Da Corriere della Sera del 28/11/2005

Pochi i condannati, nel conto gli errori investigativi

di Giovanni Bianconi

I conti sui «duecento terroristi catturati» non tornano nemmeno rifugiandosi nel Rapporto sulla sicurezza diffuso a ferragosto dal Viminale, e citato da palazzo Chigi per rimediare una copertura all’annuncio di Silvio Berlusconi. Perché è vero che la cifra arrotondata per difetto è uscita dal ministero dell’Interno, ma con qualche cautela in più. Il documento viminalizio riferisce di 203 arresti effettuati «nella complessiva azione di contrasto», e anche la sintesi riproposta ieri dallo staff del premier parla di «203 persone per lo più accusate di appartenere a cellule terroristiche». Il trucco, l’errore o l’equivoco è tutto nell’uso di quel verbo: accusate non significa condannate, e dunque non vuol dire colpevoli. Con la conseguenza che a cercare dei riscontri giudiziari all’affermazione di Berlusconi si resta quasi a bocca asciutta. A parte due verdetti di primo grado pronunciati a Milano per «associazione con finalità di terrorismo internazionale» e qualche altra pena inflitta per falsificazione di documenti o sfruttamento del traffico di immigrati clandestini, nei duecento casi citati dal premier rientrano pure alcune dei più clamorosi incidenti investigativi degli ultimi anni. Dagli afgani arrestati con una piantina della metropolitana di Roma, indicati come kamikaze prima di una una tempestiva marcia indietro degli stessi investigatori, ai 15 pachistani bloccati a Gela nel settembre 2002, sospetti terroristi liberati dopo dieci mesi quando anche l’ultimo giudice si convinse che erano solo gli immigrati in fuga dal loro Paese, e via di seguito. Gente che col terrorismo aveva poco o niente a che fare. Oppure c’entravano ma non si è riusciti a dimostrarlo, e sono stati assolti.

E’ capitato a Milano, Roma, Napoli e altrove. Nella capitale alcune assoluzioni - i marocchini accusati di voler inquinare le acque della città col ferricianuro, o gli egiziani accusati di nascondere esplosivo in casa - sono diventate definitive col timbro della Cassazione, qualcuno chiederà allo Stato i danni per l’ingiusta detenzione. A Milano sono in corso i processi d’appello contro alcuni verdetti di non colpevolezza, ma se fosse già in vigore la nuova legge che la maggioranza del governo Berlusconi si appresta ad approvare (quella che vieta l’appello dei pubblici ministero contro le assoluzioni in primo grado) non sarebbe stato possibile nemmeno continuare quei processi e le assoluzioni sarebbero già definitive. Quella stessa legge fortemente voluta dalla maggioranza prevede la possibilità di condanna solo quando la colpevolezza dell’imputato risulta «al di là di ogni ragionevole dubbio», e di fronte a un reato sfuggevole come quello di terrorismo internazionale (che punisce le intenzioni, difficilissime da provare) i dubbi sono sempre tanti.

A ben vedere i conti di Berlusconi (e del Viminale) non tornano nemmeno sull’eversione «nazionale», quando si parla dei brigatisti rossi arrestati dimenticando le assoluzioni, che pure ci sono state. Gli ergastoli agli ancora presunti assassini di D’Antona e Biagi sono stati inflitti grazie alle dichiarazioni di una pentita alla quale il governo non ha riconosciuto il programma di protezione, e in seguito a indagini di polizia che davvero poco hanno a che vedere con il colore della maggioranza politica in carica. Sul terreno delle polemiche, poi, è sempre in agguato quella sulla scorta negata a Marco Biagi, alla luce della sentenza bolognese che ha accusato il governo di essersi servito del professore mettendone a rischio la vita e senza «tutelarne adeguatamente l’incolumità». Un motivo in più per tenere fuori dalla propaganda elettorale una materia delicata come la lotta al terrorismo che riguarda tutti, e che tutti dovrebbe unire piuttosto che dividere. Lasciando da parte la «guerra delle cifre» più o meno truccate, almeno in questo caso.

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