Da La Repubblica del 19/06/2006
Originale su http://www.repubblica.it/2006/06/sezioni/esteri/reportage-mogadiscio/r...

Storica intesa sul passo Nathula chiuso dal 1962

Accordo tra Cina e India riapre la Via della seta

di Federico Rampini

PECHINO - È l'unico collegamento naturale fra la Cina e l'India, via terra. È uno dei passi di montagna che per secoli videro transitare le carovane lungo la "via della seta", la pista dei mercanti che dalla Cina raggiungevano il Medio oriente e la Roma imperiale, percorsa poi da Marco Polo per raggiungere l'impero del Kublai Khan.

È una decisione storica ed è il primo tassello di progetti ambiziosi tra i due Paesi

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Ora i governi di Pechino e New Delhi hanno preso una decisione storica: si riapre il passo Nathula, a 4.500 metri sull'Himalaya, quasi a metà strada fra la capitale del Tibet (Lhasa) e il porto indiano di Calcutta, circa 500 chilometri di distanza ciascuno. È un varco chiuso dalla guerra sino-indiana del 1962, e di recente usato solo per un servizio postale settimanale a dorso di mulo che consegna poche lettere di pastori tibetani sui due lati del confine.

La riapertura del Nathula è il primo tassello di progetti grandiosi: la costruzione di una grande rete ferroviaria che colleghi il nuovo treno appena inaugurato fra la Cina e il Tibet, prolungandone il servizio fino a Delhi e Calcutta; più valanghe di asfalto da aggiungere al gigantesco network di autostrade (141.000 chilometri) in costruzione fra Cina, India, Vietnam, Thailandia, con sbocchi fino all'Asia centrale e l'Europa. È il disegno annunciato nell'aprile 2005 dal premier cinese Wen Jiabao in visita alla Silicon Valley indiana di Bangalore, quando profetizzò che Cina e India costruiranno insieme "il secolo asiatico". Una visione avveniristica e al tempo stesso un ritorno al passato: nel 1750 questi due paesi rappresentavano insieme il 57% della produzione manifatturiera mondiale, il loro interscambio era il baricentro dell'economia globale di allora.

Ai tempi di Marco Polo la via della seta conosceva varie biforcazioni, alcune più meridionali come quella che traversava l'Himalaya all'altezza di Katmandu nel Nepal. Il passo Nathula però divenne centrale in una sfida geostrategica cruciale dell'Ottocento e fino ai primi del Novecento: la contesa fra l'impero britannico e la Russia zarista per estendere le proprie sfere di influenza verso l'Asia centrale e la Cina. È quello che nel gergo delle cancellerie dell'epoca fu definito il "Grande Gioco". Nel 1904 Londra si convinse che i russi si stavano infiltrando in Tibet per intimidire e condizionare l'ultima dinastia cinese dei Qing (pronuncia: cing). Il vicerè britannico in India, Lord Curzon, mandò il colonnello Francis Younghusband alla guida di una spedizione militare attraverso il passo Nathula, con 1.200 soldati britannici e diecimila fra sherpa, coolies, gurka nepalesi. Fu una spedizione drammatica, a temperature che raggiungevano i 20 gradi sottozero, con i soldati costretti a dormire abbracciati ai fucili Maxim perché non si congelassero.

Penetrati nel regno di Lhasa gli inglesi massacrarono subito un migliaio di soldati tibetani. La spedizione durò poco ma servì ad alimentare i sospetti cinesi sulle mire dell'imperialismo occidentale nella zona, sapientemente utilizzati mezzo secolo dopo da Mao Zedong per legittimare l'invasione del Tibet ad opera dell'Esercito di Liberazione Popolare.

L'importanza della regione himalayana come vasto cuscinetto strategico tornò d'attualità nel 1962, con l'improvvisa guerra tra la Cina e l'India che spezzò brutalmente l'idillio tra Zhou Enlai e Nehru dentro il movimento dei "non allineati". Le ferite di quella guerra hanno atteso 44 anni per rimarginarsi del tutto. Ancora di recente tra i due giganti asiatici rimanevano dei conti in sospeso: l'asilo politico fornito dall'India al Dalai Lama e ai tibetani in esilio; il rifiuto della Cina di riconoscere l'annessione indiana del Sikkim.

Come eredità di quelle tensioni, i collegamenti bilaterali hanno tardato a svilupparsi: i pochi voli sino-indiani fanno scalo perlopiù a Hong Kong, l'unico volo diretto Pechino-Delhi è gestito dalle linee aeree etiopiche. Ma ora il vecchio contenzioso perde importanza, di fronte alla formidabile convergenza di interessi economici fra i due paesi. Una delegazione del governo indiano è arrivata ieri a Lhasa per celebrare la riapertura del Nathula. La posta in gioco: New Delhi ha bisogno di vitalizzare la sua periferia orientale depressa, sogna di agganciarla alla locomotiva industriale cinese; Pechino a sua volta ha una crescita squilibrata a favore delle ricche regioni costiere, la sua parola d'ordine ora è "la conquista del West", cioè lo sviluppo delle vaste zone confinanti con il Vietnam e l'Asia centrale, dallo Yunnan al Tibet allo Xinjiang. In quell'area fra il sudovest della Cina e il nordest dell'India si concentrano risorse strategiche: 200 miliardi di metri cubi di gas naturale, 1,5 miliardi di tonnellate di petrolio, 900 milioni di tonnellate di carbone. Sono i carburanti essenziali per alimentare un decollo economico "energivoro", la stessa molla che spinge Pechino e New Delhi ad allearsi per andare insieme a caccia di approvvigionamenti di lungo periodo in Asia centrale e in Africa.

L'Himalaya è il serbatoio di un'altra risorsa cruciale: l'acqua. I ghiacciai di quelle montagne alimentano i più grandi fiumi asiatici, dal Gange al Brahmaputra, dallo Yangtze al Mekong, arterie vitali per un continente assediato dall'urbanizzazione, dall'esplosione dei consumi alimentari, dall'inquinamento. Sull'Himalaya da una cooperazione sino-indiana possono nascere imponenti cantieri per dighe e centrali idroelettriche. Gli ambientalisti temono l'impatto sull'ecosistema, già vedono un futuro da incubo in cui "il tetto del mondo" sarà percorso da colonne di Tir e treni merci, gasdotti e tralicci elettrici. Coloro che hanno a cuore l'identità culturale di antiche civiltà come quella tibetana osservano con preoccupazione gli effetti omologanti della macchina dello sviluppo economico, il "modello cinese" che dilaga a Lhasa fa proseliti fino ad Hanoi. Ma l'avvicinamento fra Cina e India schiaccia le resistenze. Da un anno all'altro il commercio tra i due paesi progredisce al ritmo del 55%. Due colossi del software indiano, Tata e Infosys, annunciano 15.000 assunzioni in Cina. Perfino le tradizionali manifestazioni di simpatia per il Dalai Lama, come per caso, a New Delhi si fanno sempre più fievoli.

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