Da Corriere della Sera del 18/06/2006
Originale su http://www.corriere.it/Primo_Piano/Esteri/2006/06_Giugno/18/somalia.shtml

Gli islamici: «Ci basta Allah, abbasso la democrazia»

La Somalia accusa: l'Etiopia ci invade

L'allarme del leader islamico. Ma Addis Abeba smentisce. Nella capitale imposta la sharia. Mondiali in televisione vietati

di Massimo A. Alberizzi

JOHAR (Somalia) – E’ lo stesso leader delle Corti Islamiche, Sheck Sharif Sheck Ahmed, a dare l’annuncio ai primi giornalisti occidentali, due agenzie internazionali, Reuters e Associated Press, e il Corriere della Sera, cui concede un’intervista nel suo ufficio di Johar (90 chilometri a Nord Ovest di Mogadiscio, dopo la clamorosa vittoria sui signori della guerra: «I soldati etiopici – spiega quasi sottovoce – hanno invaso la Somalia. Sono 300 e sono entrati nella regione centrale del Gedo. Stanno ammassando truppe un po’ lungo tutto il confine, siano assai preoccupati. Non vogliamo la guerra ma se ci costringono non possiamo tirarci indietro». Da Addis Abeba poco dopo la smentita: «Non siamo entrati in Somalia. E’ vero che muoviamo truppe alla frontiera, ma solo perché temiamo che i miliziani somali sconfinino per aiutare i ribelli (di etnia somala, ndr) attivi nelle nostre regioni meridionali». Non è la prima volta che gli etiopici smentiscono le loro scorribande in territorio somalo, come non è la prima volta che i somali lanciano accuse che poi non sono provate. Ma un segnale è certo: la tensione tra i due Paesi, ora che le corti islamiche controllano completamente la capitale Mogadiscio e gran parte delle regioni centrali della Somalia, sta salendo. Se ne è avuta una dimostrazione alle manifestazione di venerdì. Dopo la preghiera del mezzogiorno un paio di migliaia di persone si sono radunate davanti alle «tribune» (un’area da anni usata a questo scopo) per protestare contro l’annunciata richiesta rivolta all’Unione Africana dal Governo Federale di Transizione perché invii truppe di pace. La gente urlava slogan antietiopici e antiamericani, innalzando cartelli che inneggiavano all’islam e contro l’Occidente. Una donna completamente velata, Amina, con un inglese decente si è lasciata sfuggire:«A noi basta Allah. Abbasso la democrazia»


«ABBIAMO UNA PAURA TERRIBILE»- Ma non la pensano tutti allo stesso modo. Ubah Mohammed, 34 anni, è terrorizzata. Vive nella zona di Holiwa, vicino al cimitero italiano devastato dagli estremisti islamici nel gennaio 2005. E lì gestiva il suo salone di bellezza. «Venivano da me almeno 300 persone alla settimana ora, da quando le corti islamiche hanno preso il potere una decina di giorni, fa sono entrate solo una cinquantina di clienti. Abbiamo tutti una paura terribile. Amina indossa un camicione grigio scuro che le lascia fuori solo la faccia. «Prima mi piacevano i vestiti colorati, rossi, viola, rosa. Io sono una bella ragazza e devo mostrare la mia bellezza e Ora porto solo questo straccio, non ne posso più. Speriamo che finisca questo calvario». Ismahan Ali Mohammed ha 18 anni e voleva fare l’attrice. Camminavo con il mio vestito rosa quando si è fermata un’auto. Sono scesi i miliziani e mi hanno insultato. Poi con il coltelli mi hanno tagliato a fettine l’abito. Con una striscia mi hanno legato le mani e abbandonato così in strada. Attorno a me c’era tanta gente, ma nessuno ha osato avvicinarsi. In queste condizioni ho chiesto ai miei genitori di farmi andare all’estero. Sono bella, pretendo di essere libera e voglio fare l’attrice». Ieri sera giocava l’Italia e nel maxischermo allestito accanto al mio albergo (una stanza fetente, con i rubinetti del bagno completamente ossidati, senza acqua calda, le lenzuola di un colore dubbio che ti costringono a dormire vestito, ma per fortuna con un vecchio e sbuffante condizionatore che tiene lontane le zanzare) in un giardino gremito, la gente euforica tifava per l’Italia. Ma all’inizio dei mondiali c’è stato un tentativo di vietarli. La repressione è partita nella zona dove a più alta la concentrazione integralista, vicino al cimitero devastato dagli italiani dove, per stessa ammissione di Sheck Sharif Sheck Ahmed al posto delle tombe e degli ossari è stato costruito un campo d’addestramento di miliziani («non terroristi e non stranieri, tutti somali», ha più volte ribadito il leader delle corti islamiche).


MONDIALI VIETATI - Racconta Abdi Farah, 26 anni. Stavamo guardando Mexico-Iran in un bar del distratto di Hilwa, quando è entrato un commando di una decina di miliziani. Si sono diretti versi il televisore e l’hanno spento. Qualcuno ha tentato di protestare puntando sul fatto che giocava la squadra di un Paese musulmano e se loro partecipano alla Coppa del Mondo noi dobbiamo guardarla. Per tutta risposta quello che sembrava il capo ci ha controllato uno per uno. I miei capelli secondo lui erano lunghi e non adatti "alla cultura islamica", si è tolto la cintura e mi ha picchiato. Poi mi ha dato una sforbiciata ai capelli e mi ha legato le mani dietro la schiena. Infine ci ha forzato a iscriverci alla corte islamica». In quella zona, racconta Abdi, la televisione pubblica è stata vietata. Solo chi ha la parabola satellitare a casa sua, può riceverle. Per le strade della capitale comunque si circola con una sicurezza e tranquillità che non si vedeva dall’inizio della guerra civile, cominciata 16 ani fa. Per le strade sono scomparsi i posti di blocco che servivano ai signori della guerra per chiedere balzelli e tasse. I negozi sono pieni di roba e i prezzi (tranne quelli delle armi) sono scesi. La gente sembra contenta: «Si, c’è molta confusione – commenta Abdi Jumale – e dobbiamo spettare che finisca quest’euforia della pace ritrovata. Se le corti si comporteranno correttamente, un po’ di islam ma non troppo, si potrà sperare in un futuro migliore, altrimenti penso che potrebbe scoppiare un’altra guerra».

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