dello scorso autunno).

È cambiato il clima sociale, nei confronti della globalizzazione che accompagna l´economia, la politica, le istituzioni. Si delinea un orizzonte diverso, oggi. Più che "no global", secondo Mario Deaglio, è "post global". In quanto è segnato dalla fine del "globalismo come ideologia neoilluminista". La globalizzazione, invece, è vissuta, affrontata come un problema. Dai governi e dalle persone. Tanto che emergono, evidenti, tendenze deglobalizzanti. Il ritorno degli stati nazionali, la crisi delle istituzioni internazionali (le Nazioni Unite), il rallentamento dei processi di integrazione sovranazionale (come avviene nella Ue). Il rafforzamento dei vincoli imposti ai flussi migratori, ma anche i controlli sui movimenti delle persone (negli aeroporti, alle frontiere). E una tendenza a riproporre, moltiplicare, i confini. Anche se ogni confine genera tensioni.

Come per l´Europa. L´allargamento a Est: genera preoccupazione. L´Atlantico, il confine con gli Usa: è sempre più largo. Il Mediterraneo: un muro, che ci divide dall´Islam. Dall´"invasione" dei poveri e dei disperati. L´Europa: una fortezza da difendere. Così anche fra noi, attorno a noi, gli stranieri vengono guardati con maggiore paura. Slavi e albanesi, per non parlare di tunisini e marocchini. I quali, a loro volta, ci guardano con timore. Probabilmente maggiore del nostro. Hanno timore del nostro timore.

Di questa paura degli altri, di questa paura globale, dobbiamo avere paura anche noi. Della "paura globale", che ci induce a vivere asserragliati in piccoli mondi, chiusi da nuovi muri e da nuovi confini.

Assolutamente illusori. E indifendibili.

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