Da Die Zeit del 17/11/2005

"Ridaremo sicurezza alla Germania"

Merkel e la Grosse Koalition: "Con la Spd torniamo a fare politica"

di Matthias Geis, Jan Ross, Bernd Ulrich

BERLINO - Signora Merkel, martedì lei sarà eletta cancelliera. Si immaginava un cammino così difficile?
«Non mi ero immaginata il cammino in nessun modo, e comunque l'elezione non c'è ancora stata. Ma sono felice che la fase del dopo-elezioni e dei negoziati sia conclusa: finalmente in Germania ricominciamo a fare politica».

Il suo rapporto con Schroeder è cambiato: dall'animosa ostilità della sera delle elezioni al rispetto reciproco di oggi. Ne è felice?
«E' un bene. E' un segno del ritorno della normalità politica, un segno che accettiamo la realtà. La conclusione dei negoziati è riuscita al meglio».

Ha sottovalutato i socialdemocratici, li riteneva peggiori di voi o meno competenti?
«Non ho mai pensato che non fossero competenti. Sono felice che, al di là dei rispettivi programmi, loro e noi siamo diventati capaci di discutere a fondo dei problemi del Paese. Vedo la possibilità di sviluppare insieme, nell'opera di governo, posizioni che non sono solo estratte dai due rispettivi armamentari d'idee, ma che al contrario possono veramente aprire vie nuove. Prima dell'inizio dei negoziati non mi sembrava possibile».

Era necessaria la Grosse Koalition per prendere atto insieme dei problemi del Paese?
«Cominciamo col vararla, e non affrettiamoci a descriverla subito come necessità storica. Ripetetemi la domanda tra uno o due anni».

Il governo rossoverde non ha saputo conquistare il consenso alla sua politica di riforme, né trovare soluzioni durature ai problemi del Paese. Perché pensa che il nuovo governo possa fare meglio?
«Primo, perché noi della Cdu-Csu vi portiamo le nostre idee. Secondo, perché la Grosse Koalition può anche rappresentare la speranza di spiegarsi molto meglio con la gente. Se riusciremo a fare di nuovo insieme le grandi riforme sociali, il Paese potrà forse ritrovare un senso di sicurezza».

Quali sono le cause di fondo della crisi tedesca?
«A lungo la Germania è stata un Paese di grande successo. Abbiamo finito per considerare questo successo un'ovvietà, anziché qualcosa da riconquistare ogni giorno. Il mondo è cambiato, molti altri Paesi oggi sono capaci di accelerare il loro sviluppo. Dobbiamo trasformare la sfida della globalizzazione in una chance. Ma dobbiamo anche deciderci ad affrontarla».

I forti aumenti fiscali, decisi dalla Coalizione, hanno l'obiettivo del consolidamento del Bilancio. Perché, visto che questo tema non è stato affatto centrale nella campagna elettorale?
«Noi abbiamo detto in campagna elettorale che eravamo decisi a rientrare nei parametri di Maastricht entro la fine della nuova legislatura. Il tema non è stato ignorato in campagna elettorale. Poi, nel corso dei negoziati sulla coalizione, abbiamo constatato quanto sia drammatica la situazione del Bilancio, e il tema è venuto in primo piano. E' stato parte del riavvicinamento alla realtà, e ciò ha dato al nostro lavoro comune un po' di credibilità».

Se la congiuntura non migliorerà, l'obiettivo del consolidamento verrà rinviato?
«No. Non possiamo dichiarare per diversi anni di non essere in grado di presentare bilanci conformi alla Costituzione».

Lei nella sua campagna elettorale ha insistito molto sulla libertà e la responsabilità individuale. Ma non le sembra che la società tedesca provi piuttosto un forte, a volte angoscioso bisogno di sicurezza sociale?
«Libertà e sicurezza sociale non sono in contraddizione. La sicurezza sociale è un bisogno elementare, che in parte è andato perduto. L'economia sociale di mercato tedesca è fondata sulla libertà. Per decenni c'è stata la certezza che quando va bene alle imprese va bene anche ai lavoratori. La globalizzazione ha posto in forse questa certezza: aziende sanissime licenziano. E' una sfida nuova. La politica da sola non basta a offrire certezze e sicurezza. Credo che la religione e l'ancoraggio della società a saldi principi debbano fare la loro parte. Qualcosa come la fiducia in Dio non può essere garantita da certezze razionali. Non è solo un dibattito politico, in questo senso il mio partito ha il vantaggio di potersi richiamare a quest'altra dimensione, l'idea cristiana dell'uomo».

L'Europa attraversa una pausa di riflessione, o una crisi?
«Penso che l'Unione europea oggi non sia particolarmente capace di agire. Ha bisogno di tornare a conseguire alcuni successi. Prima ancora di affrontare la questione di come andare avanti con la sua Costituzione, secondo me è importante dare un paio di esempi positivi - per esempio con la sua politica di Bilancio nei prossimi anni - e chiarire nei fatti che esistono la volontà e la forza per l'unità europea».

La sua politica estera sarà orientata dal principio dei diritti umani?
«Diremo chiaramente che i nostri valori sono per noi dei doveri. Non dobbiamo farci dominare dalle paure nei rapporti con i nostri partner, dobbiamo poter parlare apertamente, senza che ciò porti subito a conflitti».

L'Occidente secondo lei è diviso, come è emerso con la crisi irachena, o piuttosto si trova unito nella sua crisi?
«Non voglio parlare subito di crisi del secolo. Ma il mondo affronta grandi cambiamenti. La rivoluzione di Internet ha prodotto ovunque una trasparenza che prima era inimmaginabile. Ci si può informare su qualunque cosa avviene nel mondo. Ciò ha conseguenze per i Paesi occidentali, ma soprattutto rispetto alle capacità di altri Paesi di svilupparsi e arricchirsi. L'Occidente si trova in competizione economica con altre culture».

Che significa questo per l'Occidente?
«L'Occidente deve arrivare a una nuova coscienza di se stesso: quali sono i nostri valori, perché ci riconosciamo nel nostro modello di società? Dobbiamo riconoscere il diritto degli altri al progresso. Oggi Paesi come l'India o la Cina puntano a raggiungere il nostro livello, non più ad avere la nostra carità. Dobbiamo accettare che paesi ieri poveri oggi sono in alcuni campi più veloci di noi, migliori di noi».
Annotazioni − Articolo pubblicato su "la Repubblica" il 17/11/2005.

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