Da Corriere della Sera del 25/03/2004

Ungheria in Europa per lasciare il campo dei perdenti

La scelta ha portato sicurezza e investimenti stranieri. Ma molti temono i tecnocrati di Bruxelles

di Sergio Romano

«Sono nato in un Paese - mi dice con rassegnata ironia - che è stato per tre volte, durante il Novecento, nel campo dei perdenti. Siamo usciti sconfitti dalla Prima guerra mondiale, abbiamo perduto la Seconda ed eravamo dalla parte sbagliata durante la Guerra fredda». La somma di queste sventure nazionali ha prodotto un paradosso geopolitico. L’Ungheria ha circa dieci milioni di abitanti, ma gli ungheresi che vivono al di fuori del territorio nazionale non sono meno di tredici. Confina con otto Stati (Slovenia, Austria, Slovacchia, Polonia, Ucraina, Romania, Serbia, Croazia) e ha dovuto cedere a ciascuno di essi, nel corso del Novecento, una parte del suo territorio. Forse nessun’altra nazione europea, nemmeno la Germania, è stata altrettanto maltrattata e umiliata. Ma l’Ungheria è anche il solo Paese dell’universo sovietico in cui una grande insurrezione popolare abbia tenuto testa all’Armata Rossa per quasi due settimane, dal 23 ottobre al 4 novembre 1956. Nell’Istituto per il XXI secolo, in una vecchia villa sulla collina di Buda, Reka Szemerkenyi, responsabile per le ricerche sulla politica internazionale, mi mostra un piccolo manifesto stampato nei giorni dell’insurrezione. Vi appaiono tre dite alzate, secondo la tradizionale formula dei Paesi in cui si giura «in nome della Santa Trinità», e una promessa solenne: «Giuriamo che non saremo più schiavi». Sono le parole del Nemzeti Dal (il canto nazionale) con cui un grande poeta ungherese, Sándor Petöfi, infiammò i suoi connazionali durante i moti antiaustriaci del 1848 e ispirò la rivoluzione del 1956.

L’Ungheria non ha dimenticato nulla: né il suo passato rinascimentale, né le guerre contro i turchi, né il «compromesso del 1867» con cui strappò all’Austria lo status di condomino imperiale e ricevette in dote una sorta di subimpero, esteso su una larga parte dell’Europa danubiana, dalla Slovacchia alla Transilvania, dalla Croazia alla Vojvodina. Erano gli anni in cui l’Ungheria aveva nel suo territorio un grande porto adriatico (Fiume) e in cui la maggioranza magiara regnava su forti comunità slovacche, rutene, romene, italiane, ebree. Chi voglia avere un’idea del modo in cui questo Paese percepiva se stesso prima della Grande guerra, si affacci sulla grande terrazza della collina di Buda, costruita accanto al monumento di Santo Stefano per celebrare il millennio della sua incoronazione nel 1001.

Vedrà una città maestosa in cui due grandi palazzi neogotici (la residenza reale, amata da Sissi, e il Parlamento) si guardano attraverso il Danubio.

Non sorprende che alcuni grandi ungheresi all’estero come lo scrittore François Fejtö, lo scienziato Eduard Teller e il finanziere George Soros siano rimasti sentimentalmente fedeli alla loro patria e che l’ultimo in particolare abbia scelto Budapest per la sua Central European University: una università in cui lavorano oggi circa 700 dottorandi, in buona parte provenienti dall’Europa centro-orientale.

Sono questi i ricordi e i sentimenti con cui l’Ungheria si appresta a entrare nell’Unione europea. Ha bisogno di sicurezza ed è fermamente decisa a non essere più nel campo dei perdenti. Vuole crescere economicamente e cancellare mezzo secolo di comunismo. Vuole essere mitteleuropea e non più, come negli anni della Guerra fredda, «orientale». Ma non riesce a togliersi di dosso il sentimento delle umiliazioni sofferte e non intende diventare la provincia di un nuovo impero, governato dai tecnocrati di Bruxelles.

Il risultato è una continua oscillazione, amplificata dai meccanismi della democrazia, fra orgoglioso nazionalismo e prudente pragmatismo. Vince il nazionalismo quando il Parlamento approva, come è accaduto durante il governo Orban, una legge che garantisce alcuni benefici economici agli ungheresi che vivono al di fuori dei confini nazionali e hanno acquistato in tal modo uno status simile a quello, in Germania, dei « Volksdeutsche » (i tedeschi dell’Europa orientale, dalla Romania al Volga). Vincono la prudenza e il pragmatismo quando l’Ungheria sceglie di stare con l’Europa e finisce per fare, nei momenti decisivi, la più saggia delle scelte possibili.

