Da La Stampa del 17/08/2006
Originale su http://www.lastampa.it/redazione/cmsSezioni/esteri/200608articoli/9175...

Sesso e regime. La prostituzione dilaga grazie a corruzione ed estrema povertà: una «jinetera» incassa in una notte il triplo della paga mensile del padre

Ammalarsi di Aids per contestare il dittatore Castro

I dissidenti raccontano che un quinto dei giovani in una scuola a L'Avana si è infettato di proposito

di Paolo Mastrolilli

L'AVANA. Il viaggio al termine della notte cubana comincia dove volete voi: un bar della Rampa, strada della movida tropicale che va dalla gelateria Coppelia al lungomare Malecon, un albergo tipo l'Habana Libre o il Nacional, un ristorante della città vecchia amato da Hemingway, o meglio ancora una sala da ballo come la Casa de la Musica.

L'incontro pare casuale, spontaneo: i più tonti hanno pure la scusa per credere di aver rimorchiato grazie al loro look. Un minuto dopo stanno mano nella mano con una ragazza cubana, che li tratta come fossero fidanzati. In realtà si tratta della mitica «jinetera» (letteralmente «fantina»), vera attrazione per metà del turismo maschile sull'isola. Il percorso è obbligato, perché tutti devono ricavare qualcosa da questa economia parallela: pure i poliziotti. La prima tappa è un locale, dove il turista gigolò spende in biglietti d'ingresso, mojito, bottiglie di rum, sigarette e omaggi vari.

Poi si passa in una «casa particulare», termine che si può tradurre in «bordello artigianale». Siccome le ragazze cubane non possono entrare sottobraccio ai «fidanzati» occidentali negli hotel, comprensive signore di Habana Vieja si prestano ad ospitarle nelle loro abitazioni scrostate dove vivono insieme tre generazioni, ovviamente a pagamento. Il tragitto si fa in taxi, spesso auto illegali che non sono autorizzate al trasporto dei turisti: altra linfa per l'economia parallela.

I poliziotti conoscono alla perfezione il traffico, e quindi si appostano fuori dai locali dove le jineteras portano i loro «fidanzati». All'uscita, sulla strada della «casa particulare», quasi regolarmente fermano le coppiette. Arrestano il turista rimorchiatore o la ragazza facile? No, e perché mai? Chi ci guadagnerebbe: la retorica del regime, che dice di voler stroncare la prostituzione? Chi se ne frega. I poliziotti, invece, esigono la loro percentuale sul traffico. Una decina di pesos convertibili a testa, la moneta speciale dei turisti che vale circa un euro, e danno il via libera istituzionale alla mezz'ora di fuoco.

Consumato il frutto della notte cubana, esce dal portafoglio la mancia, la parcella, il regalo per la jinetera. Chiamatelo come vi pare, la sostanza non cambia. Ogni sera va così, nelle strade di L'Avana, come in quelle di Varadero o Playa Giron, dove quarant'anni fa circolavano solo i barbudos impegnati a ricacciare in mare gli agenti della Cia sbarcati alla Baia dei Porci. Naturalmente la prostituzione non è un'esclusiva cubana: resta la professione più antica e profittevole in tutto il mondo.

A L'Avana, però, governa un regime che aveva promesso una società egualitaria, dove in teoria tutti i cittadini avrebbero dovuto trovare il loro posto, senza vendersi alle nefandezze del capitale. «La verità - spiega il dissidente Manuel Cuesta Morùa - è che lo stipendio medio dei cubani vale circa venti euro al mese. Con una sola serata, la jinetera incassa almeno tre volte la paga mensile di suo padre: chi può fermarla?».

I dati ufficiali dell'economia cubana, in realtà, non sono poi così disastrosi. Lo ammette persino il «World Factbook» della Cia: prodotto interno nazionale lordo da 39 miliardi di dollari, crescita all'8 per cento nel 2005, disoccupazione all'1,9 per cento, quasi inesistente. È vero che il pil diviso per la popolazione dà una media di 3.500 dollari pro capite l'anno, contro i 41.000 degli Usa, però lo stato sociale garantisce decine di servizi, dalla sanità ai trasporti, che saranno sgangherati quanto volete, ma sono pure sicuri e gratuiti. Infatti la lunghezza media della vita a Cuba è 77,41 anni, contro i 77,85 degli Stati Uniti, mentre la moralità infantile è addirittura più bassa: 6,22 contro 6,43. Forse la ragione per cui il regime resiste ancora sta anche qua: la capacità di garantire a tutti qualcosa, oltre all'orgoglio nazionale di non cedere all'arroganza dell'America e degli esiliati di Miami.

Un tempo c'erano i sussidi sovietici, oggi ci sono quelli venezuelani. Chavez permette al suo amico Castro di comprare petrolio a prezzi stracciati, e poi rivenderlo a prezzi di mercato, incassando la differenza. Sarà pure un'economia gonfiata artificialmente, anche dai genorosi acquisti di zucchero e nichel da parte della Cina, ma comunque basta ad alimentare la retorica della «rivoluzione permanente».

Ma allora perché queste ragazze si vendono per la strada al miglior offerente? «La realtà - racconta Morùa - è anche peggiore. Le jineteras fanno la professione più antica del mondo: non è bello, ma non è troppo diverso da quanto accade anche negli Usa o in Italia. A febbraio scorso, però, in una scuola gastronomica di L'Avana hanno scoperto che 69 studenti su circa 300 erano malati di Aids. Parliamo di giovani tra 15 e 19 anni. Come è successo? Si sono contagiati volontariamente, facendo sesso non protetto o scambiandosi aghi infetti. Perché lo hanno fatto?

Alienazione, protesta, ribellione contro le regole della società. Scegliete voi la causa. Comunque non si trattava di ragazzine che si davano in pasto ai turisti: tutto è successo fra giovani cubani». Verificare storie come questa è impossibile, perché sui media controllati dal governo non escono. Ma secondo Vladimiro Roca, altro dissidente storico figlio di uno dei fondatori del partito comunista, il disagio delle nuove generazioni comincia ad affiorare anche nella coscienza del regime: «Qualche tempo fa Juventud Rebelde, organo ufficiale dedicato ai giovani, ha pubblicato un articolo sul problema dei suicidi tra i ragazzi. Se un tema del genere arriva sulla stampa del regime, vuol dire che la situazione è davvero grave. Il governo, nello stesso tempo, sta conducendo una grande campagna contro la droga. Non lo farebbe, se l'uso non fosse ben più alto dei dati ufficiali».

Niente di nuovo, per una società occidentale, dove questi drammi ci perseguitano da alcuni decenni. L'isola caraibica di Utopia, però, non è una società occidentale da quarantasette anni. Avrebbe dovuto insegnare al mondo un modello nuovo, ma ha perso la strada in qualche svolta pericolosa del viaggio al termine della notte cubana.

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