Da Corriere della Sera del 29/01/2004

Informazione e regole

Chi minaccia il giornalismo?

di Gianni Riotta

Gli «Atti relativi alla morte del dottor David Kelly», il rapporto pubblicato ieri dal commissario speciale Lord Hutton, scagionano il primo ministro inglese Tony Blair dalle accuse di avere falsificato i dossier sulla guerra in Iraq e condannano la tv pubblica Bbc per scarsa professionalità e spirito fazioso. Gli Atti completi sono disponibili sul sito www.the-hutton-inquiry.org.uk e sarebbe opportuno che cittadini, politici e giornalisti li leggessero perché il futuro dell'informazione sarà a lungo influenzato dalla sentenza che premia il carismatico leader britannico umiliando la leggendaria British Broadcasting Corporation. Il povero dottor Kelly, esperto di tecnologia militare, aveva dato un’intervista riservata al reporter della Bbc Andrew Gilligan. Il cronista, ansioso di impartire una lezione al detestato Blair, aveva sostenuto che il governo avrebbe falsificato i dossier contro Saddam Hussein. Scoperto come fonte di Gilligan, Kelly s’era ucciso, tagliandosi le vene. Sembrava una storia da Hollywood, il cronista coraggioso che denuncia le malefatte del governo infingardo, lo scienziato innocente che paga con la vita, l’arroganza del premier che insabbia la verità.

Un’intera generazione è cresciuta nel mito di Carl Bernstein e Bob Woodward, i cronisti del Washington Post , che svelano gli intrighi della Casa Bianca nello scandalo Watergate e costringono il presidente Richard Nixon alle dimissioni nel 1974. O il caso dei «Pentagon Papers », le carte riservate della Difesa che provavano le menzogne sulla guerra in Vietnam, grande scoop del New York Times , grazie alla soffiata dell’agente Cia Daniel Ellsberg.

Gilligan si atteggia a reincarnazione di quei maestri, ma dura poco. Quando Blair chiede al rispettato Lord Hutton di indagare sulla morte di Kelly e i servizi della Bbc sa di mettere a rischio la propria carriera. Se gli Atti daranno ragione alla Bbc per lui è finita. Invece ieri s’è dimesso Gavyn Davies, presidente della Bbc, mentre Gilligan annuncia, petulante, un libro e altre rivelazioni.

L’anglosassone Bbc ha abbandonato la propria tradizione, capace di rincuorare l’Europa antinazista con le note della sigla storica da Beethoven, «Boom boom boom», per assumere la secolare consuetudine italiana, parlare bene degli amici e male degli avversari, e se i fatti non ci danno ragione distorcerli quanto basta.

Schierarsi, essere polemici, calunniare, qualcosa resterà. I media non considerati al servizio dell’opinione pubblica critica ma del gruppo politico cui il giornalista si sente affine. Lord Hutton cita nelle 328 pagine, divise in 13 capitoli e 18 appendici, l’improprietà dell’intervista di Kelly a Gilligan: Kelly è un pubblico funzionario legato a un codice se non di segreto istruttorio almeno di riservatezza. Ma Lord Hutton è cosciente che la stampa democratica vive di tali contatti fuori dall’ufficialità e che censurarli la devitalizzerebbe. Dopo lo scoop dovrebbero scattare però una serie di verifiche professionali in redazione per evitare che le bubbole di un cronista arrivino in prima pagina o in prima serata. Il rigore, la «cucina», l ’editing , sono mancati alla Bbc, nella foga di mandare in onda le notizie gonfiate. A leggere gli Atti la situazione si rivela anche peggiore. Davies diffida del servizio di Gilligan, ma decide di non controllarlo o sottoporlo a successive verifiche, temendo di passare per lacché del governo e censore della libera stampa. Qui Lord Hutton è tagliente: «L’informazione è una parte vitale della vita in una società democratica... ma il diritto all’informazione è soggetto alla riserva (garanzia e beneficio della stessa società democratica) che le accuse false a proposito di vicende che ledano l’integrità degli individui, politici inclusi, non sono legittime».

La regola migliore al mondo sulla libera stampa è il Primo emendamento alla Costituzione americana, che fa divieto al Congresso di approvare leggi che restringano l’informazione. Il principio è consolidato nelle sentenze della Corte Suprema « The New York Times contro Sullivan» e «Tavoulareas contro The Washington Post »: gli uomini pubblici possono essere criticati, perfino se i fatti si rivelano poi inaccurati, purché non ci sia nel cronista «malafede sfrenata». Il giornalista non è tenuto all’obiettività, ma alla lealtà, può criticare, non inventare.

Sarebbe un gran male se dagli Atti di Lord Hutton derivasse un’ulteriore soggezione della stampa nei confronti del potere politico.

Né in Inghilterra, né in Francia o negli Usa, per tacere dell’Italia lottizzata e con il conflitto di interessi, la stampa vive una stagione di vibrante protagonismo. Anche da noi i cronisti sono stati popolari, quando rivoltavano le verità di stato su Piazza Fontana, controllavano le bugie dei generali su Ustica, cercavano, magari tra errori e cantonate, i colpevoli degli scandali. Non è più così. Nella classifica delle istituzioni che ispirano fiducia ai cittadini i giornalisti vengono sbattuti in Italia al penultimo posto, ultima la Confindustria. In America ormai più gente si fida dei politici che non della stampa, e sotto i 35 anni, i giovani dichiarano di informarsi dalle battute dei comici tv non da giornali e telegiornali. E’ la vendetta postuma di Nixon, il patrimonio di credibilità è stato disperso da scoop interessati, polemiche artificiose, denunce faziose. L’alternativa al giornalismo urlato non è il sussiegoso tartufismo conformista dei nostri Anni 50, «Dal canto suo il presidente del Consiglio...». E’ un giornalismo rigoroso e equilibrato, che non cerchi audience o vendite drogate caricaturando la verità, ma cerchi la verità. Il sindacato dei giornalisti inglesi, la National Union of Journalists , attacca gli Atti di Lord Hutton «rapporto a senso unico che minaccia il futuro del giornalismo di inchiesta». I colleghi inglesi sbagliano. Il futuro del giornalismo è minacciato dai politici intriganti e dalle lobbies quanto dalle smanie narcisiste alla Gilligan.

Se i giovani non credono più nei giornali non è solo colpa dei governi ma anche di una stampa vanitosa, superficiale e interessata.

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