Da L'Unità del 07/12/2005
Originale su http://www.unita.it/index.asp?SEZIONE_COD=HP&TOPIC_TIPO=&TOPIC...

Falluja, la verità nascosta: una Commissione d'inchiesta internazionale

di Luigina D'Emilio

Rabbia e forte commozione le reazioni che suscita la proiezione del documentario di Rainews24, all’apertura dell’incontro di martedì 6 dicembre alla Camera dei deputati sulle verità nascoste di Falluja.

L'iniziativa, promossa dal Forum dei parlamentari contro la guerra con i gruppi parlamentari dei Ds, della Margherita, Rifondazione comunista e Partito dei comunisti italiani, era stata organizzata per avanzare la richiesta di una commissione d'inchiesta internazionale contro i crimini di guerra ed in particolari per indagare sugli orrori di Falluja.

Anche ai tempi della guerra in Vietnam, un evento che ha segnato drammaticamente le generazioni dell’epoca, in Svezia fu costituito un tribunale presieduto da Bertrand Russell contro l’uso di armi improprie come l’agente orange (così chiamato per il colore dei contenitori in cui veniva trasportato). Russell accusava gli americani di usare il napalm e bombe a frammentazione, tutte armi proibite dalla convenzione internazionale sul diritto bellico.

Orrori di vietnamita memoria, ma la storia continua a ripetersi e ci offre immagini se possibile ancora più cruente di quelle che fecero il giro del mondo dell’uso del napalm su interi villaggi abitati da civili, ustionati, marchiati per sempre e destinati ad anni di cure. Questa volta accade in Iraq e più esattamente a Falluja, dove non si utilizza l’agente orange, ma il fosforo bianco, dove il napalm lascia il posto all’Nk-77, il vecchio napalm riqualificato e rinominato per evitare il bando internazionale, ma che ha effetti ancora più devastanti del napalm. Uno scenario che nulla ha da invidiare al Vietnam e che mostra l’effetto dell’uso di armi chimiche come il fosforo che brucia ossigeno squagliando letteralmente la carne degli essere umani.

Silvana Pisa ed Elettra Deiana, firmatarie di un’interrogazione parlamentare in proposito, hanno spiegando le ragioni dell’iniziativa: «Abbiamo cercato di sviluppare un punto di vista critico su crimini di guerra che vengono ideologicamente giustificati e dietro i quali si cela la guerra sporca. Non si può abituare l’opinione pubblica a convivere con la guerra, si deve esprimere un’indignazione morale per rompere il muro dell’omertà e dell’indifferenza. È nostro compito tentare di ricostruire la filiera di eventi negativi che ha portato alla nascita di una guerra che va oltre ogni regola e che viola tutte le convenzioni di Ginevra».

Mentre continuano a scorrere le atroci immagini del documentario di Sigfrido Ranucci, giornalista di Rainews24, che per primo denunciò l’uso di armi proibite a Falluja, Maurizio Torrealta, caporedattore della stessa testata, ricorda quanto sia stato difficile rivelare al resto del mondo gli orrori di Falluja. Chi ha cercato di diffondere notizie sull’uso di armi proibite in Iraq, ha dovuto fare i conti con una realtà difficile: vedi il rapimento di Giuliana Sgrena, giornalista del Manifesto, o la vicenda di Mark Manning, videomaker indipendente al quale misteriosamente rubano negli Usa tutto il girato.

«La storia di come è stata esportata la democrazia in Iraq non deve essere raccontata», continua Torrealta, eppure le notizie sono trapelate. Notizie sulla città di Falluja dove, secondo le stime del Pentagono, le vittime sarebbero state tra le 1000 e le 1500, mentre secondo alcune fonti mediche furono tra 4000 e 6000.

Le rivelazioni fatte da Torrealta nel corso della discussione lasciano intravedere uno scenario di guerra che va oltre l’immaginario: «ciò che è stato rivelato da Rainews è solo un gradino sulle verità celate della guerra in Iraq. Da alcune foto esaminate, prosegue il giornalista, risulta che lo stato di alcuni corpi è conseguenza dell’uso del fosforo, ma altri sono compatibili con armi nuove come il fosforo bianco modificato, che ha conseguenze ancora peggiori». Non è facile immaginare qualcosa di peggiore di volti fusi, pelli ustionate, vestiti intatti che coprono i corpi come un velo. Molti sono stati uccisi nel sonno, altri mentre cucinavano o pregavano.

