Da La Stampa del 22/03/2004

Osservatorio

La svolta spagnola cambia gli equilibri dell'Europa unita

di Aldo Rizzo

A una settimana dalla svolta spagnola (svolta drammatica per le circostanze che l'hanno preceduta, ma sancita da regolari elezioni democratiche), si cominciano a vedere gli effetti sugli equilibri e i rapporti interni dell'Unione europea. Su tre punti: la possibilità di un varo definitivo della Costituzione, dopo la grave battuta d'arresto di tre mesi fa a Bruxelles; la questione del «direttorio» anglo-franco-tedesco, che tanto aveva irritato i governi di Madrid e di Roma, che ne erano rimasti esclusi; infine le divisioni tra i membri dell'Ue, vecchi e nuovi, rispetto ai rapporti con la superpotenza americana. Analizzare tutto questo non significa, ovviamente, dimenticare o trascurare la grande tragedia dell'11 marzo, ma prendere atto dei cambiamenti oggettivi che il ritorno dei socialisti al governo della Spagna, dopo gli otto anni di Aznar, può produrre, o sta già producendo, dentro l'Unione.

Sul primo punto, quello della Costituzione, si sa che il blocco era derivato essenzialmente dalla ferma opposizione dei governi spagnolo e polacco al sistema di voto della «doppia maggioranza» (metà più uno degli Stati membri, 60 per cento della popolazione complessiva), proposto dalla Convenzione presieduta da Giscard d'Estaing. Ora il nuovo, prossimo, capo del governo di Madrid, Rodriguez Zapatero, ha fatto chiaramente intendere che l'intransigenza è finita e che c'è disponibilità a un utile compromesso. Ciò ha avuto un'eco immediata a Varsavia, dove il primo ministro Miller ha detto quattro giorni fa che è inevitabile anche un ripensamento polacco, per evitare un disastroso isolamento del Paese. Il compromesso è naturalmente da definire, forse sulla base di una proposta tedesca (non più 50 e 60, ma 55 Stati e 55 per cento della popolazione). Ma intanto ha preso corpo la speranza che l'Ue possa avere la sua Costituzione entro giugno o, al più tardi, entro l'anno, scongiurando la devastante prospettiva di un un suo insabbiamento.

Quanto al problema del «direttorio», secondo punto, gli orientamenti di Zapatero, e del suo probabile ministro degli Esteri, Moratinos, ne modificano sostanzialmente i termini. Per una ragione fondamentale, perché il nuovo governo non ha le preclusioni del vecchio verso Francia e Germania, anzi dichiara di voler ristabilire gli stretti rapporti che aveva intessuto il precedente governo socialista di Gonzalez negli anni Ottanta e Novanta. E, in questo caso, a rischiare l'isolamento è il governo italiano. Venerdì c'è stato un fatto nuovo, non so quanto importante, ma certo significativo. In margine alla riunione a 15 dei ministri dell'Interno sul terrorismo, si sono incontrati a parte i rappresentanti, oltre che del «direttorio», di Spagna e Italia, per decidere un coordinamento più stretto. E subito il Financial Times, che aveva lanciato la formula dei «Big Three», ha adottato quella dei «Big Five», come a indicare un futuro gruppo di testa (probabilmente inevitabile nell'Ue «allargata», anche dopo la Costituzione) non più a tre, ma a cinque. Il che dovrebbe interessare non poco, al di là delle posizioni ufficiali, anche il governo di Roma.

Il terzo punto, quello dei rapporti con l'America, è il più delicato. Esso coinvolge i giudizi sulla guerra in Iraq e sulla gestione americana di un drammatico, interminabile dopoguerra e, più generalmente, sul complesso della strategia antiterrorista. Si sa che, nella fase iniziale della crisi irachena, l'Amministrazione Bush provò a distinguere una «vecchia Europa», cattiva, da una «nuova Europa», buona. Di questa seconda facevano parte, con Blair, Aznar e Berlusconi, la maggior parte dei Paesi ex comunisti, Polonia in testa. Ma già Blair, accostandosi a Chirac e Schroeder, aveva cercato uno sganciamento, almeno parziale. Ora si è aggiunto Zapatero, di nuovo influenzando la Polonia, il cui Presidente Kwasniewski si è detto ingannato circa le armi di sterminio di Saddam, pur confermando la presenza militare in Iraq, dopo una telefonata con Bush. Per parte loro, gli Usa cercano essi stessi una «way out», una via d'uscita. Che naturalmente non significhi una resa al terrorismo, ma una strategia più «politica» e più «multilaterale». Su questa base l'Europa può ricompattarsi e ritrovare un'intesa transatlantica. Sarebbe la migliore risposta anche all'orribile sfida islamista dell'11 marzo a Madrid.

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