Da La Repubblica del 01/11/2005

Calabria, il Csm promette la svolta

Rognoni: basta faide tra pm. Far west locride: giustiziato nipote di un boss

Sei ore di audizioni a Reggio per il vicepresidente dell'organo di autogoverno della magistratura
L'ultimo agguato: la vittima ha speronato i killer in moto ed è fuggito a piedi. Ucciso nei campi

di Attilio Bolzoni

REGGIO CALABRIA - Gli ultimi a sbarcare nelle terre della ‘ndrangheta padrona sono stati i giudici dei giudici, quelli che da Roma prendono sempre tempo sulla Calabria, quelli che mettono sempre veti incrociati, che lasciano marcire scandali per mesi e anche per anni. Ma questa volta la missione del Csm tra Reggio e Locri qualcosa di buono forse la porterà, forse si muoverà davvero qualcosa nella palude dove è sprofondata la magistratura calabrese.

È arrivata prima a Reggio e poi a Locri la delegazione di Palazzo dei Marescialli, ha ascoltato i capi degli uffici giudiziari, se n'è andata via dalla Calabria con la promessa che finalmente decideranno in un modo o nell'altro su quella che ormai viene definita la grande "faida" della Procura. Per tutti ha parlato il vicepresidente Virginio Rognoni: «Non perderemo altro tempo, abbiamo trovato in questi uffici giudiziari luci e ombre ma a questo punto decideremo presto». Sul perché abbiano così a lungo rimandato scelte importanti, Rognoni si è limitato a una battuta: «Anche al Csm ci sono ombre».

È finito così un blitz nel regno dei boss due settimane dopo il primo delitto eccellente della Calabria, l'uccisione del vicepresidente del parlamento regionale Francesco Fortugno. E i boss si sono fatti sentire anche nel giorno della loro visita: sparando. C'è stato un altro omicidio nella Locride, un omicidio ancora da decifrare. Per il momento gli investigatori escludono «qualunque rapporto con l'uccisione di Fortugno», ma il morto ammazzato numero 26 dall'inizio dell'anno in questa striscia di terra che dal mare sale fino all'Aspromonte inquieta. E anche tanto. Per l'identità della vittima: si chiamava Antonio Giorgi, aveva appena 21 anni, era il nipote di Antonio Cordì detto "il ragioniere", un tempo il più potente e rispettato rappresentante della sua famiglia, capo gruppo del Psi al Comune di Locri e oggi ergastolano.

Per far fuori suo nipote, sulla statale jonica hanno mandato due sicari. Erano su una moto che ha affiancato nella tarda mattinata la Mercedes che guidava Antonio Giorgi, hanno cominciato a tirare con le pistole, lui li ha speronati e li ha fattti cadere. Poi è fuggito per i campi. Ha corso per trecento metri. L'hanno inseguito e l'hanno finito. Sembra che dietro ci sia un conto in sospeso per una partita di stupefacenti non pagata. Ma non si uccide così un parente dei Cordì. E soprattutto non si uccide in questi giorni speciali e difficili per la ‘ndrangheta della Locride.

La delegazione del Csm in quel momento era ancora a Reggio. E aveva appena finito le audizioni con i capi degli uffici giudiziari. «Audizioni che hanno aggiunto conoscenza a conoscenza», ha spiegato il vicepresidente Virginio Rognoni. Che hanno «palesato nuovi problemi di organici» negli uffici dei gip, che hanno svelato l'efficienza di certe sezioni come quella delle misure di prevenzione e confermato i problemi di sempre. O meglio, il problema di sempre: la procura della repubblica di Reggio Calabria. Le «sofferenze» (per dirla con l'elegante espressione usata dal consigliere togato Giovanni Salvi) sono concentrate soprattutto lì. E a detta di molti soprattutto sul capo: Antonino Catanese. Lui sostiene che la sua procura «è una piccola Svizzera», in realtà il capo è ai ferri corti con più di un sostituto. E in guerra totale con altri.

Magistrato di stampo antico, burocratica la sua gestione dell'ufficio, fa la spola quotidiana con Messina dove vive. Catanese è entrato in contrasto duro con uno dei suoi magistrati. È la storia di un latitante - Orazio de Stefano - catturato in un'indagine che aveva iniziato il sostituto Francesco Mollace. Secondo Catanese non se ne poteva occupare perché non era più nel pool dell'antimafia, secondo quanto ha ricostruito il procuratore generale della Cassazione (Mollace è stato oggetto di un'inchiesta disciplinare) aveva tutti i titoli per continuare quell'investigazione. Dopo la richiesta di archiviazione della procura generale della Cassazione, la prima commissione del Csm ha deciso di chiudere il caso. E sotto accusa è finito il procuratore capo Catanese. Più di tre mesi fa - il 19 di luglio - la prima commissione del Consiglio superiore della magistratura si è spaccata proprio su di lui. Tre componenti vorrebbero il suo trasferimento «per incompatibilità ambientale», altri tre vorrebbero tenerlo sempre a Reggio Calabria. Anche con questa emergenza criminale. A tutti i costi.

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