Da Il Messaggero del 21/11/2003

Per la strategia di Osama disegno globale

di Marcella Emiliani

NON hanno lasciato trascorrere neanche una settimana e Istanbul è tornata nel mirino dei terroristi islamici. Questa volta a saltare per aria sono stati la sede della Hsbc Bank e il consolato della Gran Bretagna. Il bilancio in morti e feriti è ancora una volta spaventoso e il messaggio non potrebbe essere più chiaro: dopo l'attentato a Nassiriya contro il contingente italiano in Iraq, dopo le sinagoghe colpite sabato scorso sempre a Istanbul, ora tocca ai simboli inglesi in terra di Turchia, come a dire che nessuno degli alleati degli Stati Uniti verrà risparmiato dal furore stragista. Anche il momento non è casuale vista la visita di Bush a Londra e il suo discorso tutto centrato sulla "guerra giusta" contro il regime di Saddam Hussein per esportare la democrazia anche con la forza. Moltiplicando gli attentati in Iraq i terroristi sperano di far precipitare il paese nel caos, di renderlo ingestibile a chiunque, soprattutto al governo provvisorio cui gli americani vorrebbero lasciare le redini del potere. Moltiplicando gli attentati ai danni degli alleati degli Stati Uniti, intendono invece sgretolare la coalizione che ha portato la guerra in Iraq e vanificare il senso della risoluzione con cui l'Onu ha virtualmente fornito un ombrello internazionale alla medesima guerra.

I terroristi confidano inoltre che portando le stragi al cuore degli alleati Usa l'opinione pubblica in Occidente riesca ad imporsi ai governi con appelli pacifisti e si inneschi così un nuovo "effetto Vietnam" che convinca gli eserciti sul campo a tornarsene a casa. In quest'ottica non è un caso che sia stata scelta la Turchia. Non c'è paese più carico di simboli da colpire. La Turchia dagli anni 90 ha firmato accordi di cooperazione militare con Israele; è candidata ad entrare in Europa e soprattutto è l'unico paese islamico della Nato, retto da un governo quello di Erdogan che si dice islamista e che tutti in Occidente attendono al varco per verificare se esista davvero un Islam moderato capace di convivere con la democrazia.

In questo l'azione dei terroristi si rivela altrettanto destabilizzante per l'Occidente quanto per gli stessi paesi musulmani. Sono stati già puniti con questa logica perversa la Tunisia, il Marocco e l'Arabia Saudita. Nel caso della Turchia si colpisce per di più un anello debole alla confluenza di troppi mondi.

Gli attentati di ieri, come quelli di sabato scorso contro le sinagoghe, sono stati prontamente rivendicati da Al Qaeda e dal Fronte islamico dei combattenti del Grande Oriente, noto con la sigla Ibda-c. Una rivendicazione doppia che pur nella nebbia che ancora avvolge la galassia terroristica internazionale conferma quanto la Cia e i servizi segreti occidentali e arabi avevano già presupposto: ovvero che Al Qaeda stia agendo attraverso gruppi islamisti locali che non sono necessariamente una sua filiazione, ma che attraverso il marchio e i finanziamenti dell'organizzazione di Bin Laden possono rinascere a nuova vita.

Quello a cui Al Qaeda sembra tenere più di ogni altra cosa infatti è mostrare di avere una dimensione-mondo, di possedere il dono dell'ubiquità, di rappresentare dunque la Minaccia Globale. E gli attentati, oltre a colpire il nemico, a spaventarlo a morte e farlo sentire impotente, servono proprio come sistema di reclutamento per convincere quanti nel mondo islamico si fossero rassegnati ai propri regimi "empi e corrotti" o se musulmani nei paesi occidentali si sentano comunque vittime di un mondo fatto di ingiustizia e sopraffazione. Bastava ascoltare l'imam di Carmagnola che è stato espulso solo pochi giorni fa verso il natio Senegal per avere la misura delirante di logiche simili. Logiche che mirano a crearlo davvero lo scontro di civiltà, e a discreditare la stragrande maggioranza dei musulmani in tutto il mondo, che violenta non è, e soffre per gli attentati terroristici tanto quanto ebrei e cristiani.

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