Da La Repubblica del 15/07/2006
Originale su http://www.repubblica.it/2006/07/sezioni/esteri/medio-oriente-quattro/...

Molti consensi ma anche timori di un nuovo 1982. Il premier ha puntato sul sostegno dell'Iran a Hezbollah

Viaggio nel paese accerchiato. Così Olmert ha convinto Israele

di Sandro Viola

GERUSALEMME - La radio del taxi che ho preso all'aeroporto di Tel Aviv, dà notizie ogni cinque o sei minuti: i razzi Katyusha sparati dagli Hezbollah che stanno cadendo sulla Galilea, i profughi che ne abbandonano i villaggi e le fattorie, i raid dell'aviazione israeliana sul Libano. È sempre così in Israele, dice l'autista, quando il paese vive un'emergenza.

Qualsiasi altra trasmissione viene interrotta per dare il passo alle ultime notizie, per far sapere alla gente, in tempo quasi reale, quel che sta accadendo. Ma dell'informazione datami dall'autista, un cinquantenne di nome Aron, non avevo bisogno. So come funzionano la radio e la tivù in questo paese. E conosco, avendo vissuto in Israele parecchie fasi d'emergenza, il rapporto stretto, quasi continuo, e non di rado ansioso, che gli israeliani hanno con le loro radio ogni volta che le cose si mettono male.

E, certo, da tre giorni le cose vanno molto male. Il primo a dirmi "È di nuovo la guerra", neppure cinque minuti dopo che sono salito sul suo taxi, è l'autista Aron.

Ma arrivati in albergo a Gerusalemme, quando faccio qualche telefonata ad amici e conoscenti israeliani, la frase che mi sento ripetere da ciascuno di loro è la stessa del tassista: "Questa è una guerra". Infatti, sembra essere tornati al 1982. Alla guerra del Libano scatenata da Ariel Sharon ventiquattr'anni fa. Gli stessi nomi di località - il fiume Litani, Sidone, la periferia ovest di Beirut - la stessa micidiale frequenza delle incursioni aeree. Anche allora, lo ricordo bene, l'aviazione d'Israele faceva crollare i ponti nel sud libanese, bombardava la strada che collega Beirut a Damasco, lasciava molte vittime sul terreno. Ma con una differenza rispetto ad oggi.

I miei amici e conoscenti d'allora (alcuni dei quali sono gli stessi d'adesso: giornalisti di tendenza liberale, intellettuali, esponenti del movimento pacifista che s'andava formando proprio in quelle settimane del giugno '82) erano contro la guerra in Libano. Non ne scorgevano i motivi, pensavano che tutto fosse scaturito - e avevano ragione - dall'avventurismo di Sharon. Mentre oggi, loro tante volte così critici della condotta dei governi israeliani, non sono contro la durissima rappresaglia che Israele ha lanciato sul Libano. La considerano una jattura, ne temono le ripercussioni, ma allo stesso tempo ritengono che si tratti d'una risposta inevitabile all'attacco degli Hezbollah sulla frontiera con Israele.

E dargli torto è difficile. I potenti lanciarazzi, le nuove Katyusha, i Fajr 3 e 4, con cui gli uomini dell'Hezbollah o "partito di Dio" hanno l'altro giorno ucciso cinque soldati d'Israele, catturandone due, e da allora continuano a colpire soprattutto la Galilea ma anche Haifa, quei lanciarazzi non sono andati a cercarli sul mercato delle armi. Sono arrivati dall'Iran, da un paese il cui presidente, Mahmud Ahmadinejad, dice un giorno sì e uno no che Israele va cancellata dalla carta geografica. E questo cambia il quadro della situazione strategica nella regione. La partita che vi si gioca da tre giorni non è più quella impari, la parte d'Israele spietata, tra un esercito potente e le milizie palestinesi. È una partita tra la più solida formazione terroristica dell'area, sostenuta sempre più scopertamente da Teheran, e lo Stato d'Israele.

Quando Ahmadinejad blaterava nei mesi scorsi promettendo la distruzione d'Israele, troppi s'erano adattati all'idea che si trattasse di demagogia, di parole al vento. E incauto è stato l'"appeasement" con cui l'Occidente vi reagiva. Ma adesso s'è visto che il presidente dell'Iran manovra i fili delle sue marionette Hezbollah, se non mirando alla distruzione d'Israele, obiettivo al momento irraggiungibile, certo cercando di fiaccare Israele. Deciso a costringerla tra due fuochi: la rivolta palestinese al sud, e le armi sempre più sofisticate del "partito di dio" sulla frontiera nord. Armi moderne (non gli artigianali Qassam che la Jihad e Hamas lanciano da Gaza), e munizioni quante ne può avere un vero esercito. Sul televisore nella mia stanza d'albergo sto vedendo adesso, infatti la grandine dei Katyusha e Fajr che cadono sulla Galilea, un fuoco ininterrotto, centinaia di razzi: in danaro, un costo che gli Hezbollah non potrebbero certo sostenere, se non fosse per i petrodollari di Teheran.

Perciò hanno ragione i miei conoscenti. La crisi attuale, lo straripamento del conflitto israelo-palestinese su un altro versante arabo, configura l'avvio d'una guerra contro lo Stato ebraico. E in casi come questi, quali che siano le responsabilità israeliane nelle continue convulsioni della regione, non si può stare che dalla parte d'Israele. Certo, come tante altre volte, affiora un'indignazione profonda per l'intensità, l'indifferenza di fronte alle perdite tra la popolazione civile, che caratterizza le rappresaglie d'Israele. Quanti civili sono morti, quante famiglie annientate da quando il 21 giugno è stato rapito sul confine di Gaza un giovane caporale israeliano.

E infatti, come sarebbe più facile essere dalla parte d'Israele se l'esercito d'Israele non avesse provocato le stragi di questi ultimi giorni.

Ma anche qui è stato come con Ahmadinejad. Il mondo civile non ha reagito come avrebbe dovuto: lo avesse fatto con la severità necessaria, probabilmente si sarebbero risparmiate decine di vite umane a Gaza e decine, se non sono già centinaia, in Libano. E invece i vertici militari d'Israele sembrano adesso sganciati da qualsiasi controllo politico. La sera di mercoledì scorso quando gli Hezbollah condussero la loro azione oltre il confine uccidendo e sequestrando i soldati israeliani, il capo di Stato maggiore Dan Halutz tenne subito una riunione con i suoi collaboratori.

Fu decisa la rappresaglia aerea sul Libano e quando si passò a parlare dell'intensità da dare ai raid aerei, uno dei militari presenti propose di ridurre le infrastrutture libanesi a com'erano "trent'anni fa". Un'irruenza, un eccesso di reazione, che si spiega soltanto con il tentativo di far dimenticare agli israeliani che per due volte in venti giorni, l'esercito e i suoi comandi erano stati colti di sorpresa, e i suoi soldati senza l'addestramento necessario.

Ma la proposta di riportare il Libano indietro di trent'anni è passata, il potere politico s'è adeguato. Infatti è proprio questo, o quasi, che l'aviazione israeliana sta facendo.

E anche stando dalla parte d'Israele, la gravità, l'enormità della rappresaglia appaiono ben oltre ogni immaginabile misura. L'innesco d'una guerra sulla frontiera nord è opera, lo s'è detto, dei terroristi del "partito di dio" manovrati dal loro burattinaio. Ma Israele ne sta facendo un secondo 1982: quella invasione del Libano che fu come un calcio nel termitaio, la catastrofe da cui uscirono (prima non ce n'era neppure l'ombra) tanto gli Hezbollah quanto Hamas.

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