Da La Stampa del 05/11/2005
Originale su http://www.lastampa.it/_web/_P_VISTA/molinari/archivio/molinari051105.asp

L’area di libero scambio contrari anche Caracas, Buenos Aires, Asuncion e Montevideo. Washington spera di convincere i padroni di casa a una mediazione

Parte in salita il mercato delle Americhe

Frattura tra i 34 del continente al vertice argentino: il colosso brasiliano guida la fronda

di Maurizio Molinari

NEW YORK - E' iniziato in salita il summit delle Americhe per George W. Bush. Arrivato a Mar del Plata, in Argentina, per trovare un accordo sull'inizio ad aprile dei negoziati per dare vita all'Area di libero scambio delle Americhe (Ftaa), l'inquilino della Casa Bianca si è trovato di fronte ad una frattura fra 34 i Paesi dell'Emisfero Occidentale. Da un lato vi sono 29 nazioni pronte a partecipare alle trattative per realizzare il progetto di un libero mercato americano dall'Alaska alla Terra del Fuoco lanciato dal presidente Bill Clinton nel 1994 e riaffermato da Bush nel 2001, ma dall'altro cinque Paesi fanno resistenza: si tratta di Argentina, Brasile, Paraguay e Uruguay - tutti membri del blocco commerciale del Mercosur - a cui si aggiunge il Venezuela di Hugo Chavez. L'ostacolo più difficile è il Brasile - la maggiore economia latinoamericana - che in cambio del via libera chiede una riduzione dei sussidi federali agli agricoltori statunitensi mentre teme che la liberalizzazione degli scambi possa penalizzare tanto i diritti intellettuali che il commercio delle materie prime.

Arrivando a Mar del Plata Bush ha ammesso che la preparazione delle trattative di primavera si trova in una fase «di stallo» ma il consigliere per la sicurezza nazionale, Steven Hadley, ha tenuto a sottolineare che «i nostri sforzi continuano e lavoriamo sopra le questioni ancora aperte anche se speravamo in un processo negoziale assai più rapido di questo». Il braccio di ferro sul libero commercio si gioca attorno agli equilibri fra gli Stati Uniti e le altre maggiori economie dell'Emisfero Occidentale. Bush ha ricevuto l'aperto sostegno del leader messicano Vicente Fox, secondo il quale i Paesi dell'America Centrale, i Caraibi, la Colombia, il Perù, il Cile, la Bolivia e l'Ecuador sono pronti a dar vita comunque con il Nordamerica ad una «piccola Ftaa» mentre sul fronte apposto il nemico giurato è il venezuelano Hugo Chavez, che ha fatto coincidere l'inizio del summit con una simulazione dell'invasione militare del proprio Paese da parte Usa partecipando poi alle dimostrazioni di piazza anti-Bush.

In questa cornice ad avere nelle mani le sorti del summit di Mar del Plata è il presidente argentino Nestor Kirchner che, oltre ad essere il padrone di casa del vertice, può parlare a nome delle quattro nazioni del Mercosur più scettiche sulla prospettiva di un mercato unico continentale modellato sull'esempio dell'Unione Europea. A conferma delle tensioni fra Bush e Kirchner nella conferenza stampa inaugurale tenuta da entrambi non si è fatto alcun cenno al Ftaa, preferendo invece mettere l'accento su temi convergenti come il rispetto delle minoranze e dei diritti umani. Una delle carte che Bush può giocare nel tentativo di superare la resistenza di Kirchner è il bisogno argentino di vedersi rinnovare dal Fondo monetario internazionale l'accordo sui prestiti che nel 2002 consentì di superare una difficile crisi finanziaria. Bush ha plaudito alle «sagge decisioni economiche» finora adottate da Kirchner senza però spingersi fino a sostenere apertamente le richieste di Buenos Aires con il Fmi, facendo capire che molto dipenderà da quale tipo di modello economico l'Argentina vorrà sviluppare in futuro. Ad accrescere la pressione su Kirchner è stato in seguito lo stesso Fox, avvertendolo che «deve fare molto di più se vuole salvare il summit» consentendo di raggiungere un accordo più vasto sull'inizio dei negoziati sull'area di libero scambio interamericana. La strategia di Washington punta - anche grazie ai colloqui di Bush con i presidenti di Brasile e Cile - a spingere l'Argentina ad essere protagonista di un compromesso capace di raggiungere l'unanimità, dando comunque per scontato che il Venezuela - la terza economia dell'America Latina - non aderirà in ragione della retorica antiamericana che distingue Hugo Chavez, sostenitore da tempo di progetti economici alternativi per l'unificazione economica del continente.

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