Da La Repubblica del 08/09/2006
Originale su http://www.repubblica.it/2006/11/sezioni/esteri/cina-inquinata/cina-in...

L'Agenzia mondiale dell'energia: il colosso asiatico consuma più carbone dell'Occidente. Il primato negativo verrà raggiunto con 10 anni di anticipo

La Cina supera gli Stati Uniti avrà l'inquinamento record

Già nel 2009 Pechino leader delle emissioni di gas serra

di Federico Rampini

PECHINO - Arriva il sorpasso della Cina sugli Stati Uniti, la data è vicinissima, appena tre anni. Ma la leadership mondiale che i cinesi conquisteranno già nel 2009 non sarà quella misurata dal Prodotto interno lordo, è un record funesto che nessuno vorrà celebrare: il primato nelle emissioni di gas carbonici che avvelenano l'aria del pianeta, provocano l'effetto serra e il surriscaldamento climatico.

L'annuncio arriva dall'Agenzia internazionale dell'energia (Aie) nel rapporto World Energy Outlook 2006. Il sorpasso cinese avverrà con 10 anni di anticipo rispetto alle previsioni precedenti. È il risultato di una formidabile crescita economica che trascina con sé l'esplosione dei consumi energetici. La tendenza si accentuerà ancora, con il contributo dell'India, nel prossimo ventennio. Entro il 2030 i consumi globali di energia saranno aumentati del 53%, l'anidride carbonica del 55% raggiungendo i 40 miliardi di tonnellate dispersi nell'atmosfera terrestre. Il 70% di questo aumento sarà dovuto a Cina e India.

L'Aie elenca le conseguenze: "Gravi penurie nei rifornimenti energetici", uno "choc sui prezzi", infine "l'amplificazione nel cambiamento climatico globale".

L'emergenza-smog in Asia è acuta da anni: secondo la Banca Mondiale 16 delle 20 città più inquinate del mondo sono in Cina, e nelle scorse settimane una vasta area del sudest asiatico dall'Indonesia alla Malesia, da Singapore alla Thailandia, è stata paralizzata dal ricorrente flagello delle nubi di fumo. Ma nessuno si aspettava che l'impatto sul resto del pianeta arrivasse così in fretta a una soglia distruttiva.

Una delle ragioni è la prevalenza del carbone, sia in Cina che in India, per la produzione di energia elettrica. Per l'anidride solforosa - la sostanza tossica più legata alle centrali termoelettriche a carbone - il sorpasso sull'America c'è già stato. L'anno scorso la Cina ha rilasciato nell'atmosfera 26 milioni di tonnellate di anidride solforosa, più del doppio degli Usa. La Cina brucia più carbone di Stati Uniti, Europa e Giappone messi insieme. In media apre una nuova centrale termoelettrica ogni settimana, potente quanto basterebbe per illuminare Roma e Milano.

Anche l'India, spinta dall'elevato costo del petrolio e dall'abbondanza di miniere sul suo territorio, privilegia il carbone per produrre energia. Consapevoli del tremendo impatto ambientale, i governi di Pechino e New Delhi hanno avviato enormi investimenti nelle fonti che non provocano l'effetto serra: 40 centrali nucleari sono in costruzione in Cina, 30 in India, oltre a vasti cantieri per nuove centrali idroelettriche e allo sviluppo dell'energia solare ed eolica. Nonostante questo, le previsioni più ottimistiche indicano che per molti anni le fonti alternative non arriveranno a fornire più del 10% del loro fabbisogno energetico.

Gli Stati Uniti citano lo smog "made in Cindia" per respingere il Trattato di Kyoto sulla limitazione delle emissioni carboniche. Il fatto che la Cina e l'India non siano coinvolte nel Trattato secondo l'Amministrazione Bush è una ragione in più per non aderirvi. In realtà la decisione originaria di esentare i paesi emergenti dalle regole di Kyoto ha una logica. La Cina è già ora la seconda economia del mondo ma il reddito pro capite dei suoi abitanti figura solo al centesimo posto nella classifica delle nazioni, è un ventesimo del reddito medio dei cittadini americani. Anche quando avrà superato il Pil degli Stati Uniti la Cina continuerà ad essere la prima "superpotenza povera" nella storia.

