Da Corriere della Sera del 15/12/2003

Bush: «Sarà giudicato Ma la guerra continua»

«Nessuno in Iraq avrà più paura di Saddam»

di Ennio Caretto

WASHINGTON - «Nella storia dell’Iraq è terminata un’era cupa e dolorosa. Tutti gli iracheni possono adesso unirsi contro la violenza e costruire un Paese nuovo». Un attimo di pausa. «Saddam Hussein risponderà a quella giustizia che negò a milioni di persone: è la fine per lui e tutti coloro che uccisero in suo nome». Sono le 12.15 locali, le 18.15 in Italia, ed è il momento magico di Bush, che dalla Casa Bianca parla all’America, all’Iraq e al mondo. Sono passate quasi 6 ore da quando la notizia della cattura «dell’uomo che noi amiamo odiare», come la tv Cnn chiama il raìs, ha risvegliato la Superpotenza, che si è raccolta attonita, incredula e entusiasta assieme, davanti ai teleschermi. Ma il presidente è sintetico, teso, il suo tono non ha nulla del facile trionfalismo del passato. Parla 4 minuti, lanciando un triplice messaggio: di rassicurazione agli iracheni, di elogio all’intelligence , alle forze armate americane e agli alleati sul campo, e di monito all’America che la lotta al terrorismo imporrà ulteriori sacrifici.

E’ un Bush diverso quello che annuncia l’apertura di un secondo capitolo in Iraq, un capitolo senza più «camere di tortura e polizia segreta», dove «nessuno si troverà più di fronte a Saddam Hussein, e chi si è schierato dalla parte della pace e della coalizione scoprirà di avere fatto la scelta vincente», il capitolo della «libertà, sovranità e dignità dell’Iraq». Il presidente misura le parole, evita ogni espressione di tripudio, ricorda al Paese che bisogna continuare a combattere «chi non accetta la nascita della democrazia nel cuore del Medio Oriente». La guerra contro il terrore, conclude, non ha precedenti né scadenze «ma la vittoria è sicura perché noi persevereremo». Bush se ne va con una invocazione insolita: «Che Dio benedica l’Iraq, e benedica l’America». In quello stesso momento, la tv Cbs riferisce che il raìs, le cui immagini si sono impresse nella psiche americana, sarebbe stato portato da Bagdad «in una località segreta» fuori dall’Iraq.

Il discorso di Bush contiene almeno due omissioni: non indica dove come e quando sarà processato Saddam Hussein, né accenna a un riavvicinamento ai suoi grandi critici, la Francia, la Germania, la Russia a cui da oggi stesso l’ex segretario di stato James Baker, già in Europa, chiederà di condonare il debito iracheno.

I candidati democratici alla Casa Bianca, costretti a osannare il presidente che ha ricevuto un enorme regalo elettorale di Natale, spiazzati dalla cattura del despota, lo rilevano nei loro commenti. Il capofila Howard Dean auspica «un cambiamento nel corso della occupazione dell’Iraq», il generale Wesley Clark si augura «trasparenza nel processo al raìs e una più stretta collaborazione internazionale». Il senatore Joe Lieberman è il solo ad appoggiare incondizionatamente Bush: chiede la condanna a morte del raìs, «se non da parte di un tribunale iracheno, da parte di un tribunale Usa».

Ma i significativi silenzi di Bush, come l’esplosione di violenza in Iraq, in Afghanistan e in Pakistan (il fallito attentato al presidente Musharraf) che li accompagnano, non incidono sulla storica giornata.

L’America ne rivive minuto per minuto i retroscena con immenso orgoglio. Sono le 15.15 di sabato, le 21.15 in Italia, quando il ministro della difesa Donald Rumsfeld telefona a Bush a Camp David nel Maryland. «Le notizie iniziali - esordisce - non sono sempre fondate...». Bush lo interrompe: «Se dici così, devono essere buone». «Potremmo aver catturato Saddam», riprende Rumsfeld. «Questa sì che è una bella notizia», esplode Bush che decide di rientrare immediatamente a Washington. La prima conferma giunge in serata, mentre il ministro e i generali vanno a un ricevimento danzante in una fitta nevicata.

Rumsfeld è scatenato, balla, ride, ma non svela nulla. E’ alle 5.15 di ieri, le 11.15 italiane, che il consigliere Condoleezza Rice sveglia il presidente: «E’ vero». Bush si precipita nello Studio ovale, rinunciando alla messa.

Poco dopo, le radio e tv suonano l’allarme. A Londra il premier britannico Tony Blair dà l’annuncio battendo sul tempo gli altri leader della coalizione. Bush telefona a lui e ai più fidi alleati poi, «emozionato» come lo definisce il portavoce Scott McLellan, si mette davanti ai teleschermi con la first lady Laura per seguire gli sviluppi in Iraq. Vede anche Blair, che parla di un momento «non solo di gioia ma anche di riconciliazione», baatisti inclusi, e promette «unità, democrazia e prosperità dove vigevano il terrore e i soprusi». Il premier inglese è inspirato, dichiara che la guerra «non è stata contro l’Islam», che la cattura del raìs «è la vittoria di tutti i musulmani», sottolinea che è imminente il passaggio dei poteri agli iracheni, proclama che la ricostruzione «è un compito che tutti condividiamo».

Saddam Hussein sarà trattato come un prigioniero di guerra e godrà di tutte le tutele della Convenzione di Ginevra. Lo ha assicurato Rumsfeld: «A Saddam sarà accordato lo status di prigioniero di guerra e sarà trattato in conformità a quanto previsto dalla Convenzione di Ginevra», ha detto in un’intervista trasmessa in serata dalla Cbs. Rumsfeld ha anche escluso che le forze americane possano ricorrere alla tortura per far parlare il prigioniero.

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