Abbiamo avuto una prova di queste oscillazioni durante il referendum sull’ingresso nell’Unione europea quando le due maggiori forze politiche del Paese (i socialisti di Péter Medgyessy, ora al governo, e i liberal-conservatori di Viktor Orban, ora all’opposizione) hanno impersonato, spesso a parti rovesciate, le due anime della politica ungherese. Prima della sua sconfitta elettorale nel 2002, Orban aveva negoziato, come primo ministro, buona parte degli accordi di accessione.

Non poteva chiedere ai suoi elettori di dare un voto contrario e non voleva assumersi la responsabilità di trattenere il suo Paese sulla soglia dell’Unione. Ma decise di sfruttare il nazionalismo e le paure di alcuni ceti sociali con una campagna piena di dubbi, interrogativi, riserve. E ottenne così il risultato di abbassare drasticamente la percentuale dei votanti (38%). Grazie a una legge preveggente il quorum richiesto è soltanto il 25% e il referendum, dunque, è valido. Ma il risultato dimostra che gli ungheresi sono oggi, di fronte all’Europa, più rassegnati che entusiasti.

Una situazione analoga si è verificata nei mesi che hanno preceduto la guerra irachena. Libero da qualsiasi responsabilità governativa, Orban ha sfruttato l’ostilità della pubblica opinione per il conflitto e adottato una linea antiamericana che ha finito per suscitare le preoccupazioni della lobby ungherese negli Stati Uniti. Anche il premier socialista Medgyessy, se avesse dato retta ai suoi elettori, avrebbe dovuto criticare la guerra.

Ma aveva due buone ragioni per non farlo. Sapeva che l’Ungheria non può permettersi di litigare con la maggiore potenza mondiale ed era per certi aspetti, come leader di un partito ex-comunista, in una situazione analoga a quella di Massimo D’Alema quando fu presidente del Consiglio durante la guerra del Kosovo. È stato «americano» nel modo in cui Janos Kadar, capo del governo e segretario del partito comunista dal 1956 al 1988, fu «sovietico»: con prudenza, buon senso e il desiderio di preservare, in ogni circostanza, la massima possibile indipendenza. Con tutte le differenze del caso l’Ungheria è presente oggi in Iraq con lo stesso spirito con cui un simbolico contingente ungherese partecipò nel 1968 alla occupazione sovietica della Cecoslovacchia. Per un Paese scottato dalle proprie esperienze storiche il sentiero tra l’indipendenza e il rispetto della potenza imperiale (la Germania durante la Seconda guerra mondiale, l’Urss durante la Guerra fredda e gli Stati Uniti oggi) è sempre terribilmente stretto.

È inutile quindi attendersi dall’Ungheria, dopo il 1° maggio, grandi entusiasmi «federalisti». Ma il Paese sfrutterà con intelligenza e dinamismo tutte le possibilità che l’Unione offre al suo sviluppo. L’80% del suo commercio è con i Paesi di cui diverrà partner il 1° maggio (per le sue importazioni l’Italia è al secondo posto dopo la Germania e prima dell’Austria; per le esportazioni è al terzo, prima della Francia). Il suo prodotto interno lordo è cresciuto nel 2003 del 3,1%. Una parte della sua popolazione rurale rischia la povertà, ma l’agricoltura ha settori forti con cui cercherà di conquistare una fetta di mercato europeo. Il Paese ha attratto molti capitali stranieri (un miliardo e mezzo di euro) ed è stata prescelto per le attività centro-europee di importanti multinazionali come Microsoft. Ha un buon sistema bancario in cui sono presenti alcune grandi banche italiane (San Paolo, Intesa) e un buon numero di banche regionali, soprattutto venete, emiliane e lombarde. Entrerà in Eurolandia non appena avrà ridotto il deficit (oggi al 5,6%), l’inflazione (oggi intorno al 5%) e il tasso di sconto (oggi al 13%). E farà parte del «sistema Schengen» (il trattato sulla libera circolazione delle persone) non appena avrà rafforzato le sue frontiere con i Paesi che non appartengono all’Ue. Non basta.

Dopo il lungo sonno dell’inverno sovietico i banchieri e gli imprenditori ungheresi stanno guardando al di là delle loro frontiere e cominciano a conquistare qualche posizione in Slovacchia, in Bulgaria e nella Transilvania romena. E con il tempo, forse, anche gli ungheresi più diffidenti si renderanno conto che Bruxelles è infinitamente meglio di quanto non fossero per il loro Paese, nel corso del Novecento, Vienna, Berlino e Mosca.

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