Da Corriere della Sera del 14/10/2003

Il dopo guerra. La sfida per l'America

Tutti attaccano Cheney il duro gran suggeritore di Bush

Il vicepresidente sotto accusa perché paralizzerebbe la Rice e Powell. Ma George W. è convinto che nel 2004 sarà rieletto grazie a lui

di Ennio Caretto

WASHINGTON - «Quando Bush il vecchio affidò Bush il giovane a Dick Cheney, pensò che il vicepresidente avrebbe insegnato al figlio l'internazionalismo, il rispetto delle alleanze, la realpolitik. Invece il papà buono ha visto il papà cattivo usurpare la presidenza del ragazzo, esasperare il conservatorismo, scatenare una guerra, comportarsi come se l'America fosse il re del mondo». Così in un articolo intitolato «Storia di due padri» l'opinionista del New York Times Maureen Dowd, una delle penne più velenose del Paese, si è scagliata domenica contro il vicepresidente. Domenica, la giornata dei «talk shows» alle tv americane, non è stata propizia per Dick Cheney. Di colpo, dalle critiche a Condoleezza Rice, il mondo politico e mediatico è passato a quelle al vicepresidente, proclamando che i guai di Bush sono dovuti più a lui che al consigliere della sicurezza. Persino due senatori repubblicani moderati si sono uniti al coro. «E' il presidente che deve fare il presidente, che deve comandare» ha ammonito Richard Lugar, il leader della Commissione esteri. «Bush cominci col chiedere a Cheney che cosa sappia di certi scandali» ha protestato Chuck Hagel, un eroe della guerra del Vietnam. Gli attacchi al vicepresidente, così mirati e personali, non sono immotivati. Come ha scritto la rivista di destra Us News and World Report, dedicandogli la copertina, Cheney è «L'uomo dietro le quinte», il gran suggeritore, il capo falco che condiziona l'amministrazione tramite il suo capo di gabinetto Lewis Libby, il ministro della Difesa Donald Rumsfeld e il sottosegretario Paul Wolfowitz. «In politica estera è Cheney a paralizzare sia la Rice sia il segretario di Stato Colin Powell» osserva il politologo Larry Sabato. «E in politica interna è Cheney a tenere i rapporti con il Congresso. Nella storia americana, nessun vicepresidente ebbe mai tanto potere». Per Bush, l'assalto al suo alter ego è un brutto segno, la conferma che il vento di rivolta che soffia in America a causa dell'economia e dell'Iraq sta arrivando fino a lui. «Non è la prima volta che il Paese si chiede se Cheney sia il presidente occulto, il burattinaio, il grande vecchio» aggiunge Sabato. «Accadde anche prima delle stragi dell'11 settembre, cioè fino a quando Bush non emerse in proprio, come leader forte. Ma negli ultimi due anni, nessuno aveva più osato farvi cenno». Sono stati una intervista e un discorso del vicepresidente, in netto contrasto con quelli degli altri membri dell'amministrazione, a riproporre il problema di chi comandi a Washington. Alla tv, Dick Cheney ha sostenuto tra l'altro ciò che Bush aveva appena smentito, ossia che esistevano le prove di legami tra Saddam Hussein e Al Qaeda. E alla Heritage Foundation, un serbatoio di cervelli neoconservatore, ha insistito che il dittatore deposto «aveva e impiegava armi di sterminio». Ha infine condito i suoi interventi, definiti «stridenti» dai repubblicani stessi, di denunce dell'Onu, degli alleati, dei media americani da lui etichettati «topi da materasso», delle «tentazioni centriste» del Partito. Due performances, ha ammesso Us News and World Report, che hanno sepolto per sempre l'immagine fornita dal vicepresidente alle elezioni del 2000, di un uomo di destra ma equilibrato e aperto al dialogo. Bush non sembra volere tuttavia ridimensionare il suo vice. Come in ogni emergenza, lo ha mandato in campo di persona, questa volta nel tentativo di convincere l'America che le cose in Iraq vanno abbastanza bene. Kenneth Walsh, un esperto di Casa Bianca, autore del libro «Air Force One», evidenzia il rapporto fiduciario tra i due uomini: «Bush considera Cheney il suo filtro» spiega. «Sa che non nutre ambizioni presidenziali. Non dimentica che l'11 settembre del 2001, mentre era in volo sull'America, il vicepresidente fu la sua colonna. Lo ascolta più di chiunque altro». Piace anche al presidente che il numero due gli parli solo in privato, e sia deferente in pubblico. Stando a Walsh, la riluttanza di Bush a richiamare la sua spalla è dovuta anche alla loro affinità ideologica. Sotto Bush il vecchio, l'allora ministro della Difesa Cheney si allineò ai moderati. Ma i suoi trascorsi al Congresso non lasciavano dubbi: aveva votato contro il bando delle armi chimiche, contro il porto d'armi, contro le sanzioni a carico dell'apartheid in Sud Africa e contro il preavviso per i licenziamenti. Il vicepresidente era ed è rimasto un conservatore, ed è uscito allo scoperto, conclude Walsh, perché ha trovato in Bush il giovane un terreno fertile: «George W. Bush è ossessionato dalla sconfitta del padre nel 1992: la attribuisce alla diserzione dell'estrema destra, e non vuole fare la sua fine». Mary Matalin, la sua ex portavoce, vede in Cheney un uomo di granitiche certezze. A differenza di Bush, il vicepresidente è un intellettuale che spesso nel weekend si circonda di filosofi e di storici. Ma ha una concezione messianica e imperiale degli Stati Uniti. La sua tesi prediletta è che nel secolo XX la Superpotenza entrò in guerra solo per salvare la libertà, ma che nel secolo XXI non può più scegliere, perchè la minaccia del terrorismo è globale e quotidiana. «Senza Cheney - accusa Maureen Dowd - avremmo probabilmente dato più tempo agli ispettori dell'Onu in Iraq e non avremmo attaccato Bagdad contro il parere delle Nazioni Unite». Alla Casa Bianca dicono che la «Storia di due padri» abbia irritato Bush. Sebbene abbia solo otto anni meno di Cheney, il cinquantasettenne presidente ne apprezza l'esperienza - Cheney esordì come capo di gabinetto del presidente Ford nel ' 75 - e lo considera la memoria storica delle amministrazioni Usa. Gli attribuisce il merito di avere caldeggiato l'unilateralismo e la dottrina della guerra preventiva, che hanno contraddistinto la sua presidenza da tutte quelle precedenti. Ed è convinto che anche grazie a lui sarà rieletto nel 2004. «Per il prossimo novembre - assicura il suo capo di gabinetto Andrew Card - l'economia si sarà ripresa e l'Iraq sarà stabilizzato. Le critiche al vicepresidente rientreranno in fretta».

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