Tema fondamentale del dibattito è stato come l’agente chimico sia stato usato in maniera massiccia e indiscriminata per uccidere. L’uso di alcune armi dagli effetti indiscriminati, come il napalm, è limitato dal protocollo tre della Convenzione di Ginevra del 1980:«è vietato attaccare la popolazione civile con armi incendiarie o lanciarle da un aeromobile». Un protocollo che gli Stati Uniti non vollero firmare, ma che non gli permette comunque di fare un uso indiscriminato di queste armi perché hanno aderito alla convenzione contro l’uso di armi capaci di infliggere sofferenze superflue.

Paradossale parlare di sofferenze superflue o etica della guerra eppure è necessario farlo spiega Domenico Gallo, magistrato dell’associazione giuristi democratici ed esperto di diritto internazionale. Una realtà articolata, quella dei conflitti bellici, fatta di contrasti che devono essere compresi. Il problema va al di la della comprensione del tipo di arma utilizzata, si deve capire contro chi è usata e come. Il diritto bellico vuole limitare l’uso della violenza, insita nella natura stessa della guerra. Per Gallo si tratta di ridurre la disumanizzazione che la storia ci ha fatto conoscere.

«Anche l’orrore ha le sue regole – ha commentato Domencio Gallo - il diritto bellico include anche le convenzioni che vietano l’uso di armi nucleari, chimiche e batteriologiche. I tre tipi di armi vengono raggruppati nella più comune definizione di armi di distruzione di massa». Un tentativo precedente di dare una giurisdizione universale ai crimini di guerra si è avuto con la convenzione di Ginevra del 1949, ma fu un fallimento perché fu applicata solo dal Belgio.

Secondo Gallo serve un tribunale internazionale per punire i crimini di guerra che nel conflitto iracheno si stanno trasformando in crimini contro l’umanità: il genocidio, la pulizia etnica, lo sterminio di massa, la deportazione.

Gallo nel suo intervento ha fatto accenno al tribunale penale internazionale, istituito dal trattato di Roma del 17 luglio 1998 che si occupa di crimini contro l’umanità. Il problema però è che gli USA non intendono riconoscerlo. Né tantomeno l’Iraq. Così qualsiasi crimine accaduto in territorio iracheno e compiuto dalle truppe irachene non verrà punito. A meno che il consiglio di sicurezza dell’ONU non decida di istituire un tribunale ad hoc per l’Iraq.

Una proposta analoga di commissione d’inchiesta internazionale, sotto l’egida delle Nazioni Unite, era già stata fatta dall'europarlamentare Giulietto Chiesa e dalla sua collega Lilli Gruber tramite un’interogazione urgente al consiglio d’Europa e con una lettera rivolta al presidente dell’europarlamento Joseph Borrell.

All’incontro ha partecipato anche l’ex deputata del partito laburista inglese Alice Mahon che ha ricordato il ruolo fondamentale del suo paese nella guerra in Iraq. La parlamentare britannica ha parlato con sdegno delle pratiche che ledono i diritti umani, ha sollecitato una commissione d’inchiesta capace di porre fine a queste mostruosità e soprattutto al di sopra delle parti. «Non mi fido del mio paese - afferma la Mahon - perché già una volta è stato capace di mentire costringendo l’Inghilterra ad intervenire con l’inganno. Tra i fautori di questa guerra c’è il mio paese ed il partito al quale sono stata iscritta per 30 anni». Per la deputata chi paga il prezzo più alto di questo attacco sono le vittime di Falluja, le donne e i bambini che si sciolgono sotto le armi proibite. «Si è scatenato un conflitto per abbattere un dittatore accusandolo di avere armi di distruzione di massa – ha concluso - ed ora si stanno usando contro la popolazione civile le stesse armi che si diceva di voler combattere. Si deve continuare ad operare per chiedere conto delle illegalità commesse”».

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