Da La Stampa del 28/03/2006
Originale su http://www.lastampa.it/redazione/cmsSezioni/esteri/200603articoli/3610...

Militari americani hanno partecipato all’azione: uccisi fedeli in preghiera

Strage di sciiti in moschea, Usa sotto accusa

È in crisi il rapporto Baghdad-Washington

di Massimo Mastrorillo

NEW YORK. Il raid lanciato domenica notte a Baghdad dalle forze irachene e americane ha provocato una rivolta nella comunità sciita, che ora minaccia di interrompere la collaborazione con gli Usa perché è stata colpita una moschea. Un grave rischio sul piano politico, che si somma ad altre due cattive notizie arrivate ieri: l’uccisione di 40 persone in un attentato vicino a Tal Afar, e la pubblicazione da parte del New York Times del memorandum britannico sull’incontro del 31 gennaio 2003 fra il presidente Bush e il premier Blair, in cui il capo della Casa Bianca non solo faceva capire che era deciso ad attaccare l’Iraq anche se non si fossero trovate le armi di distruzione di massa, ma era pronto ad architettare trappole per provocare un casus belli.

Domenica sera, secondo la versione del Pentagono, truppe irachene assistite dagli americani hanno assalito un edificio appartenuto al regime di Saddam, usato ora dai miliziani del leader religioso sciita Muqtada al Sadr, protagonista in passato di sanguinose rivolte nella città sacra di Najaf. In base all’intelligence Usa, quei locali erano usati per nascondere ostaggi e armi. Durante l’attacco, 16 guerriglieri sono rimasti uccisi e un detenuto è stato liberato. Gli americani poi hanno accusato gli sciiti di aver spostato i cadaveri nel luogo di culto per incolpare il Pentagono della strage. Secondo la versione degli sciiti, confermata dal ministro degli Interni Bayan Jabr, l’edificio ospitava la moschea al Moustafa e gli assalitori hanno sparato nel luogo di culto, ammazzando fedeli innocenti.

Di conseguenza il governatore provinciale di Baghdad, Hussein al Tahan, ha annunciato la sospensione della collaborazione con gli americani, mentre il portavoce del premier sciita al Jaafari ha chiesto che Washington riconsegni al suo governo il controllo della sicurezza. Il presidente curdo Talabani ha proposto di risolvere il problema nominando una commissione d’inchiesta. La crisi, se degenerasse, metterebbe a rischio l’intera strategia Usa a Baghdad. Fin dal principio dell’invasione gli Stati Uniti si sono appoggiati alla maggioranza etnica sciita, perseguitata da Saddam. L’ayatollah al Sistani ha collaborato con gli americani, in cambio del potere per i suoi uomini, che hanno vinto le elezioni di dicembre.

Tanto il capo di al Qaeda Zarqawi, quanto gli insorti sunniti, hanno cercato di rompere questa alleanza con attenati e attacchi finalizzati a trascinare gli sciiti nella guerra civile. L’ultimo è avvenuto il 22 febbraio scorso, quando hanno fatto esplodere una moschea di Samarra. A quel punto gli sciiti hanno scatenato le proprie milizie e ciò ha portato il paese sull’orlo della guerra civile. Nel frattempo un altro fattore ha iniziato ad erodere il rapporto di fiducia fra gli Stati Uniti e la maggioranza etnica del paese. Washington sa che per trovare una soluzione politica all’insurrezione deve dare ai sunniti un ruolo importante nel nuovo governo, ma gli sciiti considerano questa linea come il secondo tradimento americano dopo quello del 1991, quando furono lasciati soli nella rivolta contro Saddam sconfitto in Kuwait.

In questo quadro si gioca anche la partita del nuovo governo. Gli sciiti religiosi hanno confermato premier al Jaafari, appoggiato in particolare da al Sadr, ma gli sciiti laici, i sunniti e i curdi si sono opposti perché temono che non garantisca la loro autonomia. Nel frattempo l’ambasciatore Usa Zalmai Khalizad ha chiesto formalmente ai leader del partito del premier di ritirare la sua candidatura. Il raid di domenica conferma il sospetto degli sciiti che gli Usa si stanno raffreddando nei loro confronti, e quindi potrebbe diventare una scusa per reazioni violente capaci di far saltare gli ultimi equilibri rimasti. Tutto questo avviene sullo sfondo delle violenze che continuano.

Ieri un attentato davanti ad un centro di reclutamento vicino a Tal Afar ha ucciso 40 persone, imbarazzando Bush, che solo pochi giorni fa aveva indicato agli americani quella città come una dimostrazione dei progressi fatti contro i terroristi. Il New York Times, poi, ci ha aggiunto il memorandum del vertice con Blair. Bush ha sempre detto che era andato all’Onu per dare a Saddam un’ultima possibilità di disarmare, ma dalle note emerge che a gennaio del 2003 lui e Blair sapevano che non avrebbero trovato armi, e avevano comunque già deciso di attaccare. Anzi, Bush aveva proposto tre opzioni per provocare il conflitto: dipingere aerei spia Usa con le insegne dell’Onu, nella speranza che Baghdad cercasse di abbatterli; far denunciare la presenza delle armi da un uomo del regime; e assassinare Saddam. Entrambi, poi, erano sicuri che dopo una rapida vittoria non ci sarebbero state insurrezioni.

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