Da Corriere della Sera del 03/12/2005
Originale su http://www.corriere.it/Primo_Piano/Esteri/2005/12_Dicembre/03/cina.shtml

Duro rapporto di Nowak, capo della prima missione delle Nazioni Unite che è potuto entrare nelle carceri della Repubblica popolare

L’Onu accusa la Cina: «Terra di torture»

L’inviato di Annan: «Abusi nei campi di lavoro, Pechino non rispetta le sue stesse leggi»

di Fabio Cavalera

PECHINO — La tortura è esplicitamente vietata dalla legge approvata nel 1996. Fu un grande passo in avanti per la Cina. Ma è un principio rimasto scritto sulla carta e inapplicato nella realtà. Le condizione di vita carceraria, sia dei prigionieri comuni sia dei prigionieri politici, negano con ogni evidenza il riconoscimento delle più banali norme di difesa e addirittura di tutela della vita.Detenuti incappucciati e percossi a sangue. Con gli occhi bendati sottoposti a razioni quotidiane di scariche elettriche. Lasciati nudi al freddo o sotto il sole che brucia. Minacciati e umiliati. Detenuti, specie gli oppositori, spediti in centri di «rieducazione » o in ospedali psichiatrici.

Il campionario della vergogna è lungo e, va comunque detto, condiviso da molti Paesi liberali (Iraq e Guantánamo insegnano). Questo specifico che oggi viene denunciato non è il risultato di una campagna organizzata per screditare Pechino agli occhi della opinione pubblica mondiale. E’ un dato concreto che emerge da una ricerca effettuata sul campo. A parlare è Manfred Nowak, «investigatore» della Commissione delle Nazioni Unite sui diritti umani, arrivato in Cina il 21 novembre per verificare la situazione negli istituti di pena del Regno di Mezzo. E in dieci giorni ha scoperto che la tortura «è in declino ma ancora molto diffusa» e che i metodi usati per obbligare il detenuto a parlare sono tanti. «Spesso all'ufficiale non è chiesto esplicitamente di usare la maniere forti ma è messo sotto pressione per estorcere la confessione».

Come spesso accade le notizie che provengono dalla Cina hanno significati contraddittori. Se infatti per la prima volta le autorità hanno aperto le porte del Paese a una indagine così «delicata», circostanza indubbiamente positiva, è comunque vero che il risultato finale è pessimo. Da Medioevo. La privazione delle regole che riconoscono ai prigionieri il diritto a un processo equo, a una pena certa, a una difesa garantita è una pratica che riguarda sia coloro che sono accusati di delitti comuni sia coloro che osano sfidare lo Stato autoritario. Due casi sono stati portati alla ribalta. Quello di He Depu che arrestato per avere semplicemente sollecitato il partito comunista alla riforma del sistema ha subito «trattamenti» pesanti per 85 giorni di seguito, dall'obbligo di stare fermo in una posizione fino alla negazione del sonno. E il caso di She Xianglin che imputato di avere ucciso la moglie scomparsa dalla circolazione fu sottoposto a dieci giorni di interrogatorio continuo e di fronte alla sua reclamata innocenza vide una guardia firmare una finta dichiarazione di colpevolezza. Undici anni in prigione è rimasto. E solo poche settimane fa lo hanno liberato. La moglie è ricomparsa viva e in bella forma.

In Cina si discute da tempo sulla riforma del diritto penale e del diritto processuale. La spinta che arriva dal mondo accademico e da una parte dei magistrati è decisamente favorevole a un riconoscimento dei diritti fondamentali dell'uomo. A frenare ciò che sembra essere una evoluzione naturale dello sviluppo liberistico sono le prepotenze del potere locale, geloso dei suoi privilegi, e le eredità del passato che ancora operano in senso pesantemente repressivo.

Ne è una ultima testimonianza la decisione di imporre la chiusura di uno studio legale e di impedire a un noto avvocato l'esercizio della professione. Gao Zhisheng, quarantunenne, appartiene a quel gruppo di giovani professionisti del diritto che si batte affinché il principio del «governo della legge» trovi finalmente applicazione. Da anni si è schierato in difesa di chi ha contestato gli abusi delle autorità e ha rivendicato libertà di parola e di manifestazione del pensiero. Battaglie che lui promette di portare avanti nonostante gli stiano mettendo un bavaglio.

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