Da La Stampa del 31/03/2003

Armi senza limiti

di Igor Man

LA guerra si incarognisce. Il terrorismo suicida era pressoché scomparso nei discorsi della gente, sulle pagine dei giornali. Certamente per esorcizzare la consapevolezza che il flagello del nostro tempo presente non è più l’Aids e nemmeno il morbo nuovo venuto dalla Cina (quello che ammazza massacrando veloce i polmoni) ma, appunto, il terrorismo suicida. Apprendere (sabato) dell’attentato del tenente-kamikaze iracheno Ali Hammadi al-Namani, è stato come ricevere un calcio in bocca.

Perché speravamo, va detto subito, che quell’arma devastante rimanesse legata all’azione fanatica degli apprendisti stregoni di Hamas, che avvertivamo in difficoltà sempre crescenti tanto da farci se non credere almeno fortemente sperare in una pausa lunga: sino alla conclusione della guerra mesopotamica. Perché dopo, vuoi o non vuoi, il problema dei problemi, vale a dire il feroce scontro tra israeliani e palestinesi - pensavamo -, sarebbe stato finalmente affrontato gettando così le basi d’una soluzione ragionata e ragionevole. Invece no: l’attentato suicida di Natanya - serena città di rara bellezza antica -, venuto effettivamente a ridosso del suicidio assassino del tenente iracheno, sembra dirci che siamo ancora agli antipasti d’un orrendo banchetto a base di odio, veleno, dolore.

Tutto si tiene. Non basta: ufficialmente l’Iraq annuncia che «all’incirca quattromila» sono i volontari-kamikaze «pronti ad entrare in azione, non soltanto a Baghdad». Si tratta, spiegano, di soldati, vale a dire di «truppe sceltissime: una mistura di deterrente psicologico e di irreparabile devastazione». «L’Arma Nuova», per citare il vice presidente iracheno Ramadan, enfatizzata dal Tiranno che grazie agli errori dei generali di Bush sembra aver troncato il conto (personale) alla rovescia, evidentemente speranzoso di sfangarla una volta ancora. Gli storici, un giorno, scriveranno che la II Guerra del Golfo si caratterizza per l’irruzione, nefasta, dei soldati-suicidi nel cosiddetto Teatro Operativo.

Chi scrive di guerre ne ha viste tante, ne ha «fatto» qualcuna (sempre e soltanto armato di taccuino e biro), sicché ha cercato di «spiegare» con umiltà ma con forza sul suo libero giornale, alla tv (guadagnandosi l’ostracismo dei conduttori ferocemente conformisti), perché come disse Prévert (un Poeta non un canzonettaro) la guerra è una ciclopica connerie (coglionata). Fatta eccezione per quella contro il nazifascismo, dalla Corea alla prima Guerra del Golfo, passando per il Vietnam, nessuna ha risolto alcunché. (Per non parlare delle guerre mediorientali aggravate dal ricorrente aborto [procurato] della pace). Oggi che s’annuncia una «desert storm» che vede (momentaneamente) i soldati della Monopotenza in difficoltà, chi ha condannato codesta guerra, in quanto tale, non può negare di sentirsi turbato.

Sgomento e ira si combattono dentro di noi, al punto da far domandare a un grande giornalista ch’è altresì Uomo di rara onestà intellettuale, il mitico Jean Daniel, come sia stato possibile che dei «cretini» dell’intelligence abbiano compiuto il capolavoro di intossicare l’invincibile Superpotenza, assicurando l’insurrezione che avrebbe spianato la via della (rapida) vittoria agli angloamericani. Ora c’è il rischio che con la sua inopinata aggiudicazione del primo round, Saddam si presenti alle giovani moltitudini arabo-musulmane come il leader, una sorta di nuovo Nasser. Ma il pericolo spaventoso che l’andamento scoraggiante della guerra, presunta breve, prospetta è la guerra di religione. (L’incubo del Papa). Fra islàm e cristianesimo. Combattuta con l’atomica (pulita) contro l’atomica (sporca): il terrorismo suicida. Recita il Corano: «O Nostro Signore, non hai creato il mondo invano: sia gloria a Te e salvaci dal castigo del fuoco» (III, 191).

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