Da Corriere della Sera del 07/11/2005

Nelle elezioni per il Parlamento che inizieranno mercoledì il partito del raìs avrà la maggioranza assoluta. Il governo promette trasparenza ma molti già denunciano brogli

L’Egitto torna al voto. E vincerà Mubarak

I Fratelli musulmani ufficialmente illegali anche se puntano a 50 deputati

di Cecilia Zecchinelli

La paura che al grido «l’Islam è la soluzione» i Fratelli musulmani impongano una visione teocratica dello Stato. La scommessa dei cristiani copti, oggetto di recenti attacchi di estremisti islamici, che vorrebbero contare di più. La battaglia delle donne, sempre poco rappresentate. E ancora: il risveglio della società civile e dei partiti d’opposizione in una fase di iniziale apertura, voluta e salutata dall’Occidente e da gran parte del Paese. Tutto questo si potrebbe dire delle elezioni parlamentari che inizieranno il 9 novembre in Egitto (e continueranno il 20 dello stesso mese e il 1° dicembre) se non fosse che nella realtà è già un altro fattore a dominare. Il Partito nazional democratico (Ndp) del raìs Hosni Mubarak - rieletto per la quinta volta con l’88,6% dei voti in settembre - vuole confermare o perfino aumentare il suo dominio sull’Assemblea Nazionale (dove oggi controlla l’89% dei 454 seggi) anche per preparare un’eventuale successione del figlio Gamal. Ed è opinione largamente diffusa al Cairo che ci riuscirà. Per vari motivi.

«Succederà come è già stato per l’ultima legislatura: oltre ai candidati ufficiali del partito di Mubarak, andranno in Parlamento moltissimi "indipendenti" solo di nome, che una volta eletti entreranno nell’Ndp», dice Adel Al Siwi, noto artista, impegnato in vari movimenti politici di base. «Il potere sta riversando un fiume di denaro nella campagna elettorale, tra i candidati ci sono molti miliardari non certo dell’opposizione. Dibattiti e riunioni sono in corso ovunque tra le varie forze politiche, nella società civile, su alcuni media. Ma serviranno a poco, anche perché l’opposizione è divisa».

Opposizione ovvero i Fratelli musulmani, illegali dal 1954 ma di fatto maggiore forza anti-Mubarak che già oggi conta 15 seggi all’Assemblea. E che ora, correndo da sola, potrebbe arrivare a 50, la Fratellanza dice perfino 70 deputati, anche loro eletti come «indipendenti». Ma soprattutto opposizione ovvero una miriade di partiti vecchi - come lo storico Wafd - e nuovi, a partire dal più famoso Al Ghad, il cui leader Ayman Nour è arrivato secondo alle presidenziali con il 7,6%. Diviso internamente e penalizzato dal processo ancora in corso contro Nour, il Ghad non può sperare in grandi risultati. E lo stesso vale per il Fronte nazionale per il cambiamento: l’alleanza creata a inizio ottobre da una decina di partiti dell’opposizione (compresi i marxisti del Tagammu, i nasseriani, lo stesso Wafd d’ispirazione liberale, l’ultraislamico Partito del lavoro, nonché il movimento di protesta di base Kifaya) a pochi giorni dal voto non ha prodotto in sostanza niente.

«Il Fronte è diviso, non è nemmeno chiaro se ci saranno candidati comuni o no, ognuno se ne va per la sua strada com’è sempre stato, purtroppo», ammette Farida Choubachy, famosa giornalista televisiva, nasseriana convinta. «E temo che ancora una volta stravincerà l’Ndp. Brogli? Il governo ha promesso che non ce ne saranno. Voglio crederci, ma controlleremo il giorno del voto».

Proprio ieri il governo ha annunciato che le Ong potranno mandare i loro osservatori ai seggi, dove le urne saranno inoltre trasparenti per garantire che a inizio voto non siano già piene di schede false. «Ma i brogli sono già stati fatti, tutto è già scritto» dice Hisham Qassem, analista politico e direttore editoriale dell'unico quotidiano indipendente, Al Masri Al Yawm . «Il problema è che gli elenchi degli elettori sono top secret, nessun candidato né partito può visionarli. E sappiamo che ci sono migliaia di nomi falsi, proprio ieri Ayman Nour è riuscito a farne cancellare dal tribunale più di 2 mila, scoperti nella sua circoscrizione. Morale - conclude Qassem - scommetto che l’Ndp avrà, con gli indipendenti, il 90% dell’Assemblea. Un disastro».

Pensare che nei giorni di fuoco della campagna per le presidenziali, le prime con più candidati, molti egiziani ripetevano che la vittoria del raìs era scontata (anche e non solo per i brogli poi denunciati da molti), ma che la vera speranza di democrazia dell’Egitto era nel voto parlamentare di novembre. Tutto svanito? «Non direi - risponde Farida Choubachy -. Ormai il muro di silenzio è rotto, ci sarà un dibattito pubblico, la gente saprà. Ci vorrà tempo per un cambiamento vero a tutti i livelli, ma indietro non si torna». E su questo anche il pessimista Hisham Qassem concorda. Il problema, dice però, è quanto tempo ci vorrà.

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