Da Corriere della Sera del 21/11/2005
Originale su http://www.corriere.it/Primo_Piano/Esteri/2005/11_Novembre/21/cina.shtml

Libertà violate

Cina. Così il partito nega i diritti

E' lecito fare affari ma non criticare il governo. Il regima incarcera i dissidenti e i preti. E oscura il web. Ambigui i segnali dei leader

di Fabio Cavalera

PECHINO - La spina nel fianco della Cina che irrompe sui mercati globali è la questione dei diritti umani. Vale a dire il mancato riconoscimento delle libertà politiche, civili e religiose, delle libertà delle minoranze etniche, delle libertà in Tibet. Nonché le condizioni di medioevale restrizione, a cui sono sottoposti i detenuti, le discriminazioni verso i malati di Aids e verso gli omosessuali. Un tema delicato che tocca la suscettibilità e l'orgoglio nazionalista del regime, ma che giustamente la comunità occidentale richiama con forza tutte le volte che deve confrontarsi con il miracolo di questo Paese. E se ne capisce la ragione. Per la cultura europea e americana non vi può essere sviluppo economico ed equa distribuzione delle risorse se non si eliminano gli ostacoli che impediscono al cittadino di esprimere il proprio pensiero, di vedere rappresentati i suoi valori e interessi, di praticare il proprio culto.

La modernizzazione non completa il ciclo se non spezza gli odiosi vincoli dell'autoritarismo. La Cina ha compiuto qualche passo in avanti, introducendo importanti modifiche costituzionali. Formalmente la Cina riconosce i diritti fondamentali dell'uomo. Ma, fintantoché le enunciazioni di principio non trovano seguito in norme che si sostituiscono alla prepotenza e all'arbitrio del Partito-Stato e delle sue articolazioni locali, il cammino resta incompiuto. È proprio a livello di provincia, di distretto, di città, di villaggio che la compressione delle libertà è più violenta e la discrezionalità delle autorità - spesso unita alla corruzione diffusa - si trasforma in arroganza, abusi, maltrattamenti, carcerazioni. Persino il quotidiano della gioventù comunista, il China Youth Daily , tre giorni fa si è visto costretto con un fondo a invocare un trasferimento di poteri dalla periferia al centro perché la disinvoltura dei cosiddetti «rappresentanti del popolo» nei livelli amministrativi inferiori è intollerabile. Nella struttura di comando del Paese e nella società cinese la discussione sulla necessità di promuovere «il governo della legge», di rendere autonoma la magistratura e sulla possibilità di avviare un processo di liberalizzazione politica e civile è più profonda di quanto il silenzio imposto dalla censura e dalla paura di instabilità lasci intendere.

A livello accademico da tempo si valuta con favore una eventuale revisione delle norme sulla pena di morte e in una prospettiva - lunga - persino la sua abolizione. La mano pesante del vecchio establishment si fa però sentire sulla stampa, sulla repressione di ogni manifestazione di pensiero, sul tentativo di oscurare i siti di discussione su Internet (dove in verità la possibilità di aggiramento dei divieti è sempre maggiore), sulla informazione relativa alla vita interna del partito. Divulgare notizie non ufficiali su quanto avviene nei vertici del Pcc è violazione del segreto di Stato. Porta all'ergastolo. Si esprime ancora con gli impedimenti a esercitare il credo religioso e con l'arresto di preti o la pesante limitazione della loro opera di evangelizzazione. E con il fermo sistematico dei dissidenti liberali e di coloro che rivendicano una rilettura pubblica dei massacri avvenuti in piazza Tienanmen nella tarda primavera del 1989. Quello del rispetto dei diritti umani è un tema reale e profondo per questa Cina. La comunità occidentale commetterebbe un errore a indicare strade e vie affrettate di democratizzazione che sono ancora estranee alla cultura del Regno di Mezzo, ma è pur sempre logico e giusto che lo segua nella sua evoluzione politica e sociale. Che lo richiami al rispetto delle convenzioni che tutelano le libertà.

I segnali che arrivano dalla generazione di dirigenti oggi guidata da Hu Jintao sono contraddittori. Venerdì il Partito comunista ha riabilitato un suo figlio che era stato rinnegato. Hu Yaobang, ex segretario generale, uomo tollerante, amato e stimato. Lo avevano cacciato nel 1987 perché «liberale». Poi era morto nel 1989 e lo avevano seppellito nel silenzio, in quanto gli studenti di Tienanmen erano scesi in piazza anche per rivendicarne l'eredità. Nelle stesse ore, nel Sud della Cina, nel villaggio di Taishi, in rivolta da tre mesi contro il dirigente della comunità accusato di frode, veniva impedita ai contadini la possibilità di comunicare le ragioni della loro protesta. Sui diritti umani, su una chiara e non ambigua politica di riconoscimento delle libertà si gioca la credibilità dei dirigenti cinesi nei prossimi anni.

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