Da Corriere della Sera del 20/11/2005
Originale su http://www.corriere.it/Primo_Piano/Politica/2005/11_Novembre/20/stella...

A Palazzo Chigi

Giovanardi e il sondaggio sulle donne

Con lui i diritti femminili fanno un «passo avanti». Rispetto a Lanza e Depretis

di Gian Antonio Stella

Il ministro Carlo Giovanardi ha amiche di famiglia che proprio non capisce: se parla di politica sbuffano. Lo ha detto lui, nella deliziosa intervista al Corriere dove, per spiegare il suo no alle quote rosa, ha sentenziato: «Alle donne del nostro Paese mica gliene frega niente della politica. Lo vedo quando sono a cena alle tavolate con gli amici. Loro, gli uomini, mi sollecitano a parlare di politica. E loro, le donne, quando questo succede si annoiano a morte e cercano di parlare d’altro». Va da sé che lui, il ministro per i Rapporti con il Parlamento, scuote la testa.

Che cosa c’è di più appassionante, davanti alle tagliatelle, che discutere su come il nuovo segretario dell’Udc Lorenzo Cesa sia frutto d’un processo di sintesi avviato per superare la contrapposizione tra Erminia Mazzoni e Mario Tassone? Di più inebriante, all’arrosto, che interrogarsi sui pensieri di Mauro Cutrufo o di Pino Pisicchio? Di più appagante, al dessert, che calcolare le alleanze per recuperare un posto nel cda di Sviluppo Italia cedendo un consigliere all’Efim e un assessorato a Pomezia? Di più eccitante, al limoncello, che pesare le sfumature delle virgole nei dintorni del centro per capire (giovanardese testuale) «quali spazi ci siano per un partito popolare europeo che ridisegni il polo moderato in maniera omogenea e lo renda un’alternativa credibile alla sinistra»? Macché, le donne sospirano: uffa! Conclusione: non sono adatte alla politica. Di più, il sondaggio scientifico del ministro, che ha spiegato di avvalersi per il suo esaustivo campione demoscopico, oltre che delle consorti dei commensali (finché, s’intende, non torneranno a mangiare col piatto in mano sugli sgabelli della cucina come le nonne d’una volta che lasciavano agli uomini i discorsi da uomini), anche della collaborazione della moglie e della figlia (d’accordo con lui), dice che «le quote rosa sono un’umiliazione». Perché «sono ghettizzanti», «creano delle riserve indiane» e sono del tutto inutili: le brave infatti, se ce ne fossero, emergerebbero lo stesso. Le donne italiane dovrebbero congratularsi.

La posizione di Carlo Giovanardi è infatti un importante passo avanti, nello sviluppo dei diritti politici femminili, rispetto per esempio a quella del presidente del Consiglio e ministro dell’Interno Giovanni Lanza che nel 1871, pur riconoscendo che «qualche fondamento può esservi nelle costumanze per negar loro il voto politico», si avventurò a proporre che le donne potessero «mandare il loro voto per iscritto» alle elezioni amministrative. Purché, per capirci, non si presentassero al seggio. Una posizione, dovete ammettere, assai retrograda rispetto alla successiva decisione della Camera (poi arenatasi fino al 1924) di accoglier la proposta di quel sinistrorso di Agostino Depretis e ammettere le mogli al voto amministrativo sia pure circoscritto al voto «con delega al marito».

A 155 anni dalla prima petizione alla Camera dei Lord per l’estensione del diritto di voto alle donne inglesi che avrebbero avuto accesso alle amministrative nel 1869, a 99 dall’elezione della prima parlamentare (una finlandese), a 87 dalla nomina della prima sottosegretaria (la polacca Irena Kosmowska), a 81 dal giuramento della prima ministra (la danese Nina Bang) e a 45 dall’insediamento della prima donna premier (la ceylonese Sirimavo Bandaranaike), l’apertura del ministro è quindi un messaggio di speranza per tutte le donne italiane: dopo aver lavato i piatti fatevi sotto, carine. Nessuna preclusione culturale. Che nel nostro Paese abbiamo dovuto attendere 115 anni e 836 ministri maschi prima che una donna, Tina Anselmi, entrasse in un governo; che la sola Nilde Jotti abbia avuto un incarico esplorativo per formare un governo e solo per una sacrosanta bizzarria di Francesco Cossiga; che le donne ministro siano state nel dopoguerra 44 (il 2,8%) contro 1.553 maschi; che la proposta di Giuliano Amato di mandare al Quirinale una donna fosse stata accolta come «una bella provocazione» («Manco se io avessi proposto un coleottero!»); che il 93,6% dei sindaci, l’88,6% dei deputati, il 90% dei presidenti di Regione, il 94,6% dei prefetti siano uomini dipende solo dal fatto che alle donne italiane «non gliene frega niente della politica». Di «questa» politica. Fosse vero, sarebbe interessante sapere: e come mai, caro Giovanardi?

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