Cinesi e indiani individualmente consumano poca energia e poche risorse naturali rispetto a noi. Ogni abitante dell'India è responsabile di 0,3 tonnellate di gas carbonici l'anno, ogni cinese produce 0,8 tonnellate all'anno, contro una media di 2,5 tonnellate per un europeo e 5,5 tonnellate per un americano.

Non si possono sottoporre alle stesse regole nazioni il cui livello di vita medio è ancora così inferiore al nostro. Tantomeno si può pretendere che frenino quello sviluppo economico che ha sottratto centinaia di milioni di persone alla miseria. Tuttavia, pur con i consumi individuali molto più bassi dei nostri, Pechino e New Delhi stanno già distruggendo gli equilibri ambientali per il solo effetto della loro massa demografica: 1,3 miliardi di cinesi e 1,1 miliardi di indiani con tassi di crescita del Pil del 10% e dell'8% annuo, rispettivamente.

La forza dello sviluppo cinese è in un altro dato divulgato ieri a Pechino: l'esodo migratorio dalle campagne verso le città ha raggiunto ufficialmente i 13 milioni all'anno. Ogni contadino cinese che lascia un'agricoltura povera per andare a lavorare nelle fabbriche vede aumentare del 700% il suo personale contributo al Pil nazionale. Insieme con questo balzo di produttività arrivano salari più alti e consumi di tipo urbano molto più energivori e inquinanti. La Cina avrà 140 milioni di automobili entro il 2020, cioè 7 volte il numero attuale. Già oggi nelle megalopoli di Pechino, Shanghai, Chongqing, Canton e Shenzhen il traffico urbano è al collasso, la motorizzazione privata è la prima causa delle nubi tossiche che avvolgono i centri abitati.

Lo scorso weekend Pechino è stata il teatro del più grande summit diplomatico mai avvenuto nella storia del paese: cinquanta capi di Stato e di governo africani, accolti con una scenografia solenne dal presidente Hu Jintao. La Repubblica popolare corteggia l'Africa come fornitrice di petrolio e gas, legname e metalli. Gli aiuti cinesi a tre paesi africani (Nigeria, Angola e Mozambico) hanno raggiunto 8 miliardi di dollari, il quadruplo dei fondi che la Banca Mondiale eroga a tutta l'Africa subsahariana. Come in Africa, in America latina, in Medio oriente e in Asia centrale la diplomazia cinese accerchia gli interessi occidentali, sostituisce la sua influenza a quella declinante dell'America e dell'Europa, per conquistarsi garanzie di accesso alle risorse naturali del pianeta.

Il summit sino-africano di Pechino è stato l'occasione anche per un altro tipo d'esercizio: una severa limitazione del traffico automobilistico privato nelle strade della capitale, per ridurre ingorghi e smog. Una prova generale di quelle misure d'emergenza con cui le autorità sperano di contenere l'inquinamento durante le Olimpiadi del 2008. I limiti hanno funzionato ma hanno anche rivelato delle crepe nel consenso verso il regime. I forum online dei siti Internet cinesi sono stati invasi di proteste per i disagi. Il nuovo ceto medio urbano cinese non si lascia sottrarre docilmente i benefici di un benessere acquisito di recente.

Il rapporto Aie sulla crisi energetica oltre agli scenari apocalittici contiene anche ricette e soluzioni che fanno sperare. L'Aie indica una via d'uscita: uno sforzo mondiale distribuito su 25 anni, pari a 20.000 miliardi di dollari di investimenti complessivi nel risparmio energetico, nelle fonti rinnovabili e nelle nuove tecnologie verdi. A questo prezzo secondo il World Energy Outlook la sfida dell'effetto serra si può vincere, l'ambiente può diventare il business del futuro, un'opportunità di rilancio delle nostre economie. Purtroppo anche i paesi più ricchi finora si sono mossi nella direzione opposta.

I fondi stanziati dalle nazioni occidentali per l'innovazione nelle energie pulite sono oggi una frazione di quelli per la ricerca medica o militare. In percentuale della nostra ricchezza questi investimenti per la ricerca verde sono addirittura scesi molto al di sotto di trent'anni fa, l'epoca del primo choc petrolifero.

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