Da La Repubblica del 26/10/2005

Le conclusioni della perizia ordinata dai pm: i marines non rispettarono le regole d'ingaggio

"Contro l'auto di Calipari sparò un solo soldato Usa"

"Il funzionario del Sismi ucciso perché cercò di fare scudo a Giuliana Sgrena"
"Colpiti dallo stesso proiettile. I soldati spararono in anticipo, sulla linea di allerta"

di Claudia Fusani

ROMA - Contro la "Toyota Corolla" di Nicola Calipari ha sparato un'arma sola e il proiettile che ha ucciso il funzionario del Sismi è lo stesso che ha ferito Giuliana Sgrena. Ma i militari americani impegnati la sera del 4 di marzo al blocking position lungo la Irish route «non hanno rispettato le regole d'ingaggio» e «ogni atto è stato compiuto unilateralmente per cagionare danno agli occupanti dell'auto», il funzionario del Sismi, la giornalista appena liberata e il maggiore Andrea Carpani.

Sono le prime conclusioni della perizia consegnata ai pm Franco Ionta e Pietro Saviotti, venti pagine più un migliaio di allegati e due dvd che raccontano le sequenze di quella sera ricostruite nel laboratorio della polizia scientifica al Dipartimento anticrimine. Cinque mesi di lavoro che alla fine dividono perché i periti delle parti civili, che non hanno ancora consegnato le loro conclusioni, smentiscono la versione americana e sostengono che hanno sparato più armi. La perizia alimenta polemiche e racconta altri particolari agghiaccianti. Uno su tutti: il proiettile che ha ucciso Calipari trapassandogli la testa è lo stesso che ha ferito alla spalla Giuliana Sgrena e il funzionario del Sismi è morto proprio per fare da scudo all'ostaggio appena liberato.

La spaccatura tra i periti si è consumata sul numero di armi che hanno sparato. Fino a luglio i periti del pm, soprattutto gli esperti di balistica Alfredo Luzzi della polizia e Bruno Cardinetti dei carabinieri, erano d'accordo con i colleghi delle parti civili e gli avvocati Alessandro Gamberini e Franco Coppi sul fatto che avevano sparato «due o addirittura tre armi». E' scritto anche nella relazione di medio periodo, a fine luglio. I nove reperti esaminati hanno microstriature diverse, quindi sono stati sparati da armi diverse. A settembre però i periti del pm dicono di essersi sbagliati e che ha sparato un'arma sola, «il mitra M240 calibro 7.62 appoggiato nel punto più alto del mezzo blindato». L'arma sulla torretta, quella dove era in servizio il sergente Mario Lozano del battaglione di fanteria. Le parti civili hanno chiesto di fare ulteriori prove utilizzando strumenti ancora più evoluti. E' stato loro risposto, cinque giorni fa, che «quegli esami erano inutili», tempo scaduto, nulla da fare. Gli avvocati annunciano battaglia oggi, dopo che avranno letto la perizia.

Al di là dell'arma, i periti del pm contraddicono comunque la ricostruzione americana e spiegano perché, a loro avviso, i soldati Usa non hanno rispettato le regole d'ingaggio. La "Toyota" è stata colpita la prima volta «a 130 metri di distanza dalla fonte di fuoco, cioè sulla alert line», la linea di allerta alla cui altezza però i militari possono sparare solo in aria o contro il motore. L'auto è stata «colpita da nove colpi in rapida successione, quattro secondi l'uno dall'altro». Il primo proiettile l'ha raggiunta quando andava «ad una velocità tra i 60- 65 km/h» ed era quasi ferma quando è arrivato l'ultimo colpo.

I magistrati ora devono decidere cosa fare dell'inchiesta. Il fascicolo, contro ignoti, ipotizza l'omicidio «per dolo eventuale», quasi un volontario. Potrebbe diventare eccesso colposo di legittima difesa. Sono noti anche i nomi dei militari americani coinvolti. E' sufficiente per andare a processo e superare i divieti di Washington.

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