Da La Stampa del 25/11/2005

Così i giovani perdono altri tre anni

di Tito Boeri

Il ministro Maroni ha due ragioni per essere soddisfatto dall'esito del Consiglio dei ministri di ieri. La prima è che è riuscito a sfuggire dall'angolo del ring: aveva minacciato di dimettersi nel caso in cui la riforma del Tfr non fosse stata approvata così com’era e, alla vigilia, pochi avrebbero scommesso sull'approvazione del suo decreto. Il compromesso raggiunto non tocca, in effetti, il testo, ma rinvia la sua entrata in vigore di due anni. La seconda ragione per cui il ministro sarà soddisfatto è che nessuno potrà valutare la bontà della sua riforma fino al 2008 perché, prima di allora, non se ne avrà traccia. E’ una prassi consolidata ormai quella di esibire trofei in anticipo. Da mesi, il ministro Tremonti proclama in televisione che la sua è la riforma pensionistica più bella d'Europa. Peccato che anche di questa non sia data traccia. Si potrà cominciare a vederla operare a partire dal 2008. Se, nel caso della riforma delle pensioni pubbliche, il rinvio si può spiegare con questioni di consenso politico - non è facile per un governo tagliare le pensioni, meglio lasciare la patata bollente all'esecutivo che verrà -, nel caso del conferimento del Tfr ai fondi pensione non c’era ragione per aspettare così a lungo. Quella del Tfr è, in linea di principio, una riforma popolare. Questo rinvio, dunque, è solo dovuto alla difficoltà di trovare un accordo in seno alla maggioranza.

I lavoratori, soprattutto quelli più giovani, hanno una ragione in più oggi per essere delusi. La riforma per loro, che operano per lo più nell’impresa minore, entrerà in vigore solo nel 2009. Ci vorranno poi dieci anni per creare, con il flusso di Tfr, un secondo pilastro pari almeno a quello del Portogallo, in coda ai paesi europei in quanto a capitalizzazione dei fondi pensione sul Pil. Bene ricordare che questa è una riforma promessa agli italiani fin dal 1993, quando entrò in vigore la riforma delle pensioni del governo Amato. Da quando si è cominciato a ridurre la generosità delle prestazioni pubbliche, era necessario dare spazio a pensioni integrative che permettessero ai lavoratori di compensare pensioni pubbliche più basse con prestazioni integrative. Ma questo non è avvenuto. E il mancato dirottamento del Tfr dalle imprese ai fondi pensione in questi anni è costato ai lavoratori italiani più di 200 miliardi di euro.

Forse ieri sarebbe stato meglio che il Consiglio dei ministri si fosse chiuso con un nulla di fatto, lasciando decadere la legge delega. Il rinvio al 2008 toglierà pressione al prossimo governo anche perché l'entrata in vigore della riforma cadrà a più di 18 mesi di distanza dalla formazione del nuovo governo, ben oltre quella «luna di miele» in cui un esecutivo appena formato riesce a varare le riforme più importanti. Di più, il decreto ha creato aspettative sulle quali sarà molto difficile intervenire. Questo perché, pur di chiudere la trattativa entro la legislatura, il ministro Maroni ha infatti offerto concessioni importanti a imprese, banche e sindacati, a spese dei lavoratori e dei contribuenti. In particolare, si sono mantenuti vincoli alla portabilità dei contributi contrattuali tra fondi diversi, riducendo di fatto il vantaggio di conferire il Tfr al secondo pilastro, e si faranno gravare oneri crescenti su chi paga le tasse. A regime, 600 milioni all'anno dovranno essere destinati a misure di compensazione alle imprese coinvolte nello smobilizzo del Tfr, molto di più di quanto costi alle imprese lo smobilizzo del Tfr (si vedano i calcoli sul sito www.lavoce.info). Il decreto prevede infatti sia sconti contributivi per le imprese che l'istituzione di un fondo di garanzia sui prestiti bancari, in seguito ad un accordo sottoscritto dal governo con l'Abi. Questo garantisce alle imprese accesso al credito a un tasso agevolato, coprendo le banche dal rischio di default sul 100 per cento del credito erogato. Il fondo di garanzia verrà alimentato da contributi pubblici nella misura dell'11 per cento dei flussi di Tfr, molto di più di quanto parrebbe necessario alla luce dei normali tassi di sofferenza. Forse, si sono voluti scontare gli effetti perversi che la costituzione di questo fondo potrà avere sulla concessione di prestiti bancari (apertura di linee di credito anche ad imprese con un alto rischio di default, in virtù della garanzia dello Stato). Se così fosse, sarebbe paradossale. E vi sarebbero gli estremi per una possibile violazione delle norme dell’Unione europea sugli aiuti di Stato. In ogni caso pagheranno i contribuenti. Dal 2008 in poi